La Cina non compra solo i nostri "pacchi": l'obiettivo è prendersi il calcio

I casi Gervinho e Guarin solo un indizio: i magnati cinesi già controllano una buona fetta di calcio mondiale

di DARIO DONATO

China, AFP

Una sessione di calciomercato arrivata, a pochi giorni dalla chiusura, ad essere prigioniera di milionarie offerte cinesi. Alcune pervenute, altre tornate in Italia con volo a/r e altre ancora in eterna attesa che si concretizzino per poter sbloccare il portafoglio in modalità risparmio energetico delle big di casa nostra.

Ma, la domanda è lecito porsela, perché un'economia in crescita anemica (per i loro standard) come quella della Cina e con un cambio attualmente svalutato dovrebbe strapagare dei giocatori che nel nostro campionato vengono ormai considerati delle seconde scelte? Tutto può succedere in queste ultime ore (e sicuramente succederà in positivo), ma la storia recente ci insegna, al contrario, che gli asiatici sono grandi negoziatori e, in particolare, hanno un enorme interesse a mettere direttamente le mani sul calcio europeo, mentre interessa relativamente importarlo a casa loro.

Se vogliamo prenderla alla lontana, molto inizia nell’estate del 2012 quando la China Railway Construction Company, una società cinese di trasporti a partecipazione statale ha comunicato di essere entrata nel capitale dell’Inter acquisendo una quota del 15% per una cinquantina di milioni di euro, salvo poi far perdere rapidamente le sue tracce a beneficio dell'attuale proprietario. L’indonesiano Erick Thohir ha rilevato il 70% delle quote del club nerazzurro dal petroliere Massimo Moratti, che in 18 anni di gestione ha foraggiato la società con oltre 1 miliardo di euro di capitale personale. In 2 anni di guida intercontinentale del tycoon indonesiano non si sono visti investimenti da magnate, spese pazze e acquisti megalomani. Nulla di quello che, per intenderci, hanno regalato in Europa russi e arabi nei primi anni 2000 (facendo sognare i tifosi). Il manager indonesiano ha acquisito un club con il chiaro intento di fare business e di aumentarne i ricavi, anche se gli effetti, al momento, faticano ad evidenziarsi. Punto di vista simile deve essere quello del finanziere thailandese Bee Taechaubol che ha proposto a Silvio Berlusconi di quotare il Milan ad Hong Kong, come ha fatto Prada nel 2011. Sfruttare la notorietà del marchio per raccogliere risorse in nuovi mercati, per aumentare tifosi, brand awareness e far uscire il pallone dai confini e dagli stadi italiani.

Nell’ultimo anno e mezzo, inoltre, ha fatto irruzione sullo scenario pallonaro europeo Jianlin Wang. Presidente della Dalian Wanda Group, è uno dei businessman più potenti e conosciuti in Cina. Il suo gruppo è attivo nel settore immobiliare, degli hotel di lusso, cinema e centri commerciali, ma negli ultimi anni ha attraversato una fase violenta di diversificazione che l’ha portato a investire anche nel calcio. Una passione vera, la sua, che già attraverso Wanda è il main sponsor della A-League cinese e che da qualche mese ha messo le mani con un miliardo di euro cash su Infront, la multinazionale svizzera che gestisce in esclusiva la compravendita dei diritti TV del calcio in Italia e in altri paesi europei. Insomma, la matrice di chi gestisce il pallone di casa nostra è già cinese al 100%.

Jianlin Wang ha recentemente acquisito anche il 20% delle quote azionarie dell’Atletico Madrid, la squadra che 2 anni fa ha vinto il campionato spagnolo ed è arrivata in finale di Champions, con un investimento complessivo di 45 milioni di euro. Peanuts, direbbero gli inglesi, per un imprenditore da 40 miliardi di dollari di patrimonio, secondo Forbes.

L’ultimo caso è quello di un gruppo di investitori istituzionali cinesi, guidato dal gruppo editoriale China Media Capital Holdings e da Citic che hanno rilevato il 13% di City Football Group per circa 400 milioni di dollari. Ovvero il gruppo di cui fa parte il Manchester City, il New York City FC di Andrea Pirlo ed altre squadre minori. Un’operazione che valorizza la conglomerata circa 3 miliardi di dollari. Addirittura il Pavia Calcio, squadra storica fondata nel 1911 e attualmente in Lega Pro, è passato nelle mani del fondo cinese Pingj Shanghai Investments ed è in assoluto il primo club di proprietà cinese in Italia.

Insomma, la storia recente ci insegna che i soldi veri, la Cina e altri gruppi asiatici, li stanno spostando verso l’Europa per mettere le mani direttamente sul calcio di casa nostra. Per interesse e, magari, come passepartout per aprire anche business collegati. Al contrario le esperienze (molto ben pagate) di Marcello Lippi, Fabio Cannavaro, Gilardino e Diamanti (rapidamente rientrati) o di Scolari ed Eriksson sembrano per il momento solo state utili a porre l’infrastruttura culturale e tecnica per lo sviluppo di un movimento “locale”. Obiettivo che sembra essere parecchio caro al Presidente della repubblica popolare Xi Jinping.

È giusto sperare che i cinesi si fiondino sui vari Guarin (manca solo l'ufficialità con lo Shanghai Shenhua) e Gervinho (definito il suo passaggio all’Hebei Fortune per 18 milioni). Ma l’esperienza recente ci insegna che potrebbero essere eccezioni e, di certo, non un futuro serbatoio cui rifilare mezzi pacchi a prezzi da gioielleria. È più realistico pensare che, se dovranno un giorno arrivare con davvero tanti soldi nella valigetta, lo facciano per rilevare parte della baracca e non solo un giocatore ormai sul viale del tramonto

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