Gli anni d'oro

Colpe, segnali ignorati e talenti che non ci sono più: i vent'anni che hanno cambiato tutto

In una calda notte tedesca Fabio Cannavaro sollevava l'ultimo Mondiale vinto dall'Italia, prima del vuoto

di Umberto Porreca
09 Lug 2026 - 07:55
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 © Getty Images

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In una nota serie tv italiana, Romanzo Criminale, in un momento clou il Freddo si rivolge al Libanese e gli dice in romano "Quando sei arrivato in cima puoi solo scendere".
Per la nazionale azzurra il 9 luglio 2006 è stata la cima, il culmine, l'apogeo di una generazione e di un sistema calcio che però contemporaneamente quell'estate toccarono il punto più alto e il punto più basso. Senza rivangare le questioni legate a Calciopoli, per cui ci sono altre sedi e di cui si è occupata la giustizia sportiva e non, il viaggio da quel giorno a oggi è stato per ogni tifoso italiano una vera e propria Highway to Hell, per citare i mitici AC/DC. I problemi e i dolori, però, davano già segnali preoccupanti da tempo.

Le prime crepe e i decreti

 Dall'inizio degli anni '80 fino a inizio 2000, circa, il calcio italiano era esattamente come la Premier League attuale: spese clamorose, record su record, campioni (e non solo) acquistati a cifre immani, ma anche artifizi finanziari per coprire buchi di bilancio. La strategia era quella di scrivere a bilancio cifre ad hoc, frutto di scambi ipervalutati tra giocatori di scarso valore, ma senza effettivo deposito di soldi in cassa. Non ci furono condanne, nonostante numerose indagini in merito, perché furono considerate alla stregua di "errori di mercato" senza un progetto preciso dietro. Il disequilibrio portato tra le altre da queste attività creò nei primi anni del millennio problemi tragici alla salute finanziaria dei club. La Fiorentinà fallì nel 2002 e diede origine al famoso Lodo Petrucci, per cui una società fallita poteva riscriversi con un altro nome riacquistando il titolo sportivo della precedente ma venendo declassata di 1-2 categorie. Roma e Lazio affrontarono serissimi problemi economici, ma riuscirono a salvare la situazione. L'altra decisiva chiave fu il Decreto Salva-calcio, o Spalma-debiti. Alle società fu concesso di spalmare a bilancio gli acquisti dei cartellini non caricando su un singolo esercizio ma su ben dieci. Ne usufruirono praticamente tutte le squadre di Serie A, escluse Juventus e Sampdoria. Quando la norma decadde, circa nel 2005-06, la situazione precipitò e unita a Calciopoli diede origine ai drammatici anni che hanno portato alla tremebonda situazione di oggi.

E gli Azzurri?

 La Nazionale italiana in quegli anni godeva dei meravigliosi frutti delle Golden Generation precedenti: all'epoca una fioritura di giocatori di livello altissimo popolava l'Azzurro, a livelli tali che dal 1982 al 2006 quasi sempre l'Italia si presentò nelle grandi competizioni da favorita o comunque nel novero delle contender. Nel 2002, per esempio, Giovanni Trapattoni ebbe il lusso di poter non convocare addirittura Roberto Baggio tale era la qualità media dell'attacco formato da Totti, Vieri, Inzaghi, Del Piero, Montella e Del Vecchio. Le polemiche c'erano, causa Calciopoli qualcuno lanciò l'idea di non andare in Germania nel 2006 per presunte vergogne o non meriti. L'appello, per fortuna, cadde nel vuoto. Marcello Lippi, ct di quella nazionale e novello Bearzot nella gestione del gruppo, guidò la nave azzurra al riparo dalla tempesta mediatica isolando il gruppo e infondendo un senso di coesione raramente visto prima e dopo. 

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Cosa resta dal 2006?

 Rispondere alla domanda "Cosa resta dal 2006?" fa male a ogni tifoso italiano perché ogni tifoso italiano conosce la risposta: niente. Da quel giorno, fino al 9 luglio di venti anni dopo, il sistema calcio in Italia ha continuato a ripetere pedissequamente gli stessi errori, riuscendo anzi anche a peggiorare la situazione di volta in volta inventando nuovi modi per darsi la zappa sui piedi. I segnali dovuti ai Decreti? Ignorati. I debiti? Ignorati. Intere generazioni di calciatori che non hanno prodotto un singolo top player per anni? Ignorate. Il calcio italiano non più attraente? Ignorato. I campionati esteri che crescono, forniscono modelli da imitare per crescere? Ignorati. La necessità di investire in stadi e infrastrutture? Ignorata. Persino nei positivi modelli interni, come per esempio quello delle truppe azzurre alle Olimpiadi che non sono mai state così valide e di alto livello, o quello del tennis, non si è saputo cogliere molto. 

Le prospettive

 L'elezione di Giovanni Malagò a presidente della Figc è un segnale che forse, dopo i venti anni peggiori della storia del calcio italiano conditi da ben tre mancate qualificazioni al Mondiale, e ormai ridotto a paria degli altri grandi movimenti, qualcosa si vuole cambiare. Malagò è la persona che con il suo lavoro, e con quello dei suoi collaboratori, ha rilanciato l'Italia Olimpica di cui parlavamo nel paragrafo precedente: conosce il sistema, ha esperienza, ha coraggio e peso politico. Sarebbe folle, chiaramente, addossare tutte le responsabilità a Malagò trattandolo come un Deus Ex Machina: il suo lavoro dovrà essere accompagnato e sostenuto dagli stakeholder del calcio, dai club, dai tifosi, ma soprattutto dalla politica nazionale. Proprio a questa bisogna appellarsi, perché il calcio e la Nazionale sono una questione culturale-sociale oltre che economica. 

Il ricordo

 Il 2006 resta un patrimonio di memoria del calcio italiano, dell'orgoglio azzurro, dell'abilità dell'andare oltre ogni difficoltà con uomini di valore, prima che con calciatori. Queste qualità umane, quelle portate avanti dagli occhi sorridenti del Capitano Cannavaro, dallo sguardo truce di Buffon che dopo aver visto l'amico Zidane espulso perde di cattiveria e quasi si scusa, dalla barba folta e dai multipli polmoni di Rino Gattuso, passando per le malandate gambe di Francesco Totti in quel Mondiale che furono comunque sufficienti a segnare un gol pesantissimo, alla insolita testa rasata del mite Del Piero che esplode al 121' della semifinale, che tanto ha sofferto in nazionale, e da ciò che tutti gli altri hanno portato, bisogna trarre insegnamento. L'Azzurro pesa, l'Azzurro fa paura, l'Azzurro non è per tutti ma sicuramente non è per chi rifugge la lotta e rifugge il bisogno di onorarlo, baciarlo, abbracciarlo e portarlo in alto. Dentro e fuori dal campo.

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© Getty Images  | 9 luglio 2006: Fabio Cannavaro alza al cielo la Coppa del Mondo dopo la vittoria contro la Francia a Berlino
© Getty Images  | 9 luglio 2006: Fabio Cannavaro alza al cielo la Coppa del Mondo dopo la vittoria contro la Francia a Berlino
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