1966: l'Inghilterra del "fantasma" Hurst e la vergogna azzurra di Corea

La fine Inghilterra-Germania 4-2 col sigillo di un gol-fantasma, mai risolto. L'Italia ko coi Ridolini. La Rimet ritrovata da un cane. Le stelle di Kaiser-Franz e la Pantera

Mondiali 1966 e finalmente l'Inghilterra può celebrare se stessa e la sua Storia: nel 1857 ha inventato il calcio moderno e centonove anni dopo è sua la corona che le apparterrebbe per diritto. E' il primo e ultimo vessillo euromondiale degli inglesi, perdipiù corredato dal "giallo" irrisolto di un gol-fantasma (e decisivo) nella finale con la Germania. Il calcio ricamato dei brasiliani si concede una pausa, spuntano il vigore e l'atletismo di molte Nazionali. E l'Italia conosce la sua Caporetto, ovvero la Corea del Nord che ci batte e ci estromette in una assurdo pomeriggio di giugno a Middlesbrough: saranno pomodori e uova, al ritorno. Nella lista delle cose peggiori, la disfatta di Belfast del 1958 viene quasi azzerata dinanzi alla vergogna patita. Cinquantuno anno dopo, però, l'apocalisse svedese  dello scorso 13 novembre può reggere il confronto.

SIR ALF RAMSEY, L'EROE ANTIPATICO
"Signori, ho poco da dire. Vi anticipo che l'Inghilterra vincerà il Mondiale. E ora vado a lavorare". Il suo primo giorno da ct inglese è così: ai giornalisti allibiti sillaba i concetti minimi del suo sistema. Il ct è Sir Alf Ramsey, all'epoca 56enne: fuma il sigaro, promette ai giocatori "sudore e sangue", una sorta di antipatia è lo sfondo del suo carattere e azzera la storia tattica del calcio inglese. "Giù dal piedistallo di inventori", si cambia. Abolito il sorpassato WM, ci si allinea all'Europa, ferrea disciplina dentro e fuori dal campo. E -per sua fortuna- largo ai talenti che emergono. Il meraviglioso libero-regista Bobby Moore; l'altro fenomenale regista-bomber Bobby Charlton; l'eleganza di Peters, Ball e Hurst e la feroce grinta di Nobby Stiles, brutto anatroccolo, e necessario baluardo davanti alla difesa.

IL GOL FANTASMA DI HURST, GIALLO IRRISOLTO. O NO?
La finale di Wembley, il 30 luglio 1966. L'Inghilterra batte 4-2 la Germania ai supplementari. L'arbitro è lo svizzero Dienst. Il protagonista è il guardalinee azero Bakhramov. I 90 minuti si chiudono sul 2-2, con la rete del tedesco Weber all'ultimo istante che gela l'urlo dei 110mila di Wembley. Supplementari: all'11' del primo tempo, Geoffry Hurst dal limite dell'area piccola calcia il pallone con violenza, la palla sbatte nella parte inferiore della traversa, tocca terra e torna verso il rettangolo di gioco. L'arbitro ha un sussulto, il guardalinee una esitazione, poi sposta la bandierina verso il centrocampo. E' gol -secondo il guardalinee-. la palla ha oltrepassato la linea. Furiose polemiche in campo. Si riprende a giocare: al 120' Hurst segna la rete del 4-2, tripletta personale. E il gol-fantasma di una polemica infinita, che nemmeno la moviola ha decifrato. A dire il vero, nel 50mo dell'evento, un paio di anni fa, la tv inglese attraverso l'uso di tecnologie militari ha provato a dare la sua sentenza: sì, finalmente 50 anni dopo siamo in grado di stabilire la verità, quel pallone era entrato. Bella forza, la replica dei tedeschi, fieri assertori del dubbio. Per loro, il Wembley-Tor è ancora oggi sinonimo in uso per identificare un gol dubbio. Né sono servite testimonianze postume ascritte a Tofiq Bakhramov, che in Patria, l'Azerbaigian, è una leggenda (a lui è intitolato lo stadio nazionale).

I COREANI? RIDOLINI CHE CI UMILIANO
Per l'Italia, il Mondiale inglese significa Corea (del Nord). Ovvero la più inattesa e incredibile delle sconfitte che la squadra Azzurra abbia mai sofferto. Nel solito clima di polemiche e incertezze, cappa opprimente di quasi tutti i nostri Mondiali. Lì, in Inghilterra, la Nazionale arriva con un quadro preciso delle responsabilità: dopo quindici anni di commissioni tecniche, si torna al CU, ovvero il commissario unico come lo era Vittorio Pozzo. Il tecnico è Edmondo Fabbri, detto Mondino, cui la Nazionale è affidata per meriti sportivi (in 4 anni ha condotto il Mantova dalla quarta serie alla serie A) e per riparare a un... torto: gli era stata promessa la panchina dell'Inter, ma lì era rimasto Herrera, e i vertici federali tennero fede alla parola data ai dirigenti interisti. L'Italia è colma di talenti: Rivera, Mazzola, Bulgarelli, Facchetti, Gigi Riva (tenuto in tribuna...), Milan e Inter si sono spartiti tre delle ultime quattro Coppe dei campioni. Un movimento dominante, a livello di club; e quella Nazionale giovane, ricca. E sbagliata. Con la Corea, terza gara del girone, basta il pareggio per andare ai quarti di finale. Bulgarelli, pupillo di Fabbri, è malconcio, ma il CU non lo vuole tener fuori. Il futuro ct Valcareggi va a visionare i coreani: la relazione è "Ridolini, sono dei Ridolini". Fabbri rischia Bulgarelli, che dopo nemmeno mezz'ora si infortuna: Italia in dieci, Pak Doo Ik segna il gol dell'1-0, l'angoscia azzurra è padrona, l'Italia sbaglia una dozzina di palle-gol. La vergogna è consumata, un delirio. Il ritorno "clandestino" all'aeroporto di Genova per evitare i tifosi è un flop. Qualcuno spiffera il cambio-scalo, e sono pomodori e uova.

LA RIVOLTA DI VARSAVIA E I TORMENTI DI MONDINO
Le colpe finiscono col travolgere Mondino, che un giorno se la prenderà anche coi sospetti di doping alla rovescia, ovvero di calmanti rifilati ai nostri calciatori per danneggiare lui, il commissario unico. La dietrologia porta anche a un aut aut di Gianni Rivera, prima del Mondiale nel corso di una trasferta a Varsavia: Rivera contestava la scelta del blocco interista, troppo legato alla classe di Luis Suarez, che giocava nella Nazionale spagnola. Lo stesso Mondino aveva da scegliere tra il blocco-Inter, detestato anche perché vinceva troppo,  e il blocco-Bologna che era più nelle corde del tecnico. Tant'è che due colonne interiste, Sarti e Armando Picchi, non erano nemmeno tra i convocati del Mondiale. Un solo tecnico e troppa confusione. Fabbri, a fine Mondiale, lascia. Al suo posto Valcareggi.

QUANTE BOTTE A PELE' E AI SUD-AMERICANI
O'Rey Pelé vive il suo secondo mondiale da quasi spettatore: nel '62 ko dopo due partite, qui lo stop per infortunio dopo la gara d'esordio e il ritorno in campo alla terza partita, ma ben al di sotto del suo standard, sfida fatale per i verde-oro eliminati dal Portogallo. Picchiare il più forte al Mondo era una sorta di regola delle squadre avversarie. Né quel Brasile aveva saputo rigerenare i suoi talenti dopo i trionfi in Svezia e in Cile: una pausa, prima del terzo mondiale nel 1970 in Messico. Le squadre sudamericane vittime del gioco pesante sono quasi il contrappasso di quanto accaduto nel '62 in Cile, quando erano state le Nazionali europee a essere tartassate. Uruguay e Argentina ne fanno le spese.

KAISER FRANZ E LA PANTERA
Il Mondo al Mondiale inglese scopre due fenomeni: Franz Beckenbauer, non ancora Kaiser-Franz, e Eusebio Ferreira da Silva, ovvero Eusebio, mozambicano tesserato dal Portogallo, la Pantera del Gol. L'eleganza del tedesco, all'epoca 21enne mediano, è la perfezione e l'autorità della corsa e del tocco di palla, la padronanza del campo nel dettare il gioco, già così giovane. Sarà protagonista nel '70, condurrà la Germania alla conquista del Mondiale del '74, da capitano; e nel 1986 e nel 1990 da ct condurrà i tedeschi a diventare prima vice-campioni poi campioni del Mondo. Per la Germania, Kaiser Franz è Il Calcio. Su Eusebio, 9 gol in quel Mondiale da capocannoniere, c'è la linea della spettacolarità del suo modo di giocare, guizzi irresistibili, come una Pantera, appunto. Col Benfica ha segnato 317 gol in 301 partite. Il suo erede -non a caso- è Cristiano Ronaldo. E non a caso, quel Portogallo è terzo al Mondiale. Eusebio se nì andato a gennaio del 2014.

LA RIMET RITROVATA DA UN CANE E UN LEONCINO MASCOTTE 
La mattina del 20 marzo 1966, la Coppa Rimet (originale) sparì dalla Central Hall di Westminster, dov'era custodita. Panico a Londra, a Scotland Yard, si corse ai ripari forgiandone una copia. Ma la vergogna era grande. Chi l'abbia rubata non si è mai saputo. Chi l'ha ritrovata -per puro caso- invece si sa chi è: il bastardino Pickles, che al guinzaglio del suo padrone David Corbett, qualche giorno dopo la sparizione, annusò qualcosa in un cespuglio, avvolto nella carta di giornale. Era la Rimet, nientemeno. E l'occasione perché un cane diventasse una celebrità: in tribuna alle partite di quel Mondiale, un ruolo in un film e il suo collare oggi è custodito nel Museo della Fifa. A corredo del cane, un leoncino, Willie, con  la maglia dell'Union Jack: è la prima mascotte che sarà poi la moda di ogni Mondiale, e poi dei Giochi Olimpici. Con ritorni economici rilevanti.

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