COPA DEL REY

Matarazzo batte il Cholo ed entra nella storia: il record americano e le origini italiane nel cuore

L'allenatore nato nel New Jersey, 48 anni, ha guidato la Real Sociedad al trionfo in Coppa sull'Atletico di Simeone: il suo percorso e la dedica speciale

di Paolo Borella
19 Apr 2026 - 11:53
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Negli States lo hanno già incensato come il primo allenatore nato sul suolo americano a conquistare un trofeo nei top 5 campionati europei, un vero e proprio record. Sono però le origini campane a legare indiscutibilmente all'Italia coach Pellegrino Matarazzo, fresco di vittoria in Copa del Rey contro l'Atletico Madrid del Cholo Simeone. 

Coach prima di mister perché per il 48enne tutto è iniziato da Wayne, New Jersey, dove è nato nel 1977. Lì i primi passi di un lungo percorso che lo ha trasformato da sconosciuto a idolo dei tifosi di San Sebastian, portato in trionfo per un trofeo che al club mancava dal 2021, anche se in quel caso il Covid e gli stadi a porte chiuse non permisero la celebrazione collettiva. Stavolta, invece, la quarta Copa è stata festeggiata da tutti e dedicata a Aitor Zabaleta, tifoso della Real Sociedad assassinato nel 1998 prima di un match contro l'Atletico. 

Una tradizione calcistica che continua orgogliosa nei Paesi Baschi, da Xabi Prieto a Oyarzabal, il campione d'Europa che ha scelto di restare da capitano per onorare quella maglia numero 10 così pesante. A portare in alto i colori biancoblu anche il "nostro" Matarazzo, che dopo il successo nel derby sull'Athletic Bilbao in semifinale ha avuto la meglio anche sull'Atletico. Ai rigori, grazie alle parate sui penalty di Sorloth e Alvarez da parte di un altro giocatore cresciuto nel settore giovanile come Marrero, il portiere di Coppa scelto dall'allenatore italoamericano davanti al titolare Remiro. 

"Non siamo stati perfetti, ma contava l'atteggiamento e provare a controllare la partita. Così è diventato il giorno più bello della mia vita calcistica", ha detto Matarazzo a fine gara, con medaglia al collo e prima di provare a "rubare" un paio di birre dalla sala conferenze per condividerle con i suoi giocatori. Un brindisi partito da un'adolescenza dedicata al calcio negli Stati Uniti, quando non era certo lo sport più popolare dall'altra parte dell'Oceano. 

A quei tempi, Pellegrino cantava Nino D'Angelo (che lo ha incoraggiato con un videomessaggio prima dell'Atleti) e Toto Cotugno mentre allo stadio tifava gli azzurri ai Mondiali americani del 1994. Il papà avellinese gli ha trasmesso la passione per il football e il tifo per i Lupi, mentre ha seguito le tracce delle origini materne di Agnone Cilento (Salerno) tornando in Italia con la speranza di un provino per la Salernitana. Quel giovane attaccante alto quasi due metri, forte fisicamente prima di tutto, dovette però accontentarsi di un breve passaggio alla Nocerina prima di tornare negli Usa. 

Dove completò gli studi con una laurea in matematica alla prestigiosissima Columbia University, ma non ha mai lasciato del tutto il sogno del calcio, nonostante lo aspettasse un redditizio lavoro nel mondo della finanza. La terza strada del pallone, prima della quarta spagnola di pochi mesi fa, si aprì in Germania. Norimberga, anni da giocatore nelle serie minori, e poi l'amore per lo sport incanalato nella nuova vita da allenatore. 

Al corso per fußballtrainer, Matarazzo ha la fortuna di condividere la stanza con Julian Nagelsmann, un altro giovane che farà un po' di strada fino ad arrivare a Bayern Monaco e nazionale tedesca. Prima, insieme, l'Hoffenheim: Pellegrino è vice di Julian, e tornerà da primo allenatore dal 2023 al 2024 dopo la parentesi allo Stoccarda, riportato in Bundesliga. 

Un anno in attesa di panchina fino a dicembre 2025, quando la Real Sociedad in crisi nera lo ha scelto per sostituire Sergio Francisco. La storia recentissima parla per lui: la squadra passa dal +3 dalla zona retrocessione all'inseguimento del quinto posto che in LaLiga dovrebbe valere la Champions. La cavalcata in Copa ha fatto il resto, con la serata della Cartuja di Siviglia a spazzare via la diffidenza iberica nei confronti dell'italoamericano a cui nessuno ha regalato nulla. 

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