l'anniversario

Torino, Pulici il simbolo dello scudetto di cinquant'anni fa

Mezzo secolo di Tremendismo: il ricordo dello scudetto 1976 del Torino nel segno di Paolino Pulici

di Domenico Catagnano
15 Mag 2026 - 07:57
Paolo Pulici nel 1976 © Getty Images

Paolo Pulici nel 1976 © Getty Images

Il 16 maggio non è una data qualsiasi sul calendario dell'anima granata, è un confine del cuore. Mezzo secolo esatto dopo quel febbrile pomeriggio del 1976, il Torino Football Club e il suo popolo si fermeranno per ricordare il giorno in cui tornarono Campioni d'Italia. Non fu una semplice vittoria sportiva, fu una festa di popolo, un'esplosione di gioia trattenuta e compressa per ventisette anni. Quello scudetto, sigillato al Comunale dopo l'1-1 con il Cesena all'ultima giornata, divenne subito leggenda. Fu la resurrezione tangibile dopo la tragedia di Superga, la prova che lo spirito degli Invincibili non era morto su quella collina ma si era incarnato nell'orgoglio, nella grinta, nell'aggressività agonistica e nel non arrendersi mai. "Tremendismo", come lo definì Giovanni Arpino, è la parola che sintetizza tutto ciò.

Certo, lo scudetto del '76 fu il capolavoro tattico dell'orchestra di Gigi Radice, l'uomo che portò il calcio totale in Italia, sorretto dalla passione del presidente Orfeo Pianelli. Fu quello delle parate "giaguare" di Luciano Castellini, della roccia difensiva Roberto "Faina" Salvadori, di Mozzini, Santin, Caporale e di un motore incessante chiamato Pat Sala. Fu il titolo dell'intelligenza calcistica di Renato "Zac" Zaccarelli – che portava il dieci di Valentino Mazzola con sacro rispetto –, del "fosforo" e della genialità di Eraldo "Piedone" Pecci, della leggiadria tattica dei cross di capitan Claudio Sala, il "Poeta del gol". E fu, indubbiamente, lo scudetto dei "Gemelli del gol" con Ciccio Graziani nella parte dell'eroe generoso.

Fu certamente tutto questo, ma, a cinquant'anni di distanza, la memoria granata ha compiuto una selezione naturale e spontanea. Col tempo, senza nulla togliere agli altri protagonisti di quel titolo, questo è diventato lo scudetto dell'altro gemello, Paolino Pulici. Nessuno come lui, oggi, rappresenta meglio lo spirito tremendista del Toro. Gianni Brera lo battezzò Puliciclone, ma per i tifosi è sempre stato e sarà soltanto Pupi, uno di casa. Non era solo un attaccante, era una forza della natura. Quel tuffo di testa nell'ultima partita di campionato, quasi disteso a pochi centimetri dall’erba per incollare il pallone arrivato basso e mandarlo in rete fu un gesto atletico eccezionale che nell'istante in cui avvenne diventò un simbolo del Toro.

La vera grandezza di Pulici, ciò che lo rende ancora oggi coscienza viva del tremendismo, sta nell'aver protetto quell'amore mistico con la gente granata nei decenni successivi. Quando ha smesso di giocare ha fatto una scelta radicale e coerente: si è scansato dai riflettori e non si è immischiato nella burocrazia soffocante del calcio moderno, non ha cercato poltrone né ruoli dirigenziali patinati. È rimasto ai margini per dedicarsi a ciò che riteneva più importante: insegnare calcio ai giovani, lontano dal clamore.

Il suo rapporto con la società ha vissuto distanze e incomprensioni, ma il legame con i tifosi è rimasto solido e inscindibile. Pulici non ha bisogno di ruoli: lui è la bandiera perché è rimasto visceralmente granata nel profondo. Non ha dimenticato Superga, ha continuato a frequentare i Toro Club dove non si è mai sottratto a un abbraccio o a una semplice stretta di mano. Non per mestiere, ma per pura appartenenza. Per questo, a mezzo secolo di distanza, se si cerca l'essenza di quello scudetto, è a Pupi che si torna. Perché c'è ancora, e non se n'è mai andato.