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Il “Mondiale delle foglie morte": il Trofeo Vanoni come un tappone del Tour

Impressioni e considerazioni da dentro la classica valtellinese

Il “Mondiale delle foglie morte": il Trofeo Vanoni come un tappone del Tour

Per chi arriva da tutta Europa con l’intento di vincerlo, così come per i campioni di casa nostra, il Trofeo Vanoni di Morbegno rappresenta un appuntamento di assoluto prestigio e in qualche caso il clou stesso della stagione agonistica. Ma la tiratissima e difficile “classica” valtellinese è pure molto più di tutto questo per chi alla linea di partenza arriva … praticamente a piedi da casa, magari approfittandone per fare il riscaldamento pregara! Come nel caso di Maurizio Torri, responsabile di sportdimontagna.com ed amico di Sportmediaset, al quale abbiamo chiesto di raccontarci il “suo” Vanoni. Ecco le sue impressioni.

Il “Mondiale delle foglie morte”
ritengo sia la definizione più calzante, quella che meglio rappresenta la mitica kermesse in programma a Morbegno l’ultimo weekend di ottobre. Messe in archivio prove tricolori e impegni di nazionale, la super classica della Città del Bitto è, a tutti gli effetti, l’evento principe di fine stagione. Un “must” per chi corre in montagna. Ai nastri di partenza trovi alcuni dei migliori interpreti della specialità e semplici amatori, pronti a misurarsi su un tracciato da veri gourmet. Un tracciato fatto di salite strapiombanti, falsipiani dove è possibile fare ritmo e una discesa a dir poco funambolica. Insomma un tracciato da affrontare con testa e cuore, senza farsi distrarre troppo dal tifo assordante di migliaia di spettatori che chiamano per nome e incitano ogni singolo concorrente.

Dopo sessantuno edizioni consecutive il Trofeo Vanoni è storia, tradizione, leggenda. Se sei della zona, cresciuto a “pane e Vanoni”, non puoi non farlo. O quanto meno devi avere una giustificazione più che credibile. Quest’anno, pur sapendo che sarei stato anni luce lontano da una prestazione cronometrica soddisfacente, ho deciso di lasciare a casa la reflex e di indossare nuovamente il pettorale in onore di un amico che è stato cuore e anima di questa gara. Un amico che mi ha avvicinato al magico mondo della corsa in montagna, insegnandomi i valori che questo sport ti trasmette. E allora, via. Sotto una pioggia battente ho nuovamente affrontato la mia “bestia nera”. Con questi 7250 metri (435 metri di dislivello positivo) da affrontare con il cuore in gola, ho un rapporto conflittuale: li amo e li odio. I sentieri orobici che portano all’abitato di Arzo e di nuovo in centro città, hanno pendenze che non ho mai saputo interpretare, che non sono nelle mie corde.

Senza l’assillo del cronometro e con la giusta motivazione, devo però ammettere che mi è piaciuto. La pioggia torrenziale, il vento, il fango che rendeva ancora più tecnica la ripida discesa sono stati dei buoni compagni di viaggio. A ogni curva, su ogni erta e lungo ogni rettilineo ho trovato tantissima gente che incitava a gran voce … Sembrava di vivere una tappa del Tour de France in versione podistica. E forse il bello del Vanoni sta tutto nella frase che Pietro Bottà non si stancava mai di ripetere: “A Morbegno nessuno è estraneo, l’unico estraneo è l’amico che non hai ancora conosciuto”.

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