Napoli, giudice federale: "Solidarietà per Koulibaly, ma le regole prevalgono"

Il presidente Sandulli spiega la sentenza: "Non abbiamo rigettato l'istanza perché ci vuole un cambiamento"

Kalidou Koulibaly (Ansa)

Il giudice della Corte federale d'Appello, Piero Sandulli, ha spiegato il motivo per cui non è stata tolta la giornata di squalifica a Koulibaly, vittima di cori razzisti a San Siro. "Ha prevalso il rispetto delle regole - le sue parole - La solidarietà umana è un valore da proteggere ma che non può sconfinare in comportamenti lesivi del corretto svolgimento di un evento. Non abbiamo rigettato l'istanza perché ci vuole un cambiamento".

"Se è concesso ad un calciatore un comportamento irrispettoso del direttore di gara, si legittimano anche episodi che possano sfociare nella violenza verso l'arbitro - ha spiegato il giudice a CalcioNapoli24 - Determinare le regole non spetta ai giudici. Abbiamo voluto dare comunque un segnale: di solito il ricorso contro una sola giornata di squalifica non viene neanche considerato ammissibile. Se non avessimo voluto focalizzare l'attenzione su un tema delicato, avremmo rigettato l'istanza. Invece abbiamo voluto comunicare l'esigenza che un cambiamento è necessario, ma non è nella fase di giudizio che questo deve avvenire. Non si giudica un uomo dal colore della pelle".

Per quanto riguarda il gesto dell'applauso, Sandulli ha spiegato ai microfoni di Radio Crc che "possiamo anche considerare che lo stato d'animo dell'atleta dall'ambiente, ma non puo' costituire una scusante. L'esempio che ieri è stato fatto è che se io applaudissi un giudice che sta sbagliando non so se farei ancora l'avvocato - ha proseguito - Siamo tutti Koulibaly? Dal punto di vista umano sì, ma non dal punto di vista tecnico. L'arbitro va rispettato anche quando sbaglia. Il giudizio di ieri dobbiamo continuarlo a legare alla fattispecie concreta. Dura lex, sed lex? Io ho tutto l'affetto umano che gli ho rappresentato in udienza. L'intera corte è stata vicina affettivamente all'atleta. Non è più possibile che ci siano problemi di carattere razziale nel terzo millennio". A chi gli chiede se non ci fosse spazio per una sentenza innovativa, il numero uno della Corte d'Appello Federale ha sottolineato che "qui non aveva spazio per esserci, la Corte l'ha dimostrato. Noi potevamo facilmente dire che era inammissibile e non si discuteva. Noi dobbiamo applicarle le regole e non possiamo inventare regole che sarebbero a corso di norma discrezionale. I casi discrezionali non fanno parte del diritto. Dispiace sentire un comunicato di una persona che era presente e che queste cose le ha sentite. Non si può sempre piacere a tutti nella vita, ma le regole bisogna applicarle. Se non ci piacciono, cambiamole".

Impossibile il paragone con il caso-Muntari ai tempi del Pescara. "Li' si sentimmo l'arbitro che disse che non aveva capito perché Muntari protestava, anche perché parlava un po' in italiano e un po' nella sua lingua, e aveva detto 'se avessi capito, non lo avrei sanzionato'. Nei fatti il caso era ben diverso. Non ci siamo voluti sottrarre dal problema. La sanzione del giudice sportivo era di una giornata per ammonizione e una per squalifica. Avremmo potuto anche non accoglierla 


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