ESCLUSIVA

Acerbi: “Voglio giocare ancora, poi alleno”. Il no alla Nazionale, l'Inter e i duelli con Haaland

Dalla finale di Monaco al double con cui ha detto addio ai nerazzurri, il difensore tra passato e futuro: "Non ho rimpianti e ho ancora la voglia di un ragazzino"

di Fabio Manfreda
10 Lug 2026 - 08:16
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A 38 anni Francesco Acerbi non ha alcuna intenzione di appendere gli scarpini al chiodo, anzi ha ancora "la voglia di un ragazzino". In vacanza con la famiglia, "Ace" si è raccontato a 360° tra passato e futuro: dagli ultimi anni all’Inter alla nazionale fino a uno sguardo al futuro, tra il desiderio di giocare ancora “per altri due o tre anni” e la voglia di allenare.

A 38 anni, "il leone" Francesco Acerbi come sta?
"Sto bene! Un po' con la famiglia: relax, ti si alleni, stai coi bambini. Solita vita che si fa in vacanza"

Parte un nuovo capitolo della tua vita. Innanzitutto, come possiamo definire la tua quarta e ultima annata all'Inter? Che stagione è stata?
"Guarda, è stata un po diversa dalle altre, ma penso una delle più costruttive. È stata intensa sotto tanti punti di vista: non è stata un'annata in generale facilissima anche se hai vinto due titoli però molto utile. È stata un po' altalenante, dei momenti difficili però sono molto anche orgoglioso di me stesso, anche per come ho fatto l'anno sotto ogni punto di vista".

Orgoglioso per cosa in particolare?
"All'inizio dell'anno sono successe cose che è giusto non dire. Da lì comunque non ho mai mollato, ho sempre cercato di dare il massimo in ogni circostanza in ogni allenamento, di aiutare la squadra nei momenti di difficoltà. Ovviamente non solo io, ci siamo fatti forza a vicenda per uscire da questi momenti duri, che ci sono stati anche se abbiamo vinto due titoli. Soprattutto dopo l'eliminazione in Champions, abbiamo fatto un paio di mesi, da gennaio a prima della sosta della Nazionale, in cui non stavamo più giocando, non eravamo noi, non riuscivamo a stare in campo, eravamo mentalmente stanchi. Poi siamo riusciti a reagire: la vittoria con la Roma, poi quella col Como che ha chiuso definitivamente il campionato. Perché poi non c'è stata una vera diciamo rivale quest'anno: c'è stato un po' il Milan, il Napoli ha perso molti punti, la Juve ha fatto fatica già dall'inizio... quindi non c'era una che poteva starti dietro perché nel momento che qualcuna ci provava perdevano anche loro punti. Quindi alla fine questo campionato è stato abbastanza tra virgolette tranquillo anche se abbiamo avuto dei momenti comunque non facili".  

Cos'è che ha fatto scattare la molla? Chivu, uno dei senatori, tu, il capitano...
"Quando c'è un momento di difficoltà penso che tutti lo notino e tutti sono importanti per uscirne. Lo vedi: quando sei stanco mentalmente la cosa più difficile è reagire. Ma va fatto subito: perché se lo fai un po' dopo, come magari è successo, hai le squadre dietro che sono 3 o 4 punti e dopo non riesci più a reagire. Menomale che erano 8/9 e vedevi che comunque perdevano punti: per questo siamo sempre rimasti abbastanza sicuri. Li devi cercare di riunire il gruppo e dire: 'Ragazzi o tiriamo fuori qualcosa o si perde il campionato, si perde la coppa e andiamo in vacanza'. La squadra ha reagito benissimo: vuol dire che il nostro gruppo è veramente top ed è per questo che abbiamo vinto. Il gruppo da tanti anni è sempre lo stesso, aggiungi giocatori comunque bravi, bravi ragazzi... il gruppo è unito e alla fine quando un gruppo è unito viene fuori da qualsiasi avversità".

In un'intervista avevi detto: "Chivu mi ha stupito in positivo". Ci racconti qualcosa che noi non vediamo di lui?
"È stato un giocatore importante, ha vinto. Poi sai, da allenatore veniva dai quattro mesi del Parma, poi arriva all'Inter dove negli ultimi anni si erano fatte finali di Champions, vinto il campionato... Non ha voluto strafare: la squadra era quella, il modulo era quello. Ha provato a gestire il gruppo. Tra virgolette ci dava tante libertà sui giorni liberi: sapeva quando eri un po' stanco, cercava di dosati perché anche sa che sono tante partite. Poi comunque abbiamo cercato di dargli una mano perché non è facile venire all'Inter, hai un peso sulle spalle importante. Il gruppo quest'anno secondo me ha fatto uno step mentale perché è grazie al gruppo, l'ho detto anche ai miei compagni, se poi hai vinto quello che hai vinto. Il gruppo quest'anno ha fatto la differenza: con altre dinamiche interne non avresti vinto. E quindi sono molto orgoglioso di me e soprattutto dei miei compagni. Poi ovviamente Chivu ci ha messo anche del suo. Alla fine tutti insieme siamo riusciti a vincere".

Tutti ricordiamo cosa si diceva di voi dopo Monaco: una squadra a fine ciclo. E lo stesso Chivu, quando arrivò, ci tenne molto a ribadire di dovervi convincere di essere ancora in grado di vincere...
"Onestamente non lo capivo: siamo arrivati in fondo a tutto. Se poi ti rode perdere la finale di Champions 5 a 0, dove non siamo neanche entrati in campo...ci sta o non ci sta. Eravamo morti mentalmente, l'ho già detto: perdi il campionato all'ultima giornata, poi subito finale di Champions, poi subito America. Se avessimo avuto un mese di vacanza come adesso, senza il Mondiale per Club, dopo un mese e mezzo due... basta! Mi rode di più quella contro il City che ce l'avevamo in pugno, l'hai giocata... quella col Psg no. Io non mi sono recriminato nulla: eravamo morti, sfiniti, basta. Poi c'è chi se la prende di più e di meno, ma non c'era niente da ricostruire: avevamo ottenuto risultati importanti, erano considerazioni folli per me. Chivu ci ha motivato? Ovvio che hai sempre bisogno di qualcuno che ti dà una carica in più, ma è una cosa in più perché comunque se giochi nell'Inter la pressione te la metti addosso da solo: non serve un motivatore. All'Inter serve uno che metta il calciatore in condizione di esprimersi al meglio. La macchina era già accesa, non c'era da fare il meccanico e mettere a posto le cose".

Quindi è stata una narrazione un po' esagerata su Chivu?
"Ma no, ci sta che si dica. Però non è che ci ha motivato. Ci vuole sempre qualcuno che ti dica che puoi vincere con tutti e che sei forte. L'allenatore non ti può dire: 'Sei scarso, non puoi vincere', perché poi hai ragazzi giovani in spogliatoio, vai in campo insicuro. Quindi grande fiducia in noi e via. Una grande squadra deve essere così: l'allenatore empatico coi giocatori, che fa le regole e cerca di motivare nel momento e nel modo giusto i giocatori per farli esprimere al meglio". 

Che rapporto c'era tra voi due?
"Io giocavo, lui allenava. Mi sono messo a disposizione. Io, per dire, voglio bene anche a Inzaghi però sono quei rapporti che tu sei l'allenatore, io sono il giocatore. Simone mi ha dato molta fiducia ma io l'ho ripagata altrettanto. Questa è la cosa che poi ti porta rispetto reciproco".

È Inzaghi l'allenatore che ha lasciato più il segno nella tua carriera?
"Ne ho avuto tanti che mi hanno lasciato qualcosa. Con lui ho vinto, sono stato bene per sette anni e quindi è probabilmente quello che comunque ha inciso di più".

Tornando a te in questo momento preciso della tua carriera, no, a 38 anni guardi più quello che sei riuscito a fare o hai ancora la forza di guardare avanti?
"No, io sto bene e voglio ancora giocare. Non ho in mente di fare altro ma voglio andare avanti con molta serenità perché so di aver dato tutto quello che avevo. Con l'Inter mi sono lasciato bene: non ho nessun rimpianto. Anzi sono molto orgoglioso di questi quattro anni: di come sono arrivato, come me ne sono andato e quello che ho fatto"

Che tipo di esperienza vorresti fare ora? Hai già immaginato qualcosa in particolare?
"Per ora no. Vediamo cosa arriva poi valuteremo con la mia famiglia".

Cosa può dare Francesco Acerbi al calcio italiano, oggi? 
"Ho esperienza e motivazione. Magari un po' di esempio in campo su come ci si deve allenare. A 38 anni ho ancora la voglia di un ragazzino: io voglio giocare. Se volevo fare per dire il mister quest'anno avrei iniziato. Poi sarà il mio mestiere, però adesso ho ancora voglia di andare avanti a certi livelli per 2/3 anni". 

Ripensando adesso no alla tua carriera, a 38 anni, cosa diresti all'Acerbi ragazzino?
"Credi di più in te: la tua testa sa cosa deve fare. Vivila più serenamente: non devi dimostrare niente a nessuno. Dal mangiare bene al fare tutto perfetto, mi sono messo sempre tanta pressione". 

Avevi detto che la malattia ti ha salvato la vita. È così? 
"Probabilmente senza avrei smesso. O comunque a trent'anni non ero a giocare a quei livelli lì, sicuramente non serie A, avrei molto fatica"

E c'è un sogno calcistico che vorresti raggiungere che magari è già raggiunto e che hai dedicato al tuo papà? 
"Gli dedicherei tutto. Forse più la famiglia che il calcio. Grazie a lui che se ho iniziato a giocare al Chievo se no avevo già smesso anche lì. Lo devo solo ringraziare per il carattere che mi ha trasmesso e per tutto quello che ha fatto per me. Contro tutto e tutti, ha ottenuto quello che voleva: ovvero che facessi il calciatore".

Quindi anche il futuro Francesco Acerbi allenatore è grazie a lui? 
"È un pensiero che ho. Poi ovviamente adesso penso più a giocare, poi quando arriverà il momento lo saprò però sì perché no mi piacerebbe".

Senza tornare sulla polemica con Spalletti, ti piacerebbe tornare in Nazionale anche solo per una partita per chiudere quel capitolo che si è interrotto in maniera un po' atipica?
"Io non ho mai detto basta alla Nazionale. Quelle due partite lì (qualificazione ai Mondiali contro Norvegia e Moldavia, ndr) ho detto scusa ma no. Però se Gattuso mi avesse chiamato sarei andato molto volentieri. Ho sempre detto che per me la nazionale è il top. Prima di dire quel no ho riflettuto tantissimo, non è stato facile. Alla fine ho preso quella decisione, giusta o sbagliata che fosse. Era la cosa migliore per me. Qualsiasi cosa avessi scelto, mi avrebbero criticato".

A proposito di Mondiale, stiamo vedendo un Haaland pauroso: come si ferma uno così?
"Serve grossa attenzione ai minimi particolari e massima concentrazione. Coi giocatori così è un attimo, non puoi mollare un centimetro: devi sapere vedere le cose, devi essere cattivo. Poi serve un po' di fortuna perché poi dopo le occasioni gli attaccanti le hanno sempre... quella volta la palla non è entrata. Magari fai la stessa partita e ti fa comunque due gol. Il problema è che poi c'erano anche tutti gli altri: Bernardo Silva, De Bruyne e tutti gli altri fenomeni a cui stare attenti...."

Ma poi la maglia ve la siete scambiata?
"No, non sono neanche il tipo che le chiede, non ne ho molte. Me l'aveva chiesta lui, io gliene ho chieste due e mi ha detto di no".

Sempre in tema Mondiale, più difficile fermare Messi o Ronaldo?
"Cristiano è una macchina: se ha una palla ti fa gol. Lo stimo moltissimo per la fame e per la cultura del lavoro che dimostra una forza mentale incredibile. Leo è Leo: per lui l'età non conta e i compagni giocano per lui. Senza nulla togliere a CR7, Messi fa ancora la differenza in un Mondiale".

Quindi mi sembra di capire che vinca Messi...
"Io stimo tantissimo Cristiano per come si è costruito, Messi è un po' più madre natura".

A proposito di Argentina, ma secondo te Lautaro è un po' sottovalutato? 
"Tutti vogliono Julian Alvarez per cui l'Atletico chiede 200 milioni ma al Mondiale sta giocando più Lautaro. Sottovalutato non lo so, sicuramente non così pubblicizzato, forse ha un po' meno appeal. Per me è un giocatore fortissimo, mi piace tanto la sua generosità e la sua voglia di lottare per la squadra, anche quando i gol non arrivano. Come Thuram, un altro giocatore di cui si parla poco ma è un fenomeno".

E invece cosa dobbiamo fare per tornare al Mondiale? 
"Non lo so... Ci sono più di motivi, uno poi finisce sui giovani perché è normale non parlare dei 38enni: dobbiamo provare a puntare sui ragazzi. Come, non lo so. Perché per vincere ci vuole un mix di tutto, poi i giovani ci devono essere. Per dire, io vedo Pio Esposito che è il top: mai visto un ragazzo così sul pezzo e infatti... Magari non l'abbiamo coltivata, ma la generazione è un po' cambiata: prima uscivi sotto la pioggia a giocare, avevi sempre parchi pieni... Non è colpa dei ragazzi, hanno in mente qualcos'altro che non è solo il pallone e quindi questo fa sì che abbiamo giocato fortissimi ma forse mentalmente non pronti. Poi certo magari veramente bisogna farli divertire un po' di più, fare più tecnica e soprattutto avere i genitori che li supportano e non fanno a botte mentre giocano".

Tra i giovani vedi un nuovo Francesco Acerbi? 
"Ma in realtà no. Ma è perché non guardo molto calcio, non saprei dirti proprio dei nomi... Ci sono bravi difensori che possono fare una gran carriera ma poi magari non hanno continuità e per essere un grande difensore è una caratteristica fondamentale. Se sbagli c'è solo il portiere: magari una volta ti fa il miracolo ma alla seconda... Devi essere costante e sempre sul pezzo".

A proposito di difensori, sembra un anno maledetto per Bastoni, gli hai parlato?
"Lui sa che se ha bisogno di qualunque cosa io, come gli altri, ci sono sempre. Il calcio è il calcio ma qui si tratta di vita privata, fuori dal campo, c'è di mezzo la famiglia: sono cose che segnano e mi dispiace tanto per lui. Dev'essere lui, nel caso, a decidere di parlarcene. Sono però sicuro che avrà la forza mentale per reagire: ha quella strafottenza buona che fa parte anche del suo modo di giocare che lo farà andare avanti". 

Tornando indietro faresti o non rifaresti qualcosa?
No, perché non sarebbe giusto: è andata così e va bene. Ma meglio di così cosa potevo chiedere? Dopo quello che ho avuto dovevo smettere di giocare, non avevo più voglia. Sicuro che sarei finito giù a 30 anni o giocare veramente al massimo in B. Invece ho avuto una seconda chance e ho vinto molti trofei: perché dovrei tornare indietro? 

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© Getty Images  | Yann Sommer
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