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Un po' Sarri, un po' Ancelotti e un pizzico di Mancini: così l'Italia è tornata bella

Gioco stretto e verticalizzazioni, con l'aggiunta del doppio play e l'inserimento di giovani di qualità: la Nazionale ora è sulla strada giusta

di ALESSANDRO FRANCHETTI
Un po' Sarri, un po' Ancelotti e un pizzico di Mancini: così l'Italia è tornata bella

C'è un po' di Sarri, con tanto di modifiche di Ancelotti, e un pizzico di Mancini. Ma soprattutto c'è un'Italia che così bella non si vedeva da un pezzo e che non ha soltanto intrapreso la strada giusta, ma si è incamminata sull'unico percorso possibile. La Nazionale che ha vinto in Polonia - e a scanso di equivoci chiariamo subito che l'opinione sarebbe stata identica anche in caso di ingiusto pareggio se non perfino di sconfitta - ed evitato una retrocessione in Lega 2 di Nations League che, sia pure non drammatica, sarebbe stata umiliante, ha improvvisamente (ri)scoperto di avere qualità e futuro, idee chiare e una direzione ben definita da seguire. Non è (ancora) una top nazionale, ma è quanto di più vicino al momento l'Italia si possa permettere.

IL SARRISMO

Ma un po' di sano sarrismo, la praticità di Ancelotti e qualche ottima idea di Mancini dicevamo. Partiamo da Sarri. L'impostazione, per vari ed evidenti motivi, è quella. Il gioco è in gran parte un "trasferello" in salsa napoletana, in buona parte per la presenza di Jorginho e Insigne, evidentemente centrali nel progetto, ma anche per la presenza in mezzo al campo di un altro giocatore - Verratti - con il palleggio come caratteristica di gioco principale. Di Sarri c'è anche la predisposizione a cercare marcature preventive e ad accorciare il più possibile gli spazi in fase di non possesso. E' una scelta in parte logica in parte obbligata, dato che la fisicità della nostra mediana costringe chiaramente a stringere il campo. Qui si inserisce uno dei due difetti più evidenti della squadra e, probabilmente, quel "c'è ancora da migliorare" di cui ha parlato Mancini nel post-match. Fin che l'Italia è corta, ha qualità da vendere in tutte le fasi, recupera velocemente il pallone e allunga fino al 70% il possesso palla. Quando le gambe cominciano ad appesantirsi e la squadra ad allungarsi soffriamo le rincorse in campo aperto che hanno permesso alla Polonia di rendersi pericolosa. Non è un caso che il primo tiro in porta dei polacchi sia arrivato al 58', quando la Nazionale ha cominciato a disunirsi, e che le occasioni per Lewandowski e compagni siano tutte state nella seconda metà della ripresa.

LA MANO DI ANCELOTTI

Di Ancelotti ci sono soprattutto alcuni movimenti offensivi e una ricerca più costante delle verticalizzazioni. Come nel più recente periodo napoletano, Insigne parte dalla sinistra per entrare dentro il campo e accompagnare il centravanti, nel nostro caso il falso nueve, data l'assenza di una punta di peso. La sua presenza sotto punta e tra le linee permette il gioco corto anche a ridosso dell'area di rigore avversaria e crea spazi per gli inserimenti degli esterni e della mezzala togliendo punti di riferimento alla difesa. Nonostante il movimento dei centrocampisti permetta sempre il passaggio facile in orizzontale, la scelta è stata spesso quella di rischiare la palla dentro. Scelta difficile e di personalità. Non banale dentro una partita che aveva il suo peso - perdere uguale retrocedere - e che poteva, come di fatto è stato, indirizzare anche il futuro della Nazionale.

I RITOCCHI DI MANCINI

In tutto questo - sarrismo e correzione "ancelottiane" - Mancini ci ha messo del suo e ha preso decisioni importanti e, apparentemente, tutte corrette. Intanto è chiarissima l'identità di gioco. Ha scelto il modulo, che è un 4-3-3 che sa trasformarsi talvolta in 4-4-2, e ha imposto e impostato un modo di pensare il calcio. Sopra ogni cosa c'è che l'Italia non butta via un pallone. Prova a giocare sempre e sa rallentare e velocizzare l'azione. Abbiamo detto del palleggio corto, ma l'azione più bella, quella del gol annullato a Chiesa per fuorigioco di Insigne, nasce da due cambi campo di Bernardeschi prima e Chiesa poi. Potenzialmente siamo una squadra che ha gamba a sufficienza per cercare anche il contropiede. E tecnicamente abbiamo visto proprio in quell'azione di potercelo permettere in tre passaggi. E' una ricchezza da sfruttare e che Mancini ha ben utilizzato.

Il doppio play è, impossibile non notarlo, il marchio di fabbrica del Mancio. Jorginho e Verratti sanno giocare insieme (anche se quest'ultimo ha ancora la tendenza a toccare troppe volte il pallone) e sanno andare a prendersi palloni difficili e in zone difficili del campo. Si alternano, uno più basso e uno tra le linee ma anche uno dentro lo spazio creato dalle punte e uno più strettamente in regia. In fase di possesso sono non solo il meglio che l'Italia possa esibire ma anche due giocatori che non molte nazionali possono permettersi.

Di Mancini ci sono anche le scelte, che sono state coraggiose e azzeccate. Barella ha tutto per diventare un grande centrocampista. Ha personalità e dinamismo, qualità tecnica e attenzione tattica. Sa creare e difendere, inserirsi e ragionare. Biraghi, gol a parte, ha un'ottima fase offensiva (quella difensiva è da rivedere) e un cross che sarebbe manna dal cielo per qualunque centravanti. Lasagna, in campo nei minuti finali, ha in fondo deciso la partita. Cerchiamo di capirci: Lasagna e non Immobile. Per prendere questa decisione in un momento così delicato dell'incontro, ci voleva coraggio da vendere. A ripensarci, a ripensare all'ultima Italia di Ventura, quello che ci è mancato contro la Svezia.

Piccola aggiunta a latere: a giudicare dall'esultanza dopo il gol partita, non avevamo bisogno di una Nazionale competitiva e vincente solo noi, ma ne avevano in particolare bisogno giocatori e tecnico. Non è un dettaglio. Siamo da sempre una squadra che sa dare il meglio all'interno di un gruppo compatto. Questo lo è, almeno fin qui.

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Calcio
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