Olimpiadi, 16 anni fa il clamoroso oro di Steven Bradbury

Nel 2002 a Salt Lake l'australiano vinse nello short track grazie alla caduta dei quattro che gli stavano davanti

di LUCIANO CREMONA

Olimpiadi, 16 anni fa il clamoroso oro di Steven Bradbury

La sua medaglia è ricordata da tutti, anche dai meno esperti di Giochi Olimpici o di short track. Sono passati sedici anni, era il 16 febbraio 2002, quando a Salt Lake si consumò uno dei più grandi miracoli sportivi personali della storia. L'oro vinto dall'australiano Steven Bradbury è il manifesto, oltre che uno spaccato divertentissimo di sport, del tutto può succedere, del non arrendersi mai. È una storia che ti fa esclamare "Incredibile" e che ti fa sorridere, oltre a dire: "Sì, ma che fortuna".

IL VIDEO DELLA GARA

A vedere quegli spezzoni di video di sedici anni fa a qualcuno vien da chiedersi: ma come faceva Steven Bradbury ad essere alle Olimpiadi di Salt Lake City? Bene in batteria, ma già dai quarti di finale - short track, categoria 1.000 metri - l'australiano era stato eliminato. Terzo, dietro al mito americano Apolo Ohno e a Marc Gagnon, poi squalificato. Quindi primo colpo in avanti: da eliminato alla semifinale. Ecco, la semifinale. Bradbury è dietro, cadono Kim Dong-Sung, Mathieu Turcotte e Li Jiajun, mentr Satoru Terao viene squalificato: l'australiano si ritrova catapultato in finale. Dove è lo sfavorito d'obbligo. La finale, il 16 febbraio di sedici anni fa, è memorabile. Davanti a Bradbury la lotta per le medaglie è serratissima, l'australiano osserva a debita distanza, già sicuro di chiudere quinto, e ultimo. Jiajun, Turcotte, Ohno e Ahn Hyun-Soo all'ultima curva sono appaiati, ma in un amen sono tutti sdraiati sul ghiaccio, contro la balaustra. Bradbury taglia il traguardo indisturbato da solo, senza nemmeno accelerare. Primo, oro, leggenda, memorabilità.

Eppure a tutti quelli che pensano che Bradbury sia un punto pervaso di energia positiva, un fortunato cronico, è bene ricordare che in realtà, in quel giorno di sedici anni fa, il destino saldò con l'australiano un debito elevatissimo. Steven pattinava fin da quando era giovane: nel '94 ai Giochi di Lillehammer la prima medaglia olimpica, un bronzo nella staffetta 5.000 metri. Nella stessa specialità aveva già raccolto anche tre medaglie mondiali. Ma proprio nel 1994 un terribile incidente sul ghiaccio rischiò non solo di far chiudere a Bradbury la carriera, ma di rischiare la vita. Cadde in coppa del Mondo e l'italiano Mirko Vuillermin gli passò con il pattino sulla gamba, recidendogli l'arteria femorale. Perde quattro litri di sangue, rischia di morire: servono 111 punti di sutura e 18 mesi di riabilitazione per riportarlo alle gare. Nel 2000 un'altra mazzata, con una frattura all'osso del collo. Ma Bradbury si è sempre rialzato, fino a Salt Lake, quando è stato l'unico a rimanere in piedi. E a vincere l'oro più incredibile di sempre. Ora, a 44 anni, Steven Bradbury fa il motivational speaker, il motivatore. D'altronde, chi potrebbe portare un esempio migliore del suo, in fatto di tenacia?

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