ALPINISMO

Rollercoaster: nuova via sulla spalla sud del K7 per Della Bordella e compagni

Condizioni limite ma obiettivo raggiunto per la spedizione guidata dall’alpinista varesino sul gigante del Karakorum

di Stefano Gatti
06 Lug 2026 - 15:04
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© Archivio Fotografico Matteo Della Bordella
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© Archivio Fotografico Matteo Della Bordella

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Condizioni ambientali severe, neve abbondante, lunghi tratti di misto e sezioni di ghiaccio verticale duro “come il marmo” oltre i 6300 metri. È in questo scenario che Matteo Della Bordella, Mirco Grasso, Luca Ducoli e Giacomo Mauri hanno portato a termine l'apertura di Rollercoaster (M7, WI5+, A1), una nuova linea sulla parete sud-est del K7 (Pakistan), raggiungendo la spalla sud della montagna che sfiora quota settemila (6934). I quattro componenti della spedizione patrocinata dal Club Alpino Italiano sono rimasti in parete ben sei giorni - da mercoledì 24 a lunedì 29 giugno - per riuscire nell'apertura dell'itinerario che si sviluppa per circa 1600 metri e trenta tiri di corda. I quattro alpinisti hanno deciso di dedicare la salita al Ragno di Lecco Mario Conti, (uno dei quattro autori della prima ascensione del Cerro Torre nel gennaio di cinquantadue anni fa), i cui resti sono stati ritrovati sulle montagne sopra Sondrio nel giorno in cui la spedizione lasciava Skardu per raggiungere il campo base.

© Archivio Fotografico Matteo Della Bordella

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La nuova via esce in cresta a circa 6600 metri sulla cresta sud-ovest, collegandosi alla via giapponese del 1984. Il team non ha proseguito verso la vetta principale (K7 Main, 6934 metri): una decisione presa sul terreno, valutando troppo rischioso proseguire lungo la cresta a causa delle cornici di neve e dell’enorme quantità di neve accumulata. Della Bordella, Grasso, Ducoloi e Mauri rivendicano però la logica e il valore alpinistico della nuova via che percorre una parete alta, complessa e molto più difficile "in presenza" di quanto potesse apparire dalle fotografie.  

© Archivio Fotografico Matteo Della Bordella

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A raccontare l'impresa è il capospedizione Matteo Della Bordella: "C’era una marea di neve, è stata una salita tutta di misto, con condizioni veramente difficili. Non pensavo fosse possibile salire quella parete in quelle condizioni. Alla fine, piano piano, siamo riusciti ad andare avanti perché ci abbiamo creduto. Devo ringraziare i miei compagni di spedizione. Una salita molto più difficile di quello che immaginavamo". 

MDB sottolinea come la prospettiva fotografica della parete possa trarre in inganno: "Guardando una foto può sembrare una parete un po’ appoggiata, ma non è così. I tiri erano duri, abbiamo speso ore su ogni singolo tiro. Scalare ghiaccio verticale durissimo a 6400 metri cambia completamente la percezione delle difficoltà: gradi che a bassa quota si gestiscono bene, lassù diventano complessi".

La vetta, naturalmente, restava un desiderio forte. Ma le condizioni della parte alta hanno imposto prudenza. "Ci sarebbe piaciuto arrivare in cima e ci abbiamo provato con tutte le nostre forze ma sarebbe stato oltre il limite. La neve rendeva le creste e le cornici troppo pericolose: bisognava scavare per trovare il ghiaccio".

© Archivio Fotografico Matteo Della Bordella

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Mirco Grasso ribadisce la logica alpinistica della salita e la correttezza della scelta compiuta dal gruppo: "Non è stato facile. Le condizioni erano pessime, ma abbiamo lavorato per tirare fuori il massimo. La via arriva in modo logico sulla spalla sud del K7 e, in ogni caso, sarebbe finita lì. Da quel punto passa l’unica via che segue tutta la cresta, quella dei giapponesi. Non ci siamo ritirati sulla spalla: siamo arrivati lì perché era la logica stessa della via a portarci in quel punto".

Per Luca Ducoli, alla prima vera esperienza in spedizione, la salita rappresenta un passaggio decisivo: "È stata l’esperienza più bella che abbia fatto nella mia vita fino ad ora. Peccato non essere arrivati in cima ma viste le condizioni abbiamo fatto la scelta giusta". Il momento che più di tutti ha confermato la decisione di non proseguire è stato il crollo di una cornice, letteralmente sotto ai piedi di Ducoli: "Quando si è staccata mi sono spaventato davvero. Stavo per mettermi in piedi sulla cresta e - mentre spicozzavo - è crollata dall’altra parte. In quel momento ho avuto la certezza che tornare giù fosse la scelta giusta". 

Giacomo Mauri guarda alla salita come a una tappa importante di crescita alpinistica e di squadra: "La speranza era quella di dare tutto, ed è bello sapere che in futuro possiamo fare ancora altro". Secondo Mauri, al tentativo è mancata la ciliegina sulla torta ma non la sostanza: "La torta c’era. Durante la spedizione ci siamo mossi bene in tutte le fasi. Il tentativo lo abbiamo costruito e costruirlo bene è fondamentale per poter replicare questo tipo di esperienza nelle prossime spedizioni". Il punto centrale, spiega ancora Mauri, è arrivare pronti quando la montagna concede una possibilità: "Trovare le condizioni giuste è la parte più difficile, perché non dipende da te. Quello che puoi fare è partire preparato, con il giusto acclimatamento, pronto a salire, con il materiale organizzato e settato nel modo corretto. Molti dicono che - se riesci a salire una montagna all’inizio - hai anche fortuna. Ma la cosa importante è capire e imparare come costruire un tentativo".

© Archivio Fotografico Matteo Della Bordella

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La salita del K7 si chiude così con un risultato alpinistico di grande valore: una linea nuova portata a termine fino al suo naturale sbocco sulla spalla sud, in condizioni considerate dal team ben più dure del previsto. La vetta resta fuori dal racconto, ma non cancella il significato di una spedizione che ha messo insieme decisione, esperienza, crescita e capacità di rinunciare quando il margine di sicurezza si assottiglia troppo.

© Archivio Fotografico Matteo Della Bordella

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Scheda tecnica della via

La nuova linea sale per circa 1600 metri sulla parete sud-est del K7, sviluppandosi su trenta tiri di corda. Le difficoltà massime dichiarate dal team sono M7, WI5+, A1. La salita si è svolta prevalentemente su terreno di misto, con roccia spesso incrostata di neve. Tra i tratti più impegnativi, una goulotte verticale di circa cinquanta metri affrontata ad una quota di 6400 metri. 

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