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Poschiavo-Tirano: oltre il confine. Un viaggio avventura di 56 chilometri

Tremilaseicento metri di dislivello tra Svizzera e Italia tra nevee ghiaccio

di STEFANO GATTI
Poschiavo-Tirano: oltre il confine. Un viaggio avventura di 56 chilometri

Tirano, finalmente! Attraversato il ponticello coperto che supera il torrente Poschiavino, uno degli ultimi volontari della Doppia W Ultra 60 mi passa le indicazioni “definitive” per raggiungere la mia destinazione: “Là in fondo gira subito a destra. Dai, sei quasi arrivato”.

Lo saluto con riconoscenza e proseguo fiducioso. Uno sguardo verso l’alto, alla discesa tra i vigneti sotto Santa Perpetua, che ho appena portato a termine. Nessuno in vista! Bene, la posizione è consolidata. Posso godermi fino in fondo questi ultimi due chilometri, che iniziano dal Santuario della Madonna di Tirano. Posso fare a meno di correre: mi accontento di camminare spedito. Però non mi sento ancora al sicuro ed allora, sull’interminabile rettifilo in falsopiano (molto falso e poco piano, figurarsi!) della Statale 38 dello Stelvio che taglia in due la cittadina ogni tanto mi giro indietro a … controllare. Altre magliette arancio dei volontari mi fanno strada agli incroci, qualcuno saluta dall’ingresso di un bar o di una boutique (“bravissimo, grande!”). Oltrepasso la stazione ferroviaria, mi lascio alle spalle Piazza Marinoni (così diversa da qualche ore fa, tra la notte e l’alba, alla partenza dei pullman per Poschiavo), poi l’Adda e finalmente la svolta in Piazza Cavour, base operativa e cuore pulsante di questa corsa cosiccome della Valtellina Wine Trail di novembre. Riprendo a correre solo qui, a .. favore di fotografi: gli ultimi cinquanta metri sono una liberazione.

Ad accogliermi trovo Andrea Manes, l’amico e compagno di squadra della Sportiva Lanzada (Valmalenco) che ha concluso la sua fatica più di due ore fa, in un’ottima 27esima posizione. Mi sdraio a terra e, nonostante la “scaldata” tremenda delle ultime due o tre ore, il contatto con il selciato ancora tiepido mi regala una sensazione di sollievo. In questo momento ci sono solo due o tre cose al mondo che preferirei. E tra queste non c’è sicuramente la voglia di tornare indietro nel tempo di dieci ore e trentaquattro minuti, al via. Ma cambierò idea molto presto, dopo la doccia ed i pizzoccheri. Sempre così: al traguardo ti dici “mai più!”, dopo qualche ora invece ti senti pronto a ripartire.

L’allarme dello smartphone è suonato alle due e trenta di notte. Siamo usciti dal sacco a pelo quasi contemporaneamente in una quindicina, dopo una “dura” notte di bivacco sul pavimento della palestra che gli organizzatori hanno messo a nostra disposizione. Abbiamo impacchettato tutto alla luce delle frontali e poi via in Piazza Marinoni a prendere il pullman che ci deve portare oltreconfine, a Poschiavo, base di partenza di questa ultramaratona (transfrontaliera, appunto) giunta alla sua seconda edizione. Da Tirano a Poschiavo negli anni pari, dal Canton Grigioni alla Valtellina in quelli dispari. Come quasi tutti le sky, le ultra ed i trail di questa capricciosa primavera, anche la Doppia W paga dazio alle nevicate fuori stagione delle scorse settimane: taglio dei passaggi più in quota e di quelli più esposti. Peccato, ma non si poteva fare diversamente.

Partenza rinviata di un’ora a causa del ghiaccio in quota. Ce ne stiamo al calduccio nella palestra (un’altra!) dell’istituto scolastico che ci ospita e ne approfittiamo per un’abbondante colazione offerta dagli amici elvetici. Tempo bello ma aria frizzante: esco solo per recuperare il dispositivo GPS che permetterà agli organizzatori di tenerci costantemente sotto controllo dalla cabina di regia. Alle sei e trenta in punto si parte e ci si inerpica subito sulle stradine che, ad ampie svolte, risalgono il versante che divide la Valle di Poschiavo dalla Val Grosina. La nostra prima meta è il Passo di Malghera, ampio intaglio sulla cresta di confine tra la Confederazione Elvetica e l’Italia. Sono i luoghi che, in gita sulle montagne della Valmalenco, ho inquadrato tante volte con il binocolo, senza immaginare che un giorno li avrei raggiunti per corrervi una ultramaratona da 56 chilometri e mezzo (tre o quattro meno del previsto) e 3600 metri di dislivello positivo (invece dei quattromila originali). All’altezza delle ultime tracce di vegetazione noi skyrunners “maturi” ci vediamo piombare addosso come delle furie (e già in discesa!) i leaders della gara. Tra di loro Riccardo Montani (Team Salomon), che sarà il primo a raggiungere il traguardo di Tirano in cinque ore e cinquantuno minuti: venti minuti in meno del colombiano Jesus Gaviria Ospina ed una quarantina in meno di Christian Pizzatti, a completare il podio maschile. Noi invece continuiamo a salire, ormai sulla prateria alpina, attraversando i primi nevai. Fino a raggiungere la postazione dei commissari dove ci viene “intimato” di montare sulle scarpe da trail i ramponcini, indispensabili per risalire il ripidissimo pendio ghiacciato (una cinquantina di metri ma quasi verticali) che “difende” il Passo Malghera. Gli organizzatori hanno fatto le cose per bene: a destra chi sale (lungo comodi gradini scavati appunto nel ghiaccio), a destra chi si cala alla base, lungo una corda fissa che però – facendola scorrere - “taglia” le mani fino a farle sanguinare. Dall’ingombro dei bastoncini ci liberano per fortuna guide alpine e volontari che prendono in consegna gli attrezzi e li lanciano giù in basso, dove li possiamo comodamente recuperare.

Ci lanciamo lungo il sentiero nella foresta, oltrepassiamo lo spettacolare balcone panoramico di San Romerio (dove l’elicottero ha recapitato i sacchi con un cambio di vestiario ed il rifornimento che abbiamo affidato la scorsa notte agli organizzatori), poi ancora giù a capofitto lungo la mulattiera, fino ad attraversare (con una fitta al cuore) la devastazione portata nella foresta dall’uragano di fine ottobre 2018. Siamo rientrati in Italia (chissà quando, chissà dove), mezzogiorno è passato da un pezzo ed il caldo si fa ogni minuto che passa più intenso quando il profilo altimetrico torna ad impennarsi per la risalita (mulattiera prima, poi sentiero) che, con un lungo giro a semicerchio intorno alla montagna, ci porta fino al ricco ristoro del Rifugio Schiazzera. Incontro un collega in difficoltà ma non gli sono di grande aiuto: -“Mi bruciano i bicipiti!” -“A me anche tutto il resto …! A Schiazzera trovo ad accogliermi Riccardo Frizziero di Nereal e Fabio Cometti, anima del comitato organizzatore della VUT, la Valmalenco Ultradistance Trail da novanta chilometri e 6000 metri di dislivello del prossimo 20 luglio, alla quale in un momento di pazzia mi sono incautamente iscritto. Ci diamo appuntamento per quell’occasione. Fabio però lo ritroverò molto prima, tra qualche ora proprio all’imbocco di Piazza Cavour ed il suoi complimenti aggiungeranno ulteriore soddisfazione ed un sorriso in più da “sfoggiare” di lì a pochi secondi sulla linea del traguardo. Che intanto hanno già attraversato anche le prime ragazze: sette ore e mezza sono bastate alla colombiana con passaporto USA Emily Schmitz che (al femminile, appunto) ha vendicato la sconfitta subita dal connazionale Ospina ad opera di Montani, staccando di undici minuti la nostra Cecilia Pedroni e di ventisei la veneta Cristiana Follador. Una presenza, quella della rappresentativa nazionale colombiana di corsa in montagna, che ha dato alla Doppia W (già di per sé un evento sovranazionale) un carattere in un certo senso … esotico. Così come ha suscitato simpatia ed ammirazione la partecipazione di una ventina di Alpini, certo più abituati alla cadenza della marcia in montagna che alla pratica estrema dello skyrunning …

Doppiata la “boa” di Schiazzera, trascino la mia Doppia W piuttosto stancamente verso il traguardo. Un lungo, lunghissimo, anzi infinito mezzacosta, con una serie di saliscendi perlopiù indigesti in mezzo ai boschi. Per fortuna, di quando in quando sbuchiamo in paesini e frazioni dove (oltre ai classici ristori) il vero sollievo viene dalla possibilità di bere e rinfrescarsi nelle vasche e nelle fontane: acqua freschissima che, nella calura del pomeriggio inoltrato, disseta e rinfranca mille volte di più di Coca-Cola, succo di mela e sali minerali che – questi ultimi in particolare – non riesco neanche più a mandare giù.

Arriviamo fin quasi a toccare i tetti delle case di Tirano quando invece la rotta dell’itinerario ci riporta “incredibilmente” verso la Svizzera ed il confine di Campocologno. Ci scappa qualche imprecazione. Affiora un po’ di nervosismo ma l’urgenza di farla finita con questa giornata bellissima e snervante mi porta a raschiare dal fondo (di cosa non so) le poche energie residue. Avevano proprio ragione amici e colleghi con più esperienza di me, quando mi dicevano che - nelle ultramaratone - da un certo punto in avanti smetti di correre con le gambe ed i polmoni e raggiungi il traguardo solo “di testa”. L’ho constatato di persona nella Doppia W: da Poschiavo a Tirano ho corso per cinquantasei chilometri e mezzo, circa quindici in più di quanto avessi mai fatto in precedenza (tre settimane fa a Quart in Valle d’Aosta). Sono stanco ma lucido, fiaccato ma presente a me stesso. Il passo è sicuro: non inciampo mai nei bastoncini, come faccio di solito. Ed è anche pesante, il passo: ma “consapevole”. Quanto basta per scollinare da Santa Perpetua, guardarmi alle spalle e dire: ne ho tanti davanti ma ce ne sono quasi altrettanti dietro, ancora in giro per i sentieri. Non mi prendono più.

TAGS:
DOPPIA W ULTRA 60

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