Perché l'automobile è femmina?
Dalla "Matta" alla "Gazzella", se oggi la macchina è donna lo dobbiamo alla penna di d’Annunzio
di Tommaso Marcoli© Getty Images
Il dibattito sul genere dell'automobile ha radici profonde che risalgono ai primi del Novecento. All'epoca, l'uso del maschile era la norma: si diceva comunemente "il" automobile, seguendo la derivazione del termine francese (le automobile). La macchina era vista puramente come un "veicolo", un oggetto meccanico e funzionale privo di quella carica emotiva.
La penna del Poeta
La svolta definitiva avvenne nel 1920, grazie a Gabriele d'Annunzio. In una celebre lettera indirizzata al senatore Giovanni Agnelli, il poeta scrisse: "L'Automobile è femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice". Per il Vate, esteta e amante della velocità, era impossibile declinare al maschile un oggetto così sinuoso, capriccioso e capace di scatenare passioni travolgenti. Questa intuizione poetica interpretò un sentimento che vedeva nei primi motori una chiara affinità con l'universo femminile.
Fascino senza tempo
Da quel momento, l'auto smise di essere un semplice mezzo di trasporto per diventare "la macchina": una compagna di viaggio fedele e una musa capace di regalare l'ebbrezza della libertà. Oggi, a distanza di oltre un secolo, continuiamo a dare del femminile alle auto perché in quel genere risiede l'essenza stessa del design e dell'emozione: la bellezza delle forme che sfida il vento e quella capacità di farsi amare incondizionatamente.