24 giugno, il giorno maledetto dell'Italia: dodici anni fa l'ultimo amaro match ai Mondiali, ma non solo...
L'inizio della fine della nazionale italiana, quando ci si preoccupava di vincere il Mondiale, non solo di partecipare
di Umberto PorrecaQuando l'arbitro Rodriguez fischiò la fine di Italia-Uruguay del 24 giugno 2014 nella mente di tutti gli italiani c'erano rabbia e incredulità: per la sconfitta, maturata con il gol di testa di Diego Godin al 36' del secondo tempo, per il rosso diretto a Marchisio che ridusse gli Azzurri in 10, per la mancata espulsione di Luis Suarez che penso benè di addentare Giorgio Chiellini in area di rigore passandola liscia. Nella mente di nessuno, però, non c'era l'idea che quella sarebbe stata l'ultima partita dell'Italia in un Mondiale per almeno sedici anni.
L'inizio della fine
Il 24 giugno, a onor di cronaca, ci aveva già avvertito quattro anni prima di Italia-Uruguay: lo stesso giorno, infatti, la tremolante Italia del Lippi-bis fu eliminata dalla Slovacchia nel Mondiale 2010, per altro da campione del mondo in carica. Tuttavia, quella eliminazione fu bollata erroneamente come incidente di percorso, nascondendo segnali e stridii di un sistema che iniziava a mostrare le proprie crepe e che avrebbe fatto implodere l'intero calcio italiano nel giro di quindici anni.
Qualcuno ci aveva visto lungo
Cesare Prandelli, ct dell'ultima Italia ai Mondiali, aveva annusato la puzza di bruciato nell'aria: "Siete tutti testimoni di quello che è successo. Ricordo di aver presentato con altri una relazione al presidente Abete, era il 2013, prima del Brasile. Sentivamo il bisogno di intervenire. La proposta era semplice, legata al fatto che i giovani, dopo l'Under 21, non giocavano quasi più nei club ed erano immaturi per la Nazionale. Bravi solo fino alle giovanili. Creare una Nazionale Under 23 come le squadre di Juve e Milan. Un'Italia Futuro da iscrivere in un campionato di Serie C. Con tutti giocatori che i club non vogliono utilizzare una volta finito il ciclo Under 21. A spese federali, senza chiedere premi di rivalutazione. Due anni in questo "club". Risposta dei presidenti: sì, ma noi compriamo i giovani all'estero perché costano meno. Non è vero. La proposta era piaciuta, la politica del pallone si oppose. Mi dissero: "Un ct deve fare il ct", come se avessi invaso un campo non mio. Così continueremo a far crescere i giovani da 14 a 21 anni e poi li perderemo. Anche Gravina era interessato. Arriva l'avvocato e ti dice che non è nello statuto, arriva un altro e ti dice che non c'è una città. Ma per favore... Lo statuto si cambia, c'è Coverciano, la Fiorentina darebbe il Viola Park" ha affermato l'ex ct alla Gazzetta dello Sport.
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La generazione perduta
A ben osservare ciò che dice Cesare Prandelli, non si può che dargli pienamente ragione. Fa male, però, farlo solo dopo i dodici anni più drammatici della storia del calcio italiano, intramezzati soltanto dalla ciliegina senza torta della vittoria di Euro2021. L'Italia, infatti, ha saltato quasi del tutto il lancio di giocatori di livello internazionale nati tra metà anni 80 e fine anni 90: tra i nati dal 1985 al 2000 i veri top player italiani si contano sulle dita di una mano. Leonardo Bonucci classe 1987, Marco Verratti classe 1992, Gianluigi Donnarumma classe 1999, Nicolò Barella classe 1997, Alessandro Bastoni classe 1999. Fine, stop. Il ricambio generazionale di top player rispetto alla Golden Generation vincitrice del Mondiale 2006 è stato quindi sostanzialmente nullo. Si sono prodotti molti buoni o anche buonissimi giocatori, per esempio sarebbe scorretto non citare Ciro Immobile che numeri alla mano è uno dei più grandi attaccanti della storia della Serie A, ma pochissimi trascinatori di livello internazionale. E così, con l'addio della vecchia guardia dei Buffon, Barzagli, Chiellini, De Rossi, Pirlo e compagnia vincente, l'Azzurro è diventato sempre più sbiadito, fino a diventare pallida copia di ciò che era. La mancata produzione di giocatori di alto livello tecnico è il vero e reale dramma di questa era geologica azzurra, e le uniche speranze sembrano venire da squadre estere che puntano sui giocatori Azzurri: Samuele Inacio, per esempio, gioca nel Borussia Dortmund. Dovrebbe essere compito dei club italiani crescere giocatori italiani, ennesima stortura storica di un sistema in rovina.
Il caso Verratti
Nel 2012 Marco Verratti, all'epoca ventenne reduce da una pazzesca annata in Serie B con Zeman e parte del Trio Meraviglia del Pescara con Insigne e Immobile, si trasferisce al Paris Saint-Germain per 12 milioni di euro. Le squadre italiane avrebbero la possibilità di ingaggiarlo senza problemi spendendo una cifra del tutto accettabile ma non affondano, non ci credono, si fanno spaventare dalle zero presenze in Serie A, dalla statura ridotta, dalla poca esperienza. Invece niente, uno dei più grandi talenti italiani di questo secolo si trasferisce a Parigi e in Italia, da calciatore, non tornerà mai più chiudendo la carriera a zero presenze in Serie A. A Parigi diventa colonna, diventa leader, vince tutto meno la Champions (persa in finale), gioca con Thiago Silva, Ibrahimovic, Neymar, Mbappé, Messi, Di Maria, Beckham, Cavani e tutti gli altri top player dei parigini che lo rispettano come un loro pari e lo stimano, lo mettono nei discorsi con i più grandi del ruolo. Lo vuole il Barcellona, lui dice no. La domanda che sorge, leggendo tutto questo, è solo: perché Verratti va a Parigi e nessuno ci crede? Non sta a noi rispondere, sta a chi del calcio italiano muove i fili e detta le norme regole usi e costumi, cioè i veri responsabili della distruzione della nazionale italiana e del calcio italiano. Il caso Verratti è solo una delle tante follie che hanno affossato, e continuano ad affossare, l'Azzurro.
Dodici anni dopo
Sono passati dodici anni dal fischio finale dell'arbitro Rodriguez, il mondo corre, i fenomeni giocano (e vincono) i Mondiali, le altre nazionali continuano a produrre top player senza sosta e scavano ogni giorno un solco immenso che senza riforme enormi e senza un cambiamento di rotta nettissimo è destinato solo a espandersi sempre più, relegando la brillante Serie A di un tempo a campionato di secondo ordine, terzo anche. E relegando i tifosi dell'Italia, una volta incollati alla tv a tifare Baggio, Totti, Maldini, Pirlo, Del Piero, Buffon, a cercare una squadra-simpatia a cui dare supporto vista l'assenza della propria nazionale. E quindi, in senso lato, Rodriguez non ha decretato solo la fine di Italia-Uruguay, bensì la fine di un'epoca. Triplice fischio, tutti negli spogliatoi.