Il brivido dell’imprevisto: Dolomyths Run Skyrace, una tredicesima... a caro prezzo
Il classico appuntamento trentino di metà luglio a Canazei si conferma una prova senza compromessi e dal fascino irresistibile
di Stefano Gatti© ENDUpix
Da quando in qua la tredicesima “cade” (più avanti mi spiego meglio…) alla metà di luglio? Beh, non stiamo certo parlando di emolumenti extra di fine anno. Piuttosto, della mia tredicesima gara agonistica del 2026, in netto anticipo sulla tabella di marcia che di solito a dicembre si chiude con una ventina di pettorali messi via e gelosamente conservati, chissà poi perché. Raggiungo Canazei (in provincia di Trento) alla vigilia della mia terza partecipazione alla Dolomyths Run, come sempre ospite del comitato organizzatore trentino che qui (così poi non ci penso più) approfitto per ringraziare ancora una volta, bello impaziente di schierarmi per la terza volta al via della sua prova clou: la Skyrace da ventidue chilometri e quasi duemila metri di dislivello positivo nella quale ho debuttato nel 2023. Per poi fare ritorno in questo angolo fatato della Val di Fassa lo scorso anno, questa volta nel format rimaneggiato (diciassette chilometri circa) causa maltempo in quota e segnatamente dalle parti del Piz Boé, punto culminante della prova.
© Stefano Giovanni Gatti
Scendo anche questa volta al comodissimo Hotel Astoria: a poche centinaia di metri dal campo base di Piazza Marconi e appena fuori dalla mini-movida del centro di Canazei. Già pregusto le delizie del suo ristorante e di più ancora la spettacolare merenda di metà pomeriggio nel suo salotto alpino, della quale approfitterò senza risparmio. Le procedure pre-gara filano via lisce e - timbrato il briefing in piazza e la presentazione dei toprunners - mi concedo una cena leggera ma succulenta e a seguire una breve passeggiata serale con vista sulle spettacolari montagne che circondano la conca di Canazei. Siamo suppergiù cinquecento al via della skyrace e decido di schierarmi a centro gruppo, quanto basta per non dare troppo nell'occhio con il mio pettorale da wild card, troppo basso per essere vero...!
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Al segnale di partenza, preceduto dall’efficace speech motivazionale della speaker poliglotta Silvia Vaia che fa gli onori di casa (essendo lei di queste parti), ci lanciamo in avanti per la prima sgroppata subito in salita tra le vie del paese, che lasciamo nel giro di una manciata di minuti per incamminarci (ma come, di già?) parecchio sbuffanti su per una pista da sci nella foresta (e più avanti su prateria alpina), diretti ai 2239 metri di quota di Passo Pordoi. Al di là della statale inizia il primo tratto impegnativo (non certo l’unico) del menu di giornata: la risalita verso la mitica Forcella Pordoi, dalla quale già arriva la voce di Maurizio Torri che accompagna gli ultimi passi verso il valico (e l’omonimo rifugio) dei primi. Beati loro! A me, a noi, tocca un lungo traverso tra prati e poi roccia e ghiaioni in direzione degli infiniti zig-zag del canalone finale. Se non altro, avvicinandoci alla parte alta di questo tratto, le pareti dolomitiche del Sella offrono riparo dal sole che inizia a farsi sentire. Il clima peraltro è quello ideale per correre una gara di questo tipo. Un anno fa da queste parti eravamo imersoi nella nebbia fitta.
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Raggiungo i 2848 metri di Forcella Pordoi con comodissimo anticipo (più di mezz’ora, eh si fa quel che si può) sul cancello delle due ore e mezza di gara ma soprattutto entro le due ore dal segnale di partenza e addirittura con qualche minuto di vantaggio sul mio stesso tempo (e in condizioni meteo simili) di tre anni fa: non c'è male. Accontentandosi, si capisce! Quando hai superato i sessanta, migliorarsi un anno con l'altro è un lusso. Abbandono lì i bastoncini (torneranno a valle in elicottero), il cui uso non è consentito per ragioni di sicurezza sulle roccette che seguono e mi gusto la traversata - all’inizio in discesa, poi solo leggermente in salita - verso la base della piramide sommitale del Piz Boè, GPM-gara a quota 3152 metri. È uno dei tratti di maggior soddisfazione della gara. Per quanto non esattamente banale, è anche quello che in un certo senso di permette di tirare un attimo il fiato e magari anche di guardarsi intorno. Ad iniziare dalla vicina Marmolada, lo scenario è di straordinaria bellezza.
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Scollinato il punto più alto dell’intero itinerario, fin dai primissimi metri di discesa appena dietro Capanna Piz Fassa (il rifugio di vetta) su terreno ancora impegnativo percepisco una sensazione strana, quasi di scarsa fiducia. Non è solo circospezione, è qualcosa di più, sfiora il disagio. L'imprevisto è sempre dietro l'angolo, anche nelle giornate apparentemente più luminose. Decido senz’altro di assecondare la vocina da dentro e tolgo una marcia, rassegnato a perdere qualche posizione. Incremento comunque il mio margine di vantaggio di sicurezza al secondo cancello orario del Rifugio Boè e affronto sempre un po'... sulle uova le ultime brevi rampe prima della impegnativa discesa a mezzacosta verso il bucolico pianoro della Val Lasties. Uno di noi si stende in un tratto quasi pianeggiante ma sassoso: mi fermo a dare il mio contributo in termini di interessamento, poi proseguo e incespico a mia volta qualche minuto più avanti e più in basso: un taglio sotto al ginocchio. Okay, mi dico: anche oggi abbiamo dato. Oggi è proprio il caso di prenderla calma e - come si dice in questi casi - cercare di portarla a casa senza danni: parole profetiche… ma al contrario, purtroppo! Il sentiero torna all’ombra delle pareti di roccia nel cambio di pendenza in direzione di Pian Schiavaneis. Dal paesaggio lunare della parte alta del percorso e dal sentiero tra prateria e grandi massi siamo ormai passati al single-track nella foresta. Calpestiamo anche i primi tratti di strada bianca, segno che il fondovalle si avvicina e con esso il traguardo. La fiducia sembra tornare.
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La mulattiera fiancheggia ora il Rio di Antermont, sul lato opposto del torrente rispetto al tratto iniziale di questa mattina, per me ormai quasi quattro ore e mezzo fa. Sarà per stanchezza, sarà per distrazione, sarà chissà mai perché, mentre corro a buon ritmo finisco per inciampare. Per mia sfortuna (come altro definirla?) in un punto della strada nel quale la ghiaia (sulla quale magari sarei semplicemente scivolato in avanti) lascia il posto a un fondo di cemento piuttosto grezzo che invece mi catapulta rovinosamente in avanti. Il tempo di capire cosa diavolo sia successo e di rimettermi in piedi, vengo raggiunto dal collega che mi ero messo alle spalle dopo un inseguimento lungo chilometri. Gli chiedo di andare al traguardo e di avvertire che sto arrivando piuttosto malconcio. Poi mi riavvio e ricomincio a correre “di adrenalina” verso il traguardo stesso, distante ormai - ironia della sorte, era quasi fatta - solo poche centinaia di metri. Rimetto piede sull’asfalto, tra le prime case di Canazei, chiedo ad una coppia di rinunciare alla loro bottiglietta d’acqua (grazie ancora!) per versarne il contenuto sul gomito sinistro, sul ginocchio e sulla faccia sanguinanti, mi concedo anche una “bella” abluzione in una vicina fontana e poi via tra gli sguardi attoniti della gente. Mi viene incontro per sincerarsi delle mie condizioni l’amico Diego Salvador del comitato organizzatore. Rassicuro anche e lui e punto alla linea d’arrivo, dove mi aspettano le prime medicazioni alla tenda-ambulanza, per un finale teatrale e un po'... pulp!
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Ormai a venti metri dal fine missione, mi piombano alle spalle come furie - superandomi - due colleghi che hanno deciso (si può essere d’accordo oppure no) di sprintare e di giocarsi “alla morte” una posizione a quel punto mediocre della classifica. Uno dei due mi sfiora, con il rischio di buttarmi a terra e di peggiorare la situazione. A loro scusante, da dietro non si saranno sicuramente accorti che ero in difficoltà.
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Finisce che pago a caro prezzo… la mia “tredicesima” in netto anticipo sulla fine dell’anno e quella che sarebbe stata solo la prima tappa (anzi il primo "tappone", per di più dolomitico) di un tour alpino estivo che nel giro di poche settimane mi avrebbe portato a correre ancora a luglio nell'ordine Monte Rosa Walserweg by UTMB di Gressoney, La Thuile Trail sempre in Valle d'Aosta, MEHT Monte Rosa East Himalayan Trail e poi ad agosto Kima Extreme Skyrace in Val Masino, sottoclou del mitico Trofeo Kima ormai fuori dalla mia portata. Prendila così, non possiamo farne un dramma, avrebbe suggerito Lucio Battisti. Sta nell’ordine delle cose, quando si corre tanto e se lo si fa spesso e volentieri in natura. Una breve pausa per rimettere ordine nel fisico (la testa è già oltre) e poi si riparte: con la motivazione di sempre e con un po’ di esperienza in più nello zainetto. Il traguardo delle venti gare annuali è ancora ampiamente alla mia portata e non è solo questione di quantità.