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Messico 1970, la seconda squadra: dal grande Brasile alla simpatia per l'El Salvador

Le squadre che ci hanno conquistato: un signor Perù arriva fino ai quarti di finale

di ANDREA SARONNI

IPP

LA GRANDE: BRASILE
Hai voglia a dire che avremmo dovuto inquietarci con loro, vederli con altri occhi perché nostri impietosi eversori in finale (4 pappine a 1, per i pochi che fanno finta di non sapere o ricordare). Il Brasile 70 è uno dei quadri più belli e preziosi appesi nella Pinacoteca del Pallone, e forse non abbastanza in alto. Perché se dal punto di vista tecnico e stilistico non c’è uno studioso – o un superstite della memoria personale – che non esalti quella edizione della Seleçao, poco o non abbastanza si è forse detto sulla questione tattica. Lo squadrone di Mario Zagalo è passato nella storia popolare del calcio come quello dei “cinque numeri 10”, sua maestà Pelé contornato da Jairzinho, Gerson, Tostao e Rivelino. Tutti con que prestigioso numero sulle spalle nei rispettivi club: poi, in realtà, di 10 veri e propri, di professione, ce ne erano due, il meraviglioso Edson Arantes do Nascimiento e Gerson. Tostao era una punta di movimento, Rivelino – nel calcio di oggi – sarebbe la perfetta mezzala, con propensioni offensive, per carità. E Jairzinho era invece un attaccante esterno. Attaccanti classici, “9” veri e propri, insomma, minga. Allora diciamo anche che il signor Zagalo (e pure il suo predecessore, Saldanha), ci hanno con ogni probabilità fornito la prima versione di un team vincente imperniato sulla poi abusata formula del “falso nueve”: davanti Tostao, in realtà libero di muoversi sul fronte di attacco e aprire spazi a uno bravino a finalizzare (inutile ribadire il nome), ma anche agli esterni, dove agivano Jairzinho e Rivelino. Sul binario di destra, tra l’altro, veniva giù come un treno anche Carlos Alberto, che segnerà il gol della staffa (il 19°) del Mondiale verdeoro silurando il malcapitato Albertosi con una terrificante lecca dal vertice dell’area. Dietro, fiduciosa difesa a zona dei due centrali sugli attaccanti avversari, solita leggerezza brasiliana, ma per fortuna della torcida, Brito e Piazza (protetti da Clodoaldo, caro, vecchio centromediano) non erano due pellegrini, anche se una loro topica regalò a Boninsegna il gol del parziale 1-1, speranza quanto mai effimera. Quel successo, tutti lo sanno, assegnò in maniera definitiva al Brasile la Coppa Rimet, chiudendo la prima parte della storia del campionato mondiale: visto che tantissime volte, nel calcio, successo, bellezza e meriti non sono andati d’accordo, ecco, queso non è stato veramente un caso del genere.

LA BELLA: PERU'

Sarà stato il mood, l’aria, il Paese – ovvero il Messico. Sarà stata molto più probabilmente l’altura, la rarefazione dell’ossigeno che fatalmente penalizza gli atleti puri, i muscolari. Ma l’edizione 1970 è stata molto sudamericana: Re Brasile, principe Uruguay (semifinalista, fermato proprio dalla Seleçao) e un Signor Perù. Una Nazionale storicamente (e ovviamente) inferiore alle grandi tradizionali, che ha attraversato lunghi tunnel nei decenni. Ma nei Seventies, la Blanquirroja stava al sole, e bene, piazzata lì dal miglior gruppo di talenti coevi mai nati tra le impervie montagne andine. Teofilo Cubillas e Hugo Sotil davanti, il caudillo Chumpitaz dietro, e ancora Gallardo e De La Torre. In panchina, poi, un sinonimo di classe proprio made in Brazil, Didì: shakerate tutti questi ingredienti, insomma, ed ecco servita una squadra che poteva solo giocare bene a pallone, lasciando magari nell’angolino una certa tradizione più “operaia” legata a quella scuola. In campo a 180 minuti, la questione qualificazione ai quarti era già stata chiusa: tre gol (a due) ai bulgari, tre (a zero) ai marocchini e allora via in relax contro la Germania Ovest, che non chiedeva di meglio di trovarsi di fronte avversari già qualificati e poco propensi a difendersi. Ringrazia Gerd Mueller, che ne picchia tre, ma l’uomo che rimane negli occhi a chi vede quella partita è Cubillas, un numero 10 da baciarsi le dita: dribbling, visione di gioco, gol. Segna ai tedeschi, ed è già il quarto del Mondiale. Segna anche al Brasile, l’Everest al quale si trovano di fronte i biancorossi nei quarti di finale: ma Didi riesce solo a spaventare il vecchio amico Zagalo, finisce 4-2 in una delle partite certamente più belle di Mexico 1970. Storia mai ufficialmente confermata su questa gara è quella del sorprendete forfait di Della Torre, spaccato​ dal brasiliano Gerson l’anno prima: temendo vendetta, la federazione verdeoro avrebbe chiesto a Didi di non schierare uno dei suoi difensori migliori. In cambio di cosa? Mah. Viaggiando ancora sulle ali di Cubillas – che fallirà però il grande esame del calcio europeo in Svizzera e in Portogallo - il Perù sarà ancora protagonista nel 1978, e nel 1982, quando incrociò anche la banda Bearzot nel girone eliminatorio. Poi, il buio, infinito. Ma in Russia ci saranno, gli eredi degli Inca, quasi a cominciare una nuova, sospiratissima puntata.

LA SIMPATICA: EL SALVADOR

 Tanto casino per zero gol fatti e nove subìti. E che casino. Uno al Mondiale ci arriva tramite le qualificazioni, si gioca, finiscono, o ci sei o non ci sei. El Salvador, prima dello storico esordio iridato nel vicino Messico, dovette vivere pure un inedito, assurdo tempo supplementare di un conflitto. Vero. Militare. Non figurato. Giugno 1969, El Salvador contro Honduras: prima il triplice spareggio per la qualificazione alla finale della zona Concacaf, poi una guerra breve quanto cruenta, violentissima, perché in cinque giorni effettivi di scontri, le vittime accertate tra soldati e civili furono quasi 6mila. Una carneficina. Ora, va bene tutto, ma non ci si può massacrare così per un pallone: una guerra della miseria, altro che “guerra del calcio”, come è stata catalogata. Contadini salvadoregni rimasti senza terra, alla fame, partiti in centinaia di migliaia verso il confinante Honduras a caccia di terre incolte: e i poveri dall’altra parte che si ribellano, li vogliono fuori, e lo Stato – la storia è sempre lo stesso – che è pronto a cavalcare la loro rabbia. Quando Salvador e Honduras si sono incontrati in mutande e tacchetti per farla fuori, il livello di guardia delle relazioni politiche e sociali tra i due paesi aveva già passato il segno di un pezzo. E le gare di andata (vince l’Honduras, 1-0), di ritorno (El Salvador, 3-0) e soprattutto lo spareggio giocato all’Azteca (drammatico, 3-2 Salvador ai supplementari) vengono contornate da violenze e guerriglie tra tifosi che sono state il “trailer” di quanto poi esploso pochi giorni dopo, attribuito anche alle rappresaglie (tra cui l’espulsione immediata di 300mila salvadoregni) seguite all’esito della sfida. Al di là dei grandi limiti tecnici – erano ancora i tempi delle “Cenerentole” – El Salvador si è presentato ai Mondiali con il peso di quelle sofferenze, di quei morti. E nell’ordine Belgio, Messico e Unione Sovietica, non ne hanno avuto la benché minima mercé. E senza nemmeno un gol, un minuto di gloria da raccontare, rimane solo il timbro scuro della “guerra del calcio”. Un termine inventato da Kapuscinski, il giornalista che scrisse che “il cinico non è adatto a questo mestiere”. Beh, quella volta non è stato molto coerente.

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