ATLETICA

L'Italia dell'atletica cresce e guarda avanti nella visione di Antonio La Torre

Intervista esclusiva al tecnico azzurro che traccia il bilancio di un’altra stagione da record, pensando al prossimo biennio che porterà verso le Olimpiadi di Los Angeles 2028

di Ferdinando Savarese
30 Ott 2026 - 09:16
 © Grana/Fidal

© Grana/Fidal

Antonio La Torre, direttore tecnico e scientifico della FIDAL, guida dal 2018 con passione e rigore analitico un movimento azzurro che non smette di stupire, al termine di una stagione conclusa lasciando in dote medaglie europee, mondiali, infiniti record nazionali e una continuità ad altissimo livello tale da confermare la nostra atletica su standard eccellenti, con risultati che un tempo sarebbero stati definiti quali un’eccezione, mentre adesso rappresentano una solida e duratura realtà.

Il 2026 ha infatti spazzato via le ultime sacche di scetticismo, perché se il trionfo nel medagliere degli Europei di Roma 2024 era stato liquidato da alcuni come un semplice effetto del fattore campo, oltretutto nell'anno olimpico, la spedizione in quelli di Birmingham ha firmato la definitiva consacrazione internazionale, dimostrando contro avversari al top della condizione la vera statura da superpotenza mondiale della nostra nazionale, merito del talento dei singoli ma anche di un'alchimia di squadra capace di trasformare la maglia azzurra in uno straordinario moltiplicatore di energia.

Tra i capitoli più intensi di questi mesi spicca la grande resilienza dei senatori, quali Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi, affrettatamente dati per finiti, che hanno dimostrato ancora una volta la caratura dei fenomeni assoluti regalando sprazzi di atletica stellare e più forti delle sfortune e degli intoppi fisici, mentre al loro fianco l'onda verde continua a spingere inarrestabile, come testimonia l'esplosione inesauribile di nuovi talenti a conferma di un continuo ricambio generazionale. 

Ora la sfida si sposta inevitabilmente sul piano della gestione delle pressioni e della programmazione perché, con gli Eurocross di dicembre a far già da ponte verso il futuro, la vera insidia potrebbe essere il peso di aspettative sempre più elevate, ma intanto è doveroso godersi le soddisfazioni per quanto vissuto, riavvolgendo il nastro di una stagione indimenticabile e guardando diritti ai prossimi traguardi.

© Grana/Fidal

© Grana/Fidal

Antonio questa stagione si è chiusa con numeri straordinari tra medaglie internazionali, record italiani e continuità di rendimento ad altissimo livello. Se dovessi scegliere una singola parola per definire questo 2026 dell’atletica azzurra, quale sarebbe e perché?

"Consistente! È sicuramente l'aggettivo che mi viene in mente subito, perché abbiamo fatto un ulteriore passo avanti nel percorso iniziato con il terremoto generato dai 5 ori nelle Olimpiadi di Tokyo 2021, poi proseguito con stagioni sempre positive dal 2022 al 2025 in cui, tassello dopo tassello, abbiamo costruito risultati sempre importanti, ma quest'anno ritengo sia stato ancora più robusto, grazie a una consistenza che ci pone attualmente tra le grandi potenze mondiali dell'atletica."

Al di là dei medaglieri e delle prestazioni scritte sui tabelloni, il ruolo del Direttore Tecnico vive in bilico tra l'emozione pura e l'analisi fredda. Guardando indietro a questi mesi di gare, quale è stato l'attimo preciso in cui il cuore ha preso il sopravvento?

"Ho sempre cercato di far prevalere nel mio modo di agire l'aspetto razionale, con analisi fredde in cui non mi esalto di fronte a grandi risultati, e non mi deprimo di fronte a controprestazioni, ma non posso negare che c'è stato un momento in cui il cuore ha preso il sopravvento su tutto, durante l'ultima gara negli Europei di Birmingham, in occasione della vittoria della 4x400 maschile che ha anche sancito il successo di squadra nel medagliere finale, proprio davanti all'Inghilterra seconda di un soffio in quella disciplina."

C'è stata invece qualche prestazione o risultato che ti ha lasciato l'amaro in bocca più di tutti?

"Posso dire con assoluta convinzione che non vi è stato niente che mi abbia minimamente lasciato l'amaro in bocca. Sarebbe ingeneroso verso atleti che si sono impegnati come tutti gli altri, con sacrificio e passione, per poi essere penalizzati da infortuni o magari solamente dal fatto che quella singola competizione sia andata storta, per cui il mio ruolo sta anche e soprattutto nel far sì che quanto di positivo fatto non venga esaltato più di tanto, ma anche che quanto di meno positivo avvenga sia considerato una fase normale della vita agonistica che non deve mai abbattere nessuno."

Alla vigilia del 2026 in molti davano Jacobs e Tamberi sulla strada del tramonto, mentre hanno dimostrato ancora una volta un talento infinito, regalando sprazzi di atletica stellare, anche se per Marcell la sfortuna si è messa di mezzo proprio nel momento decisivo. Come si gestisce, dal punto di vista umano e tecnico, la parabola di due fenomeni di questa caratura?

"In quanto fenomeni che hanno scritto la storia, perché quei pochi minuti di Tokyo 2021 dei loro due ori rimarranno per sempre nei testi dello sport italiano, sanno perfettamente gestirsi da soli, e sono in grado di capire perfettamente cosa possono dare ancora, quali strade possono esplorare e, sino a quando si divertiranno nel fare quello che fanno nonostante la convivenza con tanti frequenti dolori, continueranno a regalarci grandi emozioni."

Tra le tante facce nuove che si sono affacciate sulla scena internazionale, qual è la figura giovanile che ti ha sorpreso di più, non solo per le prestazioni, ma anche per la personalità e la maturità dimostrata indossando la maglia azzurra?

"Non mi sento di citare in particolare una singola figura, anche se il primo nome che mi viene in mente è quello di Kelly Doualla, capace di confermarsi a grandissimi livelli in ambito giovanile, ma anche di affrontare da atleta più giovane presente i mondiali indoor assoluti dove ha fatto una grande esperienza, e poi sicuramente su tutti anche i fratelli Daniele e Francesco Inzoli, oltre che Serena Di Fabio. La grande forza di questi, ma anche di tanti altri giovani talenti, è quella di sapersi adattare in ogni contesto agonistico con grande determinazione, ma pure con il sorriso sulle labbra senza eccessivi timori."

La più grande sorpresa di quest'anno è stata una giovane marciatrice, Sofia Fiorini, passata in pochi mesi dal quasi anonimato alle vette assolute mondiali, una nuova stella capace di continuare la grande tradizione di questa disciplina in Italia. Quale consiglio le hai dato, oltretutto da ex tecnico di marcia, per la prossima stagione in cui tutti gli occhi saranno puntati su di lei?

"Il mio consiglio è soprattutto quello di puntare già dalla prossima stagione alla mezza maratona, che sarà poi l'unica disciplina di Los Angeles 2028, anche se poi quest'anno ha già fatto bene su tale distanza nelle occasioni in cui è stata presente. Però dall'anno prossimo avrà anche tutti gli occhi addosso, non sarà più una sorpresa, per cui dovrà cercare di fare sua ancor di più questa gara, in modo da potersi presentare alle Olimpiadi statunitensi con realistiche possibilità di essere grande protagonista."

© Grana/Fidal

© Grana/Fidal

Dopo Roma 2024 molti scettici dissero che il primo posto nel medagliere era stato favorito dal fattore campo e da un anno olimpico con scelte di programmazione particolari. A Birmingham, in casa degli inglesi e con tutti i campioni continentali tirati a lucido, l'Italia ha confermato di essere una superpotenza. Questa spedizione è stata la vera consacrazione del nostro movimento?

"Ricordo bene un certo scetticismo che ci fu dopo gli europei disputati in casa, quando si disse che era stato facile in quanto essendo l'anno olimpico, tanti atleti non si erano presentati o non erano al massimo della forma, perché pensavano all'appuntamento più importante di Parigi. Questo mi rende ancora più orgoglioso di quanto fatto a Birmingham, dove abbiamo ottenuto solo 2 medaglie in meno pur se sempre primi nel medagliere, e soprattutto facendo il paragone con gli Europei di Monaco di Baviera del 2022, altro anno non olimpico, nell'occasione fummo settimi con 10 podi in totale. Si, credo assolutamente sia stata la nostra definitiva consacrazione, una straordinaria dimostrazione di maturità agonistica, con l'ultimo successo già citato nella 4x400 maschile, proprio contro gli inglesi che ritengono tale staffetta più importante ancora di quella veloce."

L'atletica è principalmente uno sport individuale, fatto di atleti che lavorano tutto l'anno con i propri staff per cui le occasioni di squadra si riducono a pochi giorni durante le grandi spedizioni internazionali. Come si riesce, in finestre così corte, a costruire un vero spirito d'appartenenza, e far sì che la maglia azzurra sia una spinta in più e non un fattore di pressione?

"Si cerca di creare nelle occasioni agonistiche dei campionati, ma anche nei raduni delle varie discipline, uno spirito di gruppo che ormai viene alimentato direttamente dai vari atleti, che sono sempre entusiasti e trovano la carica giusta in tali occasioni per dare il meglio di se stessi. Il gruppo serve poi a deresponsabilizzare in qualche modo il singolo individuo, nella misura in cui tra tantissimi campioni presenti nessuno si sente in particolare sotto osservazione e poi, vorrei anche fare un plauso particolare al nostro presidente, Stefano Mei, che da ex grande atleta conosce perfettamente le dinamiche mentali alla vigilia degli appuntamenti più importanti, e con la sua costante presenza riesce sempre a trasmettere personalmente la giusta serenità."

Dopo stagioni di questo livello il rischio potrebbe essere l'appagamento, ma anche il peso di aspettative sempre più alte da parte dei media e degli atleti stessi. Come si gestisce questa pressione crescente nel percorso di avvicinamento ai Giochi di Los Angeles 2028?

"La nostra struttura tecnica ha sempre fame, come d'altra parte ce l'hanno anche tutti gli atleti, per cui non esiste la parola 'appagamento'. Il mio obiettivo personale è quello di alzare ulteriormente l'asticella verso l'alto, senza però badare all'inevitabile pressione da parte dei media che ormai ci riconoscono tra le grandi potenze dell'atletica mondiale, e si aspettano sempre risultati di un certo tipo. Dobbiamo quindi muoverci tenendo sempre i piedi ben piantati per terra, senza dare niente per scontato ma consapevoli del nostro potenziale, per cui così facendo potremmo avvicinarci verso Los Angeles 2028 con le aspettative che devono competere a una grande potenza."

© Grana/Fidal

© Grana/Fidal