Tifo, fango, sudore e birra: Resegup da mito, impossibile resistere
Per la sesta volta sul Resegone seguendo il richiamo del superclassico lecchese di fine primavera
di Stefano Gatti© Luciana Corti
Me lo ricordo come se fosse ora, ma sono passati almeno dieci anni: sfilavo Lecco diretto in Valmalenco e alzavo gli occhi verso il Resegone pensando: ma che gara è dal lungolago fin lassù e ritorno? Non la farò mai, non ce la farò mai! Un decennio più tardi, di quella skyrace che allora era ai suoi… primi passi ne ho corse non una, non due, non tre ma addirittura sei edizioni delle quindici totali. La Resegup ormai ce l’ho nel cuore (oltre che nelle gambe e nei polmoni). Sapete quando vi iscrivete ad una gara senza neanche pensarci, senza pensare alle possibili alternative, solo perché c’è e voi non potete mancare? La Resegup è questo per me: una dichiarazione d’amore. Ti iscrivi senza pensarci, le dai tanto del tu quasi con incoscienza. Se sei nel tuo flow (e a giugno uno skyrunner con ambizioni da grandi eventi estivi lo è), non la prepari nemmeno: la corri e basta. Prendi e vai a Lecco il primo sabato di giugno perché è normale farlo. No, perché è l’unica cosa "sensata" da fare. Mi capita solo con poche altre gare di corsa sui sentieri: la VUT in versione skyrace, la marathon di Valtellina Wine Trail, il Kima Extreme Skyrace (non il Trofeo, ormai fuori dalla mia gittata) e poi… tutte quante le gare che riesco ad andare a correre in Sardegna.
© Damiano Benedetto
Il pregara è business è usual: piacevolissime abitudini che fanno da marcia di avvicinamento al momento della partenza. Lascio per tempo la macchina alle Meridiane, scendo con studiata calma al quartier generale di Piazza Garibaldi per ritirare pettorale e pacco-gara, rifaccio il “vertical” verso la macchina e poi torno a quota lago per cambiarmi in Piazza Affari. In pratica, riscaldamento fatto! Quattro chiacchiere con gli amici Silvano Gadin e Maurizio Torri, pianificando qualche uscita insieme nelle prossime settimane (tra l’Etna e il Tor) stemperano la tensione crescente. Prima di entrare in griglia però c’è la tradizione del pranzo. Sì perché la Resegup si corre al pomeriggio: è il suo bello, e anche uno dei segreti del suo successo e una linea di demarcazione tra correrla come si deve e sopravviverle senza troppi danni, fino alla prossima! Raggiungo la vicina Piazza Cermenati (vecchia sede dell’arrivo della gara e oggi uno dei passaggi più emozionanti ormai in vista del traguardo) e risolvo in fretta l’annuale dilemma: pizza o hamburger? Tocca a quest’ultimo, accompagnato da una bella porzione di patate al forno. Per favore, non fate come me se volete chiudere la Resegup sotto le quattro ore, cosa che a me è riuscita solo nelle mie prime due partecipazioni. Mi alzo dalla panchina di sasso bello sazio e - avviandomi agli spogliatoi - mi ritrovo a pensare: chissà come si comporterà tra due o tre ore da qualche parte lassù il mio lauto pranzo?
© Damiano Benedetto
Prendo posto nella pancia di una griglia da milletrecento unità: un buon numero di top runners, tanti scalmanati che puntano in alto (e non solo nel senso dei milleottocentosettantasette metri del Resegone), tantissimi amatori ma soprattutto amanti della fatica e altrettanti scappati di casa. Escluse le prime due tipologie, sono sempre indeciso a quale delle due restanti aderire. L'adrenalina schiuma sempre di più man mano che i numeri del conto alla rovescia rimpiccioliscono ma non c'è tensione, o almeno la mascheriamo bene. Tutti allegri e sorridenti, pronti a scattare in avanti. È un altro dei segreti della Resegup, forse quello che lo distingue in più da altri eventi simili: la posta in palio è alta ma nessuno sembra farsene un cruccio. La parte alta della montagna è ancora nascosta dalle nuvole ma lo spirito è completamente sereno. Aiuta molto (almeno per me è così) essere in tanti, accomunati dalla stessa missione verticale. Ci rifletto e mi dico che non so scegliere cosa preferisco: la comfort zone di una giornata come questa o il brivido di correre una skymarathon (mi capita spesso in Sardegna) dove al via siamo trenta-quaranta, a volte meno. È un dilemma tuttora irrisolto e tutto sommato preferisco che resti tale.
© Damiano Benedetto
Ci muoviamo puntualissimi alle quattordici e trenta per un primo tratto cittadino su asfalto che non concede praticamente tregua. Non si può mai smettere di correre, puntando per quanto possibile (il gruppo è ancora compatto) a prendere la corda di ogni svolta stradale, tipo formula uno alla ricerca della traiettoria più breve. Lungo le vie cittadine tanto pubblico e tanto tifo, tanto incoraggiamento. Serve tutto per andare via a testa bassa ed entrare in gara sul lato chiaro della forza (e della fatica). Altro che Guerre Stellari, però: qui si tratta di tenere i piedi ben piantati per terra. Primo cambio di scenario in avvicinamento alle frazioni alte di Lecco: alle larghe strade cittadine e alle svolte ad angolo retto si sostituisce un lunghissimo vertical su larghi (e non sempre di facile interpretazione) gradini di acciottolato. Testa bassa più di prima, è meglio. Se alzi lo sguardo il panorama è impietoso, a tratti dantesco: centinaia di schiene curve e già sudate davanti agli occhi!
© Giuseppe Rota
Il primo punto di ristoro anticipa un graduale cambio di scenario. Tranne brevi tratti “residui”, l’asfalto diventa presto un ricordo, l’acciottolato di cui sopra cede malvolentieri il passo alla mulattiera e i sentieri nel bosco non sono poi così lontani. Mi resta solo il tempo di pensare che tra qualche ora - di ritorno nella località di Acquate - troverò un plotoncino di bambini fare a gara tra di loro a metterci in mano un mezzo bicchiere di birra. Ne approfitto ad anni alterni ma quest’anno penso proprio che lo farò! Sfiorato il piazzale di partenza della funivia dei Piani d’Erna, puntiamo verso alcuni dei passaggi più caratteristici della prova. Sorrido un po’ di traverso quando vedo le case di Costa, dove siamo tutti indistintamente accolti da un incredibile tifo da stadio. Sbuchi da una curva e ti sembra di essere sullo Stelvio o sull’Izoard: si avanza dentro un sentiero delimitato da muretti a secco, un metro sotto il livello dei prati circostanti: corri dentro una buca con tutto il tifo intorno: indescrivibile, assordante, da pelle d'oca. Viene da applaudire chi ti applaude e di alzare ripetutamente le braccia chiedendo ulteriore incitamento. Dura poco, poche decine di metri ma il bis è solo pochi minuti più avanti ed è anticipato da un curioso effetto sonoro. Lasci la prateria per infilarti nel bosco ma - non ancora spente le voci di sotto - ecco queste ultime mescolarsi già con quelle della torcida in agguato al soprastante Rifugio Stoppani, dove inizia (e poi finisce) l’anello alto della Resegup. Fanno sette-otto minuti di delirio e di passione: per chi corre come per ci guarda. Smarcato il ristoro, via di nuovo nel fitto della vegetazione, soli (si fa per dire, milletrecento…) con la nostra fatica.
© Mauro Piazza
Il sentiero della Sponda richiede applicazione, spirito di sacrificio e un passo costante, senza incertezze. Non ne siamo ancora fuori (dal bosco). Occorre toccare il punto panoramico dell’ex ristoro delle Bedulette perché il panorama inizi ad aprirsi sul Resegone vero e proprio. La vegetazione d’alto fusto si abbassa fin quasi a sparire lungo il traverso che porta a Piano del Fieno, dove si entrare nell’anfiteatro di rocce della montagna, con passaggi a tratti tecnici che ci permettono di guadagnare “rapidamente” quota. Il passo invece rallenta, le mani toccano spesso e volentieri la roccia, offrono sicurezza e un valido aiuto alle gambe. In attività da quasi un anno e reduci da ben tre skymarathon in Sardegna nell’arco di tre mesi (Limbara, Villacidro e Pattada), le mie affidabilissime Cascadia 18 by Brooks non si rassegnano ancora al pensionamento e mordono il terreno come fossero nuove. Da Pian Serada in avanti il tratto sky della gara è bello “in piedi” ma fondamentalmente breve. Ancora per poco nascosto alla vista, il Rifugio Azzoni, appollaiato appena sotto la cresta spartiacque e sotto il castello di roccia della vetta, già si annuncia indovinate come? Ma certo, con l’ennesima e imminente dose di adrenalina da tifo indiavolato. Ci arrivo dopo due ore e quarantadue minuti di gara, evitando accuratamente di pensare che il primo uomo (Luca Del Pero) ha chiuso laggiù in centro la missione-vittoria da una ventina di minuti e che la prima donna (Cecilia Basso) non è lontana dal traguardo… Afferro un po' di frutta e butto giù un bicchiere di Coca-Cola bella fresca, poi scavalco la cresta che separa il versante lecchese del Resegone da quello bergamasco e inizio ad abbassarmi su roccette e sentiero verso la Valle Imagna senza pensarci troppo, nel senso che provo a mollare tutto in vista dell’ultima salita di giornata. La discesa dritto per dritto o quasi finisce all’improvviso per dare inizio - ormai di nuovo nel fitto della vegetazione - ad una un bel po’ più dolce ma godibilissima verso il punto di ristoro delle Fornasette: in buona sostanza il punto più remoto rispetto al campo base lecchese e quindi l’inizio dell’itinerario di ritorno. La salita nel bosco verso il Passo del Giuff è uno dei tratti che temo di più dell’intero menu di giornata. Ne ho un ricordo parecchio “sofferto” dalla mia quinta partecipazione un anno fa ma - fortunatamente! - oggi è tutta un’altra storia e raggiungo senza grandi patemi lo stretto intaglio del Giuff che ci riporta su versante lecchese. Non è solo questione di mettersi alle spalle buona parte delle difficoltà. Sono proprio la vista del lago laggiù in fondo e la sensazione di fare ritorno “a casa” a metterci le ali. A me di sicuro: per quanto restino ancora una decina di chilometri, impiegherò un’ora e un quarto circa a completare la missione-finisher, correndola tutta da qui a Piazza Garibaldi, tranne brevissime pause camminate.
© Giuseppe Vega
Giù di volata insomma fino ai Piani d’Erna, raggiunti al culmine di una stradina ripida ma troppo breve per fare male. Il bello viene subito dopo, lungo un sentiero tanto ripido quanto fangoso (ha piovuto molto nei giorni scorsi e anche oggi di primo mattino) ma soprattutto responsabile delle tante chiazze di terra che molti di noi… sfoggiano “orgogliosamente” (o forse solo inevitabilmente) sulle terga al traguardo. Le scivolate infatti si sprecano. Riesco ad evitare di mettere il sedere a terra (appunto) ma il ritmo ne risente. Per fortuna finisce presto e il ritorno al Rifugio Stoppani (chiusura del giro alto) ci permette di fare di nuovo un po’ di velocità. Tranne brevi tratti, da qui fino al traguardo la traccia di gara è quella dell’andata. Pregusto già il punto-birra di Acquate e quando raggiungo Piazza della Vittoria devo solo scegliere quale bicchiere afferrare tra i sette-otto che mi vengono allungati "a grappolo" da bimbi sorridenti ai quali mancano ancora almeno dieci anni per apprezzare come si deve la deliziosa bevanda. Trangugio alla svelta pensando che i casi sono due: o mi taglia le gambe o mi spara giù fino al traguardo. Direi la seconda, almeno per oggi, visto che sull’acciottolato che mi aveva fatto sudare copiosamente in salita me la sbrigo con disinvoltura, prendendo il passo giusto sui gradini (in pieno flow, rieccolo), fino a completare tre o quattro sorpassi di quelli senza diritto di replica.
© Barbara Masa
Ormai è fatta: il tratto cittadino vola via tra gli applausi del pubblico dell'ora dell'aperitivo e l'impagabile soddisfazione di averla portata a casa anche questa volta: lei, la Resegup e me stesso tutto intero, solo molto sudato e infangato. Corro giù a passi lunghi per il caratteristico vicoletto che sfocia in Piazza Cermenati, mi godo fino al midollo l’ennesima razione di applausi e di “cinque” lì e sul lungolago, poi non resta che la sinistra-destra per Piazza Garibaldi e red carpet finale (ah no, è verde!) che “attacco” dopo aver girato all’indietro il cappellino. Missione compiuta con cinque minuti d’anticipo sul tempo finale dell’anno scorso, in condizioni ambientali tutto sommato simili. A sessantadue anni compiuti da poche giorni è il massimo che mi posso permettere e al tempo stesso un gran bell’accontentarsi!