Tifoso di giornata - Gufando crucchi e O Ney

Andare contro la Germania è facile, per un italiano: molto meno contro il Brasile, ma la sua capricciosa stella rende più attraente la prospettiva di un clamoroso flop

di ANDREA SARONNI (@andysaro)
Tifoso di giornata - Gufando crucchi e O Ney

Pensate che titoli ne uscirebbero. Il mercoledì nero, Rivoluzione al Mondiale. La caduta delle dee. Nove titoli tornano a casa. Pensate se domani a quest'ora stessimo tutti commentando la contemporanea uscita della Germania e del Brasile. Io oggi tifo così, per l’impossibile, per l’accoppiata che se avessi il coraggio di giocare in una ricevitoria potrebbe valere un weekend di quelli belli, da ricchi. Non è che solo il classico tifo contro da rivalità (che poi uno nutre sostanzialmente per i deutsch), è proprio voglia di ribaltone, di terremoto, visto che per ora i quattro gruppi che hanno completato il programma ci hanno dato i verdetti sostanzialmente attesi fin dal giorno del sorteggio, unica variante - per nulla sorprendente - la Croazia qualificata da prima davanti all'Argentina. A questa Argentina, avessi detto.

Allora, mano alle gufate. Contro i tedeschi, tutto facile, di default, è Dna italiano: anche se indirettamente toccherà dunque parteggiare per la Corea del Sud, qualcosa che avvertiamo come il raspino in gola, le fitte da emicrania, bella fastidiosa, insomma. Più difficile andare contro la Regina, la Seleçao, il Brasile, basta la parola, il nome, la maglia, la magia. Però, per quanto mi riguarda, Neymar aiuta. In un’Italia vedovissima del dibattito lungo un mese tra i 50 milioni di c.t., in un’Italia che per trovare un po' di sale in ufficio e sui social riscopre il gusto dei dualismi, del guelfi vs. Ghibellini grazie a Messi e Cristiano Ronaldo, ecco, nessuno parla di lui, nessuno istruisce un primo processo sommario all’ex-ragazzo prodigio do Brasil.

Ex ragazzo perché, riding e scherzing, Neymar ha 26 anni e sta vivendo il primo Mondiale da vero attore protagonista, da star attesa al varco da tutto il pianeta calcio: vero, c’era anche quattro anni fa e non certo a fare da comparsa, ma era ancora il giovane fenomeno, il nuovissimo valore aggiunto di un Brasile in realtà così così: la fortuna non lo aiutò, il giudizio rimase giustamente sospeso. Oggi è il calciatore più pagato del mondo, l’erede designato – e ancora incompiuto - dei due che si passano il Pallone d'oro da un decennio e che rimangono al potere, nel bene e nel male. La prima prova di leadership del “nuovo Pelé” è partita con un’inciampata dietro l’altra: il pianto forse più isterico che liberatorio dopo il gol con la Costa Rica, la sceneggiata contro il totem Thiago Silva che gli ha alienato – ce ne fosse stato bisogno – le simpatie dello spogliatoio verdeoro.

E poi questo fatto costante di essere uno dei calciatori, degli uomini più soggetti alla forza di gravità: contro la Svizzera, ci hanno fatto sapere gli statistici, Neymar ha battuto il record dei falli subiti, impresa non impossibile se te li vai a cercare. Con la Costa Rica ha preferito lasciarsi andare all’amata terra dopo uno sfioramento in area piuttosto che tirare in porta da ottima posizione: l’arbitro ci era pure cascato, ma “O Ney" ha fatto conoscenza col Var. La sensazione è che, stile Facebook, tra loro sarà una relazione complicata. Corredata esternamente dalla “carbonara" realizzata appositamente dal suo hair stylist e che ha scatenato i fantasisti del web, la testa di Neymar non sembra ancora sintonizzata, insomma, sulle frequenze di un Mondiale da uomo guida.

E i suoi comportamenti in campo e fuori, questa perenne aurea di bambino capriccioso e viziato (pensate anche ai bisticci di questo primo anno parigino), innescano quella voglia di ribaltone solo per vedere la sua faccia, il pianto di bimbo messo in castigo. Se invece vuole fare il bravo e spiegare le ragioni, da oggi al 15 luglio, della sua ascesa nell'Olimpo della pelota, nessuno più contento di noi occasionali, che a questi giorni chiediamo soprattutto emozioni. E niente contro la Seleçao, ribadisco. Anzi. E la Germania? No, dai, non scherziamo: fuori, fuori che ci sentiamo soli.

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