Dall'inizio degli anni '80 fino a inizio 2000, circa, il calcio italiano era esattamente come la Premier League attuale: spese clamorose, record su record, campioni (e non solo) acquistati a cifre immani, ma anche artifizi finanziari per coprire buchi di bilancio. La strategia era quella di scrivere a bilancio cifre ad hoc, frutto di scambi ipervalutati tra giocatori di scarso valore, ma senza effettivo deposito di soldi in cassa. Non ci furono condanne, nonostante numerose indagini in merito, perché furono considerate alla stregua di "errori di mercato" senza un progetto preciso dietro. Il disequilibrio portato tra le altre da queste attività creò nei primi anni del millennio problemi tragici alla salute finanziaria dei club. La Fiorentinà fallì nel 2002 e diede origine al famoso Lodo Petrucci, per cui una società fallita poteva riscriversi con un altro nome riacquistando il titolo sportivo della precedente ma venendo declassata di 1-2 categorie. Roma e Lazio affrontarono serissimi problemi economici, ma riuscirono a salvare la situazione. L'altra decisiva chiave fu il Decreto Salva-calcio, o Spalma-debiti. Alle società fu concesso di spalmare a bilancio gli acquisti dei cartellini non caricando su un singolo esercizio ma su ben dieci. Ne usufruirono praticamente tutte le squadre di Serie A, escluse Juventus e Sampdoria. Quando la norma decadde, circa nel 2005-06, la situazione precipitò e unita a Calciopoli diede origine ai drammatici anni che hanno portato alla tremebonda situazione di oggi.