© Rassegna Stampa
© Rassegna Stampa
Ben venga il tris di fallimenti se servirà a cambiare le cose in modo concreto. Bisogna provare a ripartire dal valore perso dell'unione
© Rassegna Stampa
© Rassegna Stampa
Per un attimo, vorrei immaginare cosa avremmo pensato e scritto se quei rigori con la Bosnia fossero finiti in un altro modo. Scommetto che da qualche parte, un “Eroici!” sarebbe scappato. Di sicuro avremmo cominciato a ragionare sulle prospettive mondiali: passeremo il primo turno? Dove arriveremo? E se confezionassimo un miracolo stile Euro 2021, dai, stiamo parlando di solo cinque anni fa...
Saremmo diventati ultrà del “penso positivo” e non avremmo certo parlato di dimissioni, di sistema da rifondare e delle nuove generazioni cresciute senza mondiale (che poi, siamo sicuri che ai bambini manchi il Mondiale di calcio?).
Invece ci ritroviamo a commentare il terzo disastro consecutivo con la consapevolezza che in dodici anni, dalla serataccia di Italia-Uruguay a Natal e la precoce eliminazione da Brasile 2014, non abbiamo fatto nulla per cambiare le cose. Un po’ come quegli studenti rimandati a settembre che si presentano all’esame di riparazione sperando che, in qualche modo, con un po’ di fortuna e una spintarella possano essere promossi all’anno successivo. Magari, appunto, battendo ai rigori la Bosnia ai Playoff.
Ben venga quindi il tris di fallimenti, possiamo credere che stavolta, almeno, si passi al concreto senza tanti bla bla bla. Perché la situazione non è Gravina, ma gravissima. Il Presidente Federale, da numero 1 del calcio, è per forza il principale responsabile dei disastri. Ha messo la faccia con Gattuso in una conferenza stampa a tratti surreale. Ma entrambi si trovavano in quel posto, insieme a Buffon, da uomini soli. Gravina alle ultime edizioni era candidato unico ed è stato eletto, logicamente, con percentuali bulgare. Gattuso è stato messo in panchina anche perché non c’erano grandi alternative: l’uomo del popolo, l'eletto salvatore della patria Claudio Ranieri aveva infatti detto no. "Rispetto l'Italia, ma sono della Roma", un po' come fanno tutti nel calcio: prima viene il club, vale per giocatori e tifosi. Il fuoco sacro della Nazionale, che hanno tanti paesi fuori dall’Italia, da noi arde sempre di meno. Vestire l’azzurro è spesso una scocciatura.
Dicevamo di Gravina e Gattuso, ieri sera uomini soli davanti al plotone d'esecuzione.
Ma essere solisti è un po’ diventata un’abitudine nello sport italiano. Siamo tutti Sinner, Antonelli, Bezzecchi, Brignone, quelli dell’atletica e dello sci. Siamo tanti singoli, tifiamo per atleti, non più per una squadra. Proviamo a ripartire da questo, da un valore perso, quello dell'unione. Servirà rimboccarsi le maniche e fissare sul calendario la data dell’8 giugno 2030, quando cominceranno i prossimi Mondiali diffusi. Ci vuole una rivoluzione strutturale, tecnica, culturale. Ma oggi, primo aprile 2026, non vediamo nessuno che abbia pronta la ricetta giusta. E, purtroppo, non è uno scherzo.