SKYRUNNING

On the Rocks: Oliena Sky Trail, in compagnia di Sorella Fatica sul Supramonte

Rientro gara da leccarsi i baffi (e le ferite) sullo spettacolore massiccio calcalreo e dolomitico della Sardegna centrale

di Stefano Gatti
03 Ott 2026 - 09:52
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 © Sonia Siddi/Scatto Imperfetto

© Sonia Siddi/Scatto Imperfetto

C’è troppa bellezza qui, tutto intorno: da esserne sopraffatti, quasi tramortiti. E non è proprio il caso, pensando alla portata della missione odierna. Ci pensa Sorella Fatica a tenermi sulla retta via: che poi è mulattiera, sentiero, a volte poco più di una traccia e non è mai così... retta, tutt'altro! Ti prende per mano e ti impone di tenere il capo chino e limitare il campo visivo quei pochi metri davanti a te. Ci mancherebbe altro di perdersi via in questo scenario carsico e marziano e finire per terra, oltretutto al capolinea di una estate largamente compromessa da un rovinoso volo nella Dolomyths Run Skyrace di Canazei, ormai due mesi e mezzo fa e… qualche centinaio di chilometri più a nord. Sì perché oggi siamo a Oliena, anzi sul massiccio del Supramonte che separa la Barbagia dalla costa tirrenica della Sardegna. Ci sarebbe da discutere sulla contraddizione di muoversi - oggi ma non solo - dentro una natura potente e magica senza quasi potersela godere perché l’obiettivo è raggiungere il traguardo prima possibile. Tema spinoso e affascinante, sul quale ho le idee chiare e che una volta o l’altra andrà affrontato. Non oggi però, non qui e adesso, lungo l’itinerario - tecnico per quasi tutti i suoi ventitré chilometri di sviluppo e i quasi milleottocento metri di dislivello positivo - di Husidore Sky Trail, la distanza più classica (anche se non la più lunga) della ricca locandina della sesta edizione di Oliena Sky Trail.

© Stefano Giovanni Gatti

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Per la mia terza volta ad Oliena in realtà il piano iniziale rispondeva all’intenzione di prendere una pausa dallo Husidore Sky Trail stesso (già affrontato nel 2024 e nel 2025) e di mettermi questa volta alla prova sulla distanza doppia: la cinquanta chilometri dell’Ultra Sky Supramonte. La caduta in discesa a meno di un chilometro dal traguardo di Canazei poco prima di metà luglio ha deciso altrimenti ma il tris sulla distanza più classica di Oliena è tutto tranne che un ripiego e il progetto Ultra è con ogni probabilità solo rimandato al prossimo anno, sempre che il fisico sia d’accordo. In fondo nel 2027 saremo sessantatré (anni) contro uno solo (io)!

© Stefano Giovanni Gatti

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Scelgo di scendere in Sardegna con un giorno di anticipo per prolungare il piacere di un appuntamento che è molto più di una gara: il Supramonte ha caratteristiche dolomitiche (e anche un po’ carsiche) che nel corso degli anni me lo hanno reso caro, facendone un classico di fine estate, o meglio di inizio autunno, visto che il timing 2026 a fine settembre segna una discontinuità “una tantum” con quello più tradizionale del secondo weekend di ottobre. Va da sé che l’anticipo di quindici giorni - unito alla coda di un’estate che anche da queste parti è stata torrida (anzi di più) - alzi ulteriormente l’asticella della sfida. Trascorro la mattina della giornata di sabato dedicandomi insieme all’amico Fabio di Wedosport ad un test run che segue solo brevemente (un paio di chilometri) l’inizio delle due gare lunghe della domenica, per poi descrivere un anello che dopo un traverso a saliscendi nel bosco fa rientro in paese.

© Stefano Giovanni Gatti

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Ne approfitto per rodare un paio nuovo fiammante di ASICS Trabuco 14 che ho tutte le intenzioni di utilizzare in gara. Lungo il tratto in discesa mi sembra di provare buone sensazioni ma resto piuttosto guardingo (il volo “dolomitico” era avvenuto proprio in discesa) e una volta raggiunto il centro abitato mi rendo conto che per “sbloccarmi” davvero dovrò aspettare la gara… Il resto della giornata è di tutto relax e lo passo in Piazza Aldo Moro (quartier generale dell’evento) seguendo la partenza e lo svolgimento del Vertical V-Karabidda da cinque chilometri (per mille metri D+) e del Corrasi Trail da diciassette chilometri e milleduecento metri di dislivello positivo e negativo. Le alte temperature la fanno da padrone ma a me con il caldo piace correre e ragiono che in ogni caso la mia gara partirà all’indomani mattina con temperature ben più gradevoli e che i raggi del sole non mi raggiungeranno prima del quinto/sesto chilometro di gara. E poi? Beh, poi sarà tutta un’altra storia ma non sono mica venuto qui per fare una passeggiata di salute!

© Stefano Giovanni Gatti

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Oliena, domenica 27 settembre, esterno giorno. Lo sparuto ma meritevolissimo (di stima) plotoncino della Ultra è già sui sentieri da oltre due ore quando ci muoviamo noi dello Husidore Sky Trail: una settantina in tutto. Mi guardo in giro e mi rendo conto che sarà dura lasciarmene dietro una decina. D’altra parte sono alla mia prima gara sky da due mesi e mezzo, sono stato un mese fermo del tutto, ho ripreso ad allenarmi solo pochi giorni prima di Ferragosto e di farlo sui sentieri manco a parlarne. Oltretutto il clima-gara sono tornato a respirarlo solo una settimana fa a Milano per il classico appuntamento di Salomon Running il cui… GPM sono le poche decine di metri del Monte Stella, mica per niente la “Montagnetta” della metropoli lombarda. Insomma, la prospettiva è quella di un rientro-gara senza troppe pretese, badando più che altro a non chiedere troppo a me stesso, con una sola missione: lo sblocco mentale di cui sopra. Una gara di retrovia da chiudere possibilmente tutto intero.

© Sonia Siddi/Scatto Imperfetto

© Sonia Siddi/Scatto Imperfetto

Il primo chilometro si impenna tra le vie della parte più alta di Oliena, poi è subito campagna e boscaglia. Si suda già copiosamente e manco a farlo apposta iniziano subito a sfilarmi a destra e a sinistra. Al primo bivio importante (fin qui ero sulla traccia della ricognizione di ieri), attacca un tratto tutto in saliscendi lungo un sentierino stretto e a tratti scosceso. Nemmeno tre chilometri di gara e metto già le mani a terra. Non solo loro: anche il sedere (poco male) ma soprattutto (un po’ più male) il gomito “minifratturato” dieci settimane fa in Val di Fassa. Per fortuna il terreno è ricoperto di soffice terra e mi rialzo senza danni, anche se ancora più teso di prima. Va da sé che i due o tre chilometri che seguono li prendo con le pinze, cedendo il passo a qualche collega di troppo. Tra pietraie e boscaglia raggiungo ormai già nelle retrovie il successivo e secco bivio alla cui altezza si cambia decisamente rotta, iniziando la risalita di uno spettacolare canyon che si avvicina gradualmente alle pareti della Punta Cusidore (dalla quale prende il nome la gara) che i locali mi dicono sia stata la patria (o una delle patrie) dell’arrampicata sull’isola e raggiunge quota 1163 metri. Si sale a svolte dentro una pietraia di roccia bianchissima che ben presto si lascia alle spalle gli ultimi ginepri e raggiunge “rapidamente” un valico oltrepassato il quale il paesaggio tende ad aprirsi gradualmente, fino ad affacciarsi su una radura dall’aspetto alpino dove si tira brevemente il fiato. Solo brevemente però: la traccia di gara prevede adesso il superamento di un nuovo “gradino” che inaugura il tratto centrale della gara: un lungo traverso a semicerchio che asseconda la morfologia del massiccio (vedi appena più avanti), nel quale si guadagna poca quota ma si fa tanta fatica. Eppure oggi la fatica è mia alleata, anzi sorella come scrivevo all’inizio.

© Sonia Siddi/Scatto Imperfetto

© Sonia Siddi/Scatto Imperfetto

There comes a point in every battle where strength runs out. What happens next is who you are.

La salita oggi non mi spaventa, è alla discesa che continuo imperterrito a dare del lei. Guadagno infatti un paio di posizioni e punto per la via più breve (che è poi quella di gara) verso il ristoro di Pradu, ricco di ogni ben di Dio. Peccato che come al solito lo stomaco è in sciopero e riaprirà solo a fine gara. Mi fermo giusto il tempo di bere qualcosa, tirare il fiato e raccogliere le forze perché adesso viene il… bello. Una breve discesa serve per affrontare con un minimo di slancio in più le prime rampe che portano lassù, a sfiorare e poi contornare la vetta di Punta Corrasi, la massima elevazione (1463 metri) del massiccio del Supramonte che da qui si rivela in tutta la sua imponenza: un gigantesco ferro di cavallo aperto verso est, fino alla costa tirrenica, assecondandone curiosamente la conformazione curvilinea, in corrispondenza del Golfo di Orosei. Là in mezzo da qualche parte i nostri colleghi della Ultra si stanno dannando l’anima… o forse si stanno guadagnando il paradiso. Non stessero faticando così tanto, guardandosi intorno si renderebbero conto che ci stanno già dentro. Non c'è che dire: come dicono quelli bravi, il Supramonte è un massiccio "humbling", che incute timore e prima ancora rispetto.

© Efisio Pala/Scatto Imperfetto

© Efisio Pala/Scatto Imperfetto

La circumnavigazione del Corrasi raggiunge il suo punto più alto e proprio da lì imbocca la discesa: è il punto secondo me tecnicamente più impegnativo. Non ha nulla da invidiare a certi itinerari alpini. In un paio di passaggi tra le rocce mi sembra di tornare a Canazei e questa - almeno oggi - non è una circostanza del tutto serena. Il tratto non è lungo ma a me sembra eterno… Finalmente, subito al di là del punto di rilevamento del passaggio chiave di Ishala 'e Marras si piega verso ovest in direzione di Oliena ma il paese è ancora molto distante e invisibile, nascosto da una serie di costiere ricoperte di foresta. Il sentiero si allarga molto gradualmente. Alterno corsa (poca) e camminata (tanta). Prendo fiducia (grazie anche alle mie affidabilissime Trabuco 14) ma se vedo davanti a me un tratto facile ma se affiorano sassi o radici la testa “stacca” e io mi attacco (ai freni). Oggi va così, prendersela non serve. Mi raggiungono un paio di colleghi che avevo superato in salita e poi tenuto a distanza. La conca nella quale sorge Oliena si avvicina ma il percorso si abbassa con una certa riluttanza: finiremo praticamente per oltrepassare i tetti del paese prima di puntarvi decisamente. Il finale di gara lo corro (più o meno) nella scia del collega milanese Antonio Bignamini, con il quale facciamo tira e molla più o meno da Pradu. Ad un paio di chilometri dal “missione compiuta” però lui si fa da parte. Penso che voglia semplicemente lasciarmi andare avanti a tirare un po’ ed invece (procedendo a testa bassa) non mi accorgo che - non è certo l’unico oggi - si trova in preda ad una crisi da crampi.

© Oliena Sky Trail Ufficio Stampa

© Oliena Sky Trail Ufficio Stampa

Ultimo chilometro: è lo stesso del primo di ormai cinque ore fa ma per fortuna adesso è tutta un’altra storia. Mi godo l’approdo sull’asfalto e sbuco bello sollevato su Corso Vittorio Emanuele II, girando come consuetudine sulla nuca la visiera del cappellino: con tutta la fatica che ho fatto, beh che almeno che si veda, lei, Sorella Fatica, dipinta sulla faccia. Ho impiegato quaranta minuti più dell’anno scorso ma quest’anno mi devo accontentare. Rimedierò l’anno prossimo… Ah no, dovrei tentare la Ultra l’anno prossimo… Agguanto una birra e attendo Antonio per complimentarmi con lui. Il pomeriggio è ancora lungo, la serata anche di più. Facciamo festa tutti insieme.

© Stefano Giovanni Gatti

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Lunedì mattina, molto mattina. Torno in piazza per l’appuntamento con chi mi accompagna in aeroporto ad Olbia. È ancora buio, la piazza è tornata al suo aspetto originale. Non ci sono più arco di partenza/arrivo, striscioni e transenne, voci e musica, brindisi e abbracci. Solo il fruscio dell’impianto di irrigazione dell’area verde lì sotto, il motore del furgoncino della nettezza urbana che fa avanti e indietro (che poesia, eh?). Un uomo con indosso la maglietta ufficiale di Oliena Sky Trail bagna il selciato e riordina tavolini e sedie fino del vicino bar (preso letteralmente d’assalto nel weekend) che sta per aprire per un lunedì prevedibilmente… di tutto riposo dopo tanta ressa. Pochi minuti e Oliena sparisce negli specchietti retrovisori. Non c’è nulla di scontato, ma tra un anno o poco più vorrei rivedere quella piazza di nuovo animata, colorata e piacevolmente chiassosa. 

© Stefano Giovanni Gatti

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