Tifoso di giornata - Un posto vicino al maestro Tabarez

Via agli ottavi di finale: e si staglia la figura del ct dell’Uruguay, impegnato in una volata sofferta e paradossale tra il male e il sogno mondiale

di ANDREA SARONNI (@andysaro)
Tifoso di giornata - Un posto vicino al maestro Tabarez

Da oggi non si può scegliere l’occasionalità a cuor leggero, si fa sul serio, si fa il tifo per il sogno di qualcuno e la fine di qualcun altro. E’ l’eliminazione diretta, baby, il fascino vero di una Coppa. E allora si comincia con un uomo, un uomo in cui il sogno deve essere forzatamente convivere con il disagio, la sofferenza. Né per compassione, né per unirsi al coro, ma solo per totale ammirazione, si va con Oscar Washington Tabarez, il Maestro, guida tecnica e fors’anche spirituale dell’Uruguay. E’ malato, le foto di lui sul campo di allenamento o in panchina con a fianco una stampella sono dal primo giorno una delle copertine di questo Mondiale: e la mente è andata velocemente ad altre immagini, di una lontana domenica di tardo autunno a Piacenza, anno 1997.

Incornato una domenica di tardo autunno dal Toro di Sora, Pasquale Luiso, e da una rovesciata tanto bella quanto episodica, lui inquadrato a bordo campo con lo sguardo marmoreo. La panchina era quella del Milan, mica pizza e fichi, in quegli anni: la grandissima occasione, insomma. Venne accompagnato alla porta di Milanello, ai tempi una sorta di Golden Gate. Tra critiche, ironie che in qualche caso scendevano fino allo scherno. Visto? Come si può pensare di dare un seguito all’opera e al gesto del Mahatma Sacchi, e ancora del Colonnello Capello, con un Professore, silente, austero, che ti immagini giù a Montevideo, sull’estuario, un libro in mano. Tabarez scomparì dai nostri schermi e via, stop, solo un velocissimo e amaro passaggio a Cagliari, nell’isola che per un po’ fu felice. Monoscopio fino al 2006: poi, ha cominciato a riemergere una volta ogni quattro anni. La solita figura distinta, i modi compassati dell’intellettuale sudamericano stavolta al posto giusto, la panchina della Nazionale uruguaiana, e al momento giusto, i Mondiali. Li aveva già vissuti nel 1990, nelle nostre lande, se vi ricordate li segammo noi, Totò e Aldo Serena: e poi, dal 2010, un classico del football, la Celeste, la sua garra mitigata in qualche maniera dal gentiluomo sulla panca. Una semifinale, e un quarto posto al primo giro; un ottavo di finale così così, ma con un cadavere eccellente – noi – nella sacca quattro anni dopo. In mezzo, come se fosse una cosa normale, la Coppa America del 2011. Ora, la Russia, il 2018, la puntualità dell’Uruguay, la quarta volta di Tabarez, privilegio ma una figura diversa al bordo del campo.

Sempre distinta, sì, ma il volto è scavato, improvvisamente invecchiato, il gesto sofferto, quella stampella appoggiata alla panchina, pronta all’uso. Tra un Mondiale e l’altro, il Maestro si è ammalato, è una neuropatia di quelle carogne, “periferica”, recita la terminologia ufficiale, e significa che poco a poco si prenderà la mobilità degli arti. Ma il Maestro, sorprendendo chi lo ha sempre visto e letto come figura morbida, distaccata, lotta come uno dei mille mediani ringhianti della lunga e gloriosa storia della Celeste: e come dice quella canzone, finché ne ha, sta lì, nel mezzo del Mondiale, nel mezzo del sogno di una Nazione che per l’ennesima volta riprova la scalata a quei traguardi colti quando il calcio, i “tituli”, la gloria erano roba per pochi. Davanti, il magnifico Cristiano Ronaldo, per cui, ha detto Tabarez, “non perde il sonno”: è la sua filosofia da sempre, ed evidentemente – ce ne fosse mai stato bisogno – sa che i problemi sono altri. La sua salute, ma ancora prima – scommetteci – la sua squadra, il suo calcio, il suo Paese che lo ama. E che oggi sarà tutto lì, su quella panchina con la stampella appoggiata: visto che gli uruguagi non sono poi così tanti, chiedo il permesso di avere un posticino anch’io, e di stare vicino a Tabarez, con la speranza di sollevarlo in trionfo alla fine. Non deve fare sforzi, il Maestro, che magari il Mondiale è ancora lungo.

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