Svezia '58: il mondo scopre il mito di Pelè

Le squadre che ci hanno conquistato: la Svezia di Gren e Liedholm e la piccola Argentina

di ANDREA SARONNI

IPP

LA GRANDE: BRASILE

Pelé, basta la parola. Davvero una gran bella consolazione per gli occhi degli italiani, che subirono la gigantesca beffa di non vedere la propria squadra nel primo mondiale trasmesso televisivamente in tutto il globo. In attesa di passare il testimone 60 anni dopo a un'altra generazione di sfortunati, i calciofili nostrani si godettero il primo, praticamente ormai inevitabile trionfo della Nazione che pur essendosi identificata da decenni come quella del talento, della fantasia, del pallone inteso come arte, non riusciva mai a venire a patti con la concretezza. Con la vittoria, soprattutto. Il merito della grande rivoluzione è in due piedi e una testa. I piedi sono del non ancora 18enne Edson Arantes do Nascimento, fenomeno del Santos che acceca tutti con le sue giocate pazzesche amplificate dalla velocità di esecuzione, dall'agilità, dalla potenza che gli consente anche un ruolo chiave nelle aree. Tutto, in sole 4 partite, perché nelle prime due il Brasile stenta davanti - nonostante il 3-0 inaugurale all'Austria - e qui subentra la testa, che è quella di Vicente Feola, il direttore tecnico. Di origine napoletana (infila ancora parole in dialetto comunicando con i giornalisti), Feola imposta da subito una Seleçao molto più attenta e coperta dietro, con una difesa a quattro in linea e due interni dediti anche alla guardia, non solo all'offesa. Poi, dopo lo 0-0, rivoluziona l'attacco e butta sul tavolo due assi, il citato Pelè di punta con Vavà, e il 23enne Garrincha, imprendibile ala gambastorta dal dribbling irresistibile (e anche altro, visto che durante la permanenza svedese fa anche in tempo a ingravidare una giovane locale). Nasce dunque una delle più classiche filastrocche da formazione: Garrincha, Didi, Vavà, Pelé, Zagalo. In Italia, è imparata in tempo reale. E arrivederci a tutti, a suon di gol fatti (13) e ben pochi subiti: arati sovietici, gallesi, francesi e, in finale, i padroni di casa svedesi. Ecco, la Svezia, appunto.

LA BELLA: LA SVEZIA

LA BELLA: LA SVEZIA

Un campionato del mondo in casa, anche se non sei un Paese di primissima fascia. Mica banale. Un'occasione da non perdere. E infatti gli svedesi, popolo per tradizione "avanti" a livello sociale e progressista, organizzarono innanzitutto un Mondiale perfetto, tranquillo, l'entusiasmo giusto in un clima molto mite dal punto di vista comportamentale, in campo e fuori; e poi, per potere essere liberi di sognare, alla vigilia del Mondiale abolirono quella loro anacronistica regola federale che impediva la convocazione ai calciatori professionisti, un conservatorismo che di fatto aveva smontato sul nascere la grande Nazionale campione olimpica del 1948, e che aveva compromesso una possibile affermazione ai Mondiali 1950 e 1954. Qualche reduce di quella straordinaria generazione era ancora in giro: due terzi del Gre-No-Li, nelle persone di Gunnar Gren (38 anni) e Nils Liedholm (37), Nacka Skoglund, "Raggio di Luna" Selmosson. E con loro, qualche nuovo gioiello, come Kurt Hamrin. Per quanto riguarda gli "aiutini" in genere riservati - specie ai tempi - agli ospitanti, tutto abbondantemente nei limiti, una espulsione discutibile nella semifinale con la Germania Ovest (fuori il tedesco Juskowiak) e stop: la verità è che l'esperienza abbinata alla tecnica ancora sopraffina di molti svedesi bastava e avanzava per sopraffare avversari atleticamente più dotati come i citati tedeschi, i sovietici o gli ungheresi, che quattro anni prima avevano incarnato il verbo del nuovo calcio. Poi, in finale, davanti a 50mila connazionali mai così caldi, almeno il premio di un sogno durato cinque minuti: dal gol di Nils Liedholm al 4' al pareggio di Didi al 9'. Poi l'uragano Pelè, il 5-2, e vabbé. Ma cinque minuti, anche solo 5 minuti da campioni del mondo, li meritavano, i vecchi draghi scandinavi, generazione magari non di fenomeni, ma di campioni e maestri di calcio sicuro.

LA SIMPATICA: ARGENTINA

Ma come? L'Argentina? Una delle corazzate del calcio mondiale ever? Alla stregua di una Cenerentola o quasi? Sissignori, è così. Tanto per cominciare, il Mondiale 1958 non era ancora categorizzabile tra i "globalizzati": nessuna rappresentante da Africa e Asia (che all'epoca inglobava anche l'Oceania), il parterre era composto da 12 formazioni europee, 3 sudamericane e Messico. E poi, bisogna guardare al campo: è il campo propose una delle Selecciòn più povere di sempre, rasa al suolo dalla "rapina" per mano italiana dei tre talentissimi che solo l'anno prima avevano condotto i biancocelesti a una grande vittoria contro il favorito Brasile in Coppa America. Omar Sivori, Antonio Valentin Angelillo e Humberto Maschio, i mitici "angeli dalla faccia sporca": hanno scelto i dollari europei, niente più Nazionale, almeno quella argentina, visto che tutti e tre verranno riciclati come oriundi dall'Italia, con esiti semidisastrosi. Al povero Guillermo Stabile, il "Filtrador", grande centravanti della Albiceleste e del Genoa degli anni '30, rimaneva ben poco di importante, a far squadra coi soli elementi del campionato argentino: prova ne sia la convocazione del 40enne Angel Labruna, uno dei leggendari componenti dell'attacco del River Plate anni '40, la "Maquina", la Macchina del gol. Un campione, ma ormai inservibile. Così in Svezia, l'Argentina venne investita e buttata subito fuori da un'altra macchina, la Cecoslovacchia, che correva il doppio rispetto ai Gauchos: 1-6 nell'ultima partita del girone dopo il rovescio patito in avvio contro la Germania Ovest e la vittoria illusoria contro gli irlandesi del Nord. La partita coi cechi riuscì orrenda, umiliante: e con gli argentini - inteso come popolo - non si scherza. Il giorno del mesto rientro in patria, pioggia di monetine all'indirizzo dei tecnici e dei calciatori, rei di avere disonorato un intero e grande Paese. Al di là delle iperbole e della retorica da tifoso, era tutto vero: e lunga, ancora, appariva la strada da intraprendere per cogliere finalmente il fiore della Coppa, sollevata dopo altri 20 lunghissimi anni.

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