CHAMPIONS LEAGUE

Ritmo, coraggio e idee: nei quarti di Champions tre fattori "alieni" rispetto alla Serie A

Psg e Bayern Monaco sembrano avere qualcosa in più, si vedranno in semifinale? Il Cholo Simeone dall'altro lato del tabellone per approfittarne

di Enzo Palladini
08 Apr 2026 - 23:42
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La verità è che praticano un altro sport. I quarti di finale di Champions League hanno evidenziato in maniera drammatica il divario enorme che esiste tra le prime otto squadre d’Europa e le prime cinque-sei del campionato italiano. Almeno sette sono completamente fuori portata. Si può ragionare sullo Sporting Lisbona. Forse. Però bisogna anche dare uno sguardo alle ultime due partite giocate dai portoghesi in Champions: una sconfitta per 1-0 maturata nei minuti di recupero contro la corazzata Arsenal e un clamoroso 5-0 con cui hanno asfaltato l Bodo Glimt, la squadra dei giustizieri dell’Inter. Il calcio non è matematica, ma certi risultati possono indirizzare la maniera di pensare.

Si potrebbe liquidare la vicenda con l’incartapecorita scusa del fatturato. Negli altri campionati hanno più soldi, ne possono spendere di più e allora sono tutti bravi. Troppo semplice. Una volta presi, i giocatori vanno messi in campo nelle condizioni ideali e addestrati per renderli funzionali alla squadra. Questa è la grande differenza. Le squadre inglesi (in questo caso anche quelle di fondoclassifica) vanno a una velocità doppia rispetto a quelle italiane in campo. Le squadre spagnole (praticamente tutte) fanno viaggiare il pallone a una velocità doppia rispetto a quelle italiane. Un ex calciatore italiano di alto livello è rimasto impressionato quando ha potuto vedere a bordocampo un riscaldamento del Barcellona: “Non se la passano, se la tirano”. Poi ci sono Bayern e Paris Saint Germain che non sono né inglesi né spagnole ma che hanno scelto un allenatore che ha giocato a lungo in Premier League e uno che ha allenato a lungo in Spagna.

Bastava spippolare sul telecomando, un po’ di zapping tra una partita e l’altra per notare le differenze. Il ritmo resta sempre elevatissimo, non ci sono tempi morti. La velocità di esecuzione è supersonica. Non c’è tempo per pensare, perché a questo ha provveduto prima l’allenatore. Ognuno degli undici che vanno in campo ha memorizzato quelli che Luciano Spalletti definisce correttamente “comportamenti”. A movimento A dell’avversario, corrisponde mio movimento B. A movimento C di un compagno, corrisponde mio movimento D. Spazio per l’interpretazione pochissimo, riservato agli ultimi venti metri. Lì comanda ancora il talento, che deve essere messo nelle condizioni di sprigionarsi.

La riaggressione, altro elemento che il calcio italiano sottovaluta. In Serie A si pratica ogni tanto e sembra qualcosa di fantastico. L’Italia lo ha fatto nei primi minuti contro la Bosnia e ha segnato un gol illusorio con Kean. Ma le grandi squadre europee lo applicano sempre. Sono lontani i tempi in cui Jurgen Klopp aveva stupito il mondo con il suo Gegenpressing. Oggi questo elemento tattico vede il Bayern come esempio perfetto (l’Atalanta se n’è accorta a sue spese), anche quando mette in campo le riserve. Ma anche per gli altri è la normalità. Il Paris Saint Germain ha schiantato l’Inter nella scorsa finale di Champions League partendo proprio da questo presupposto. Ha scaraventato il calcio di inizio in fallo laterale e ha messo subito in chiaro le cose: “Provate a uscire, noi veniamo a prendervi e sono affari vostri”.

La mentalità, dunque. I giocatori delle grandi squadre europee sono prima eccellenti atleti e poi bravi calciatori. Quelli che sono nati bravi calciatori, sono diventati poi anche dei signori atleti. Pedri, gioiello del Barcellona (nonostante la sconfitta contro l’Atletico), Vitinha e Joao Neves, motorini del Psg, toccano in pallone come se suonassero il piano, ma corrono per 100 minuti come se si allenassero per la maratona. Questi sono i prototipi dei calciatori moderni. Non è pensabile nel 2026 che un calciatore professionista di alto livello si possa limitare a 90 minuti di allenamento per cinque giorni la settimana. Ogni giocatore delle grandi squadre europee investe una parte del tempo teoricamente libero in lavoro supplementare per essere sempre al top della condizione o almeno per avvicinarcisi.

E poi il pallone non si ferma praticamente mai. Se gli attaccanti sono addestrati alla riaggressione, i difensori studiano delle contromosse adeguate. Quasi tutti giocano con la difesa a quattro, non perché sia di moda ma perché in fase di possesso i due esterni diventano parte attiva. Non si ragiona per singoli, ma sempre per reparti in orizzontale e per catene in verticale, sempre alla ricerca della superiorità numerica in una zona di campo. Non si vedono mai i lunghi stucchevoli ping-pong tra i tre difensori centrali con la complicità del portiere e del regista. Non si perdono quaranta secondi ogni volta che c’è un fallo laterale (solo il Liverpool ci ha provato nel primo tempo a Parigi). E via così.

Può anche essere che si tratti di un problema generazionale. Partiamo dall’Italia. Nelle prime sei squadre abbiamo due allenatori ultrasessantenni: Gasperini (1958) e Spalletti (1959), praticamente i tipici esempi di Boomer. Poi abbiamo due allenatori della cosiddetta Generazione X: Allegri (1967) e Conte (1969). Infine, due soli Millennial: Chivu appena appena (1980) e Fabregas (1987). Suggerisce niente questo dato statistico? Esatto: Fabregas è giovane e fa praticare al Como un calcio diverso da tutti gli altri. Ha il vantaggio di avere prima pensato e poi realizzato questo progetto, ma ci vuole abilità anche per portare a termine il lavoro che si inizia.

Spostiamoci ora sulle otto squadre che sono arrivate ai quarti di Champions. Nessuna di queste ha un allenatore Boomer. Sono quattro invece appartenenti alla Generazione X: Flick l’anziano della compagnia (1965), Simeone (1970), Luis Enrique (1970), Slot (1978). Gli altri sono tutti Millennial: Rui Borges (1981), Arteta (1982), Arbeloa (1983), Kompany (1986). Può significare molto o poco, ma chi oggi ha 65 anni ha giocato un calcio diverso da chi ne ha 40. Può anche avere studiato otto ore al giorno, ma quello che resta dentro è totalmente differente. Il calcio del Bayern di Vincent Kompany ne è una dimostrazione lampante.

Analisi nell’analisi: la partite d’andata dei quarti hanno fornito verdetti abbastanza chiari. Il Paris Saint Germain e il Bayern Monaco sembrano avere qualcosa più di tutte le altre, ma sono destinate ad affrontarsi in semifinale e non in finale. L’onore della Spagna potrebbe essere salvato a sorpresa dall’Atletico Madrid di quel Cholo Simeone che ancora una volta sta confermando la sua attitudine alle notti di Coppa e potrebbe sognare la sua terza finale, Arsenal permettendo.

Per chiudere il discorso sul confronto tra il calcio italiano e quello europeo, non basta correre per vincere le partite, non basta essere bravi con il pallone tra i piedi per risolverle. Il calcio di oggi è diventato un collettivo a tutti gli effetti (non sempre lo è stato, altrimenti giocatori come Maradona non avrebbero fatto la differenza in quel modo), ma formato da singoli che devono saper sdoppiare il loro pensiero. Da una parte la condizione fisica perfetta, dall’altra la propria funzione all’interno del gruppo. Anche quando abitualmente stanno in panchina. Alla guida non basta un allenatore con delle idee interessanti di calcio, serve uno staff iperspecializzato che sappia allenare tutte le singole situazioni. Questo è il calcio di oggi, in cui i soldi contano, sì, ma siccome ad averli sono in tanti, contano anche le idee. Che poi sono la materia prima di cui il calcio italiano ha veramente bisogno.