Italia Campione del Mondo 2006: storia e segreti del capolavoro di Lippi vent'anni dopo
Il 9 luglio 2006 l'Italia vinceva il suo quarto Mondiale. A vent'anni dal trionfo di Berlino, riviviamo il capolavoro azzurro tra aneddoti e retroscena.
di Enzo PalladiniSì, era in questo millennio. Per meglio dire, in questo secolo. Diciamocelo chiaramente: è successo vent’anni fa, come oggi. Era il 9 luglio del 2006, Italia campione del mondo. Sono passate due generazioni calcistiche se pensiamo ai normotipi, una generazione se tutti fossero come Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Però i ragazzi che hanno affrontato in questi giorni l’esame di maturità non erano ancora nati. Traduzione: un tempo relativamente breve per una vita umana, un lasso infinito per una vita calcistica. Da allora, azzurro ha sempre solo fatto rima con fallimento: fuori ai gironi nel 2010 e nel 2014, nemmeno qualificati nelle tre successive edizioni. Essere adolescenti è sempre stato complicato, ma i boomer e la Generazione X almeno si sono goduti due Mondiali, quello leggendario del 1982 e quello meno poetico ma altrettanto emozionante del 2006, quest’ultimo condiviso con i Millennials. Almeno quello.
In questo 2026, l’Italia calcistica è convinta di aver toccato il fondo e sta affrontando grandi cambiamenti per cercare di rialzarsi. In quel 2006, l’Italia calcistica era convinta di aver toccato il fondo e stava pensando a una rivoluzione per provare a risollevarsi. Era da poco esplosa la bomba di Calciopoli, molti giocatori di quella Nazionale erano tesserati per squadre coinvolte. Addirittura, c’era qualcuno che agitava il classico slogan: “Restiamocene a casa”. Non era ipotizzabile giocare partite di quell’importanza attendendo conseguenze sicuramente afflittive per molti (la sentenza sportiva di primo grado sarebbe stata emessa il 14 luglio), il rischio secondo i commentatori più autorevoli era quello di raccattare figuracce senza precedenti. In pratica quelle che sarebbero arrivate in seguito.
Marcello Lippi, il ct di quella Nazionale così poco credibile alla vigilia, mise insieme un capolavoro non tanto tattico o strategico, ma psicologico. Riuscì a cementare un gruppo che non aveva un leader assoluto, ma che non aveva punti deboli evidenti. Andando a rileggere i commenti premondiali dell’epoca, si parlava di una Nazionale italiana operaia, con qualche picco di talento posseduto però da giocatori non in perfette condizioni fisiche. Però, proviamo a leggere la lista dei convocati partendo dal basso, dagli attaccanti: Luca Toni, Francesco Totti, Alberto Gilardino, Alessandro Del Piero, Filippo Inzaghi, Vincenzo Iaquinta. Nomi che adesso non compaiono nemmeno nei nostri sogni più ottimistici. C’erano quattro giocatori del miglior Palermo che si sia visto nella storia: Fabio Grosso, Cristian Zaccardo, Andrea Barzagli e Simone Barone. E poi la difesa: Fabio Cannavaro, Alessandro Nesta, Marco Materazzi tanto per dire. Andrea Pirlo in regia, Rino Gattuso a raccogliere palloni utili, Mauro German Camoranesi che volava sulla destra. Ah, Gigi Buffon in porta. Ma quali operai? Il guaio è che eravamo abituati troppo bene e non potevamo sapere quello che sarebbe successo nei vent’anni successivi.
In campo, come se niente fosse. L’esordio del 12 giugno contro il Ghana, al di là di qualche sofferenza negli scontri fisici, andò via liscia. Un gol per tempo, Pirlo nel primo tempo raccogliendo un corner corto di Totti e Iaquinta nel secondo, firmarono una vittoria (2-0) che diede a Lippi molti spunti interessanti. Il modulo scelto era il 4-3-1-2 con Totti trequartista alle spalle di Gilardino e Toni, poi sostituiti da Del Piero e Iaquinta, autore del gol della sicurezza. L’unica prestazione zoppicante degli azzurri fu quella della seconda partita contro gli Stati Uniti. Il vantaggio (testa di Gilardino su cross di Totti) durò appena cinque minuti perché arrivò l’autogol di Zaccardo, una carambola sfortunatissima. Quello sarebbe rimasto poi l’unico gol su azione subito da Buffon in tutto il torneo. Bastava un pareggio contro la Repubblica Ceca di Rosicky e Nedved, partita che sembrava mettersi male per l’infortunio serio di Nesta. Invece entrò Materazzi che poi avrebbe scritto la storia. Tanto per cominciare mise a segno quasi subito di testa il gol dell’1-0. Gli azzurri raddoppiarono con una lezione di egoismo propositivo di Pippo Inzaghi che anziché servire Barone liberissimo, andò fino in fondo e si prese la gloria del 2-0. Pippo, maestro in queste cose, la girò a suo favore: "Non ho passato quel pallone a Barone perché così gli ho evitato una brutta figura. È stato un gesto di altruismo". Italia qualificata e prima nel girone.
Germania e Italia non sono così lontane, eppure quello spazio che sta in mezzo faceva da cuscinetto. Gli echi strazianti delle vicende di Calciopoli arrivavano attutiti, come in una stanza insonorizzata. A Casa Azzurri si pensava al dopo, all’Australia. Partita che doveva essere vinta in carrozza e che invece i Socceroos ci fecero penare. Partita appiccicosa, con gli australiani capaci di chiudere gli spazi e l’Italia a un certo punto in dieci per l’espulsione di Materazzi (fallo su Bresciano). La prospettiva a un certo punto era quella di giocare i supplementari in inferiorità numerica ma al 93’ una sterzata di Grosso venne incrociata da un tocco di Neill. Il rigore lo segnò Totti e quello sarebbe stato l’unico gol del suo Mondiale (riuscì a esserci in extremis recuperando da un gravissimo infortunio) e quindi merita di essere raccontato con le sue stesse parole: “Quando hanno fischiato il rigore si sono allontanati tutti e io ho deciso di andare sul dischetto. Ho pensato di fare il cucchiaio, parlando tra me e me. Guardo il portiere, grossissimo, mentre la porta sembrava davvero piccola. Sarebbe stato il primo gol dal mio ritorno dopo l’infortunio e così ho pensato di calciarlo come meglio sapevo, di interno, forte. Ero concentrato, sicuro che lo avrei segnato. Se non avessi segnato sarebbe stata dura ai supplementari. È stato il rigore più pesante che io abbia calciato nella mia carriera, anche più di quello a Van der Sar agli Europei del 2000”.
A quel punto il minimo sindacale era stato raggiunto, i quarti di finale erano un traguardo onorevole. Però i giocatori ci avevano preso gusto e l’Ucraina non era esattamente l’avversario più terribile che si potesse trovare, Infatti, l’Italia la vinse senza soffrire troppo. Fu Zambrotta a sbloccare il risultato quasi subito con Zambrotta. Poi finalmente nel secondo tempo si sbloccò Luca Toni, capocannoniere del campionato con la maglia della Fiorentìna, che realizzò una doppietta e mandò in archivio anche la sfida contro Andriy Shevchenko e i suoi giovani scudieri.
Il vero capolavoro di quel Mondiale fu la semifinale contro la Germania, disputata a Dortmund il 4 luglio. Una partita durissima, con una prevalenza dei padroni di casa nei novanta minuti regolamentari, finiti sullo 0-0 grazie a una prestazione super di Gigi Buffon. Ma nei supplementari, Marcello Lippi mise a frutto tutte le sue doti di stratega, schierando un’Italia a trazione anteriore: Del Piero, Iaquinta e Gilardino insieme a Francesco Totti. Già all’inizio, i padroni di casa vennero salvati dai legni colpiti da Zambrotta e Gilardino. Poi l’apoteosi al 118': calcio d'angolo, palla ribattuta, Pirlo si inventò un passaggio spettacolare per il sinistro di Fabio Grosso che sul palo lontano trovò la rete dell'1-0. "Non ci credo" si mise a urlare il difensore sinistro azzurro, mentre Marco Materazzi abbracciava l'arbitro di quella partita per esultare in maniera speciale quella rete. In quell’ultima manciata d minuti, Fabio Cannavaro gettò le basi per il Pallone d’oro che avrebbe conquistato a fine stagione, con alcuni straordinari interventi in anticipo sugli avversari. Da uno di questi si mise in moto la ripartenza che ci portò in paradiso grazie al gol del 2-0 segnato da Alex Del Piero.
Mancava solo la finale, contro una Francia fortissima guidata da Zinedine Zidane alla sua ultima recita in assoluto. Aveva già annunciato che avrebbe lasciato il calcio giocato dopo quella partita. Una notte, quella di Berlino, che senza scendere troppo in particolari può essere riassunta in alcuni momenti salienti. Istantanea 1: Malouda al 7’ si fece atterrare – con una certa destrezza – da Materazzi in area. Rigore per la Francia, segnato da Zidane non senza rischio, traversa e palla dentro poco dopo la riga. Istantanea 2: al 19’ Pirlo andò a battere un calcio d’angolo. Traiettoria perfetta su cui Materazzi andò a saltare a un’altezza vertiginosa, molto sopra Vieira che lo contrastava. Palla in rete e 1-1, risultato rimasto fino al 90’ e poi nei supplementari. Istantanea 3: nel secondo tempo supplementare, a un certo punto, da uno scambio di battute (adesso non stiamo a ricordare quali battute) tra Zidane e Materazzi scaturì una reazione furiosa, con la testata del capitano francese all’azzurro, ribaltato a terra. Il fallo, segnalato all'arbitro Elizondo dal quarto uomo Cantalejo, l'espulsione diretta del capitano francese. Istantanea 4: Fabio Grosso andò sul dischetto per il quinto rigore azzurro, Italia in vantaggio 4-3 grazie all’errore di Trezeguet. Gol di Grosso e Italia campione del mondo per la quarta volta, contro ogni pronostico e in un certo senso anche contro ogni logica.
Sul sito della Fifa troviamo alcune curiosità che ci fanno capire quanto sia stato importante lo spirito di gruppo in quel trionfo. Una vera e propria cooperativa. “Dieci uomini hanno segnato per l'Italia in Germania – un record per una Coppa del Mondo, condiviso solo con la Francia del 1982. Pirlo, Iaquinta, Gilardino, Materazzi, Inzaghi, Totti, Zambrotta, Toni, Grosso e Del Piero hanno realizzato insieme i 12 gol della Nazionale. Toni e Materazzi hanno realizzato due gol a testa. Solo un'altra squadra vincitrice ha avuto un capocannoniere con meno di quattro gol: la Francia del 1998, per la quale Thierry Henry ha segnato “solo” tre volte. La squadra vincitrice della Coppa del Mondo con meno marcatori è stata la Spagna del 2010, per la quale hanno segnato solo David Villa, Andres Iniesta e Carles Puyol”.
Legato a quel titolo Mondiale c’è anche un aneddoto legato alla redazione di Sportmediaset. All’epoca era in edicola ogni lunedì il settimanale Controcampo, nato da una sinergia tra Mediaset e Mondadori. Era il primo giornale tutto a colori, quando i quotidiani avevano ancora moltissime foto in bianco e nero. A corredo del giornale c’erano altre iniziative editoriali, tipo libri, calendari, videocassette e collezioni di poster. La mattina del 13 giugno, il giorno dopo la vittoria nella prima partita contro il Ghana, il direttore Ettore Rognoni convocò i giornalisti che si occupavano di Controcampo e disse: “Scegliamo insieme una dozzina di belle foto degli azzurri e prepariamo una poster-collection, perché l’Italia vince il Mondiale”. Gli editori erano disposti a rischiare e l’operazione andò avanti. Il 9 luglio era praticamente tutto pronto, mancava solo la copertina da costruire con una delle foto d’agenzia che sarebbero arrivate da Berlino. La mattina del 10 tutto questo venne portato avanti, martedì 11 la poster-collection era ìn edicola, in anticipo su tutto e su tutti. Un notevole successo editoriale.
Era in questo millennio, in questo secolo. Ma sì, vent’anni fa. Questa storia i poteva raccontare al passato prossimo o al presente storico. È stato scelto il passato remoto non a caso. Serve per capire che nel calcio è un periodo lungo e che l’Italia comincia a soffrire per tutti questi anni senza vittorie. È ora di cambiare qualcosa, perché notti come quella di Berlino sono troppo belle da vivere, anche a distanza.