Niki Lauda, un sottomarino rosso a Monza

Le imprese sportive del campione austriaco resteranno per sempre impresse nella memoria di molti, come emozioni e come fonte d’ispirazione.

di STEFANO GATTI
Niki Lauda, un sottomarino rosso a Monza

L’airscoop delle Ferrari 312 T di Lauda e Regazzoni che “emerge” come il periscopio di un sommergibile dalla salita verso la Variante Ascari è in assoluto uno dei primi ricordi della mia passione per le corse. E, ne sono assolutamente certo, non solo il mio.

Monza, 1975, Gran Premio d’Italia.
Il“12” nero, senza tanti fronzoli, in campo bianco.
La doppia striscia tricolore.
Tanto rosso, naturalmente. Un po’ di bianco
Le ruote: enormi, quelle posteriori. Così piccole, quelle anteriori.
Il suono lacerante del dodici cilindri di Maranello. I
Il casco, arancione più che rosso, con quella firma bianca tutta maiuscola: NIKI LAUDA.

Non si tratta di operazione nostalgia ma del primo passo di un tributo di riconoscenza. Da versare volentieri. Più che volentieri. Perché in fondo, adesso che Niki non è più qui, l’unica urgenza che rimane è quella di restituire, di fare se possibile pari con un campione che, tanti anni fa, ti ha regalato qualcosa. Correndo la sua vita, Lauda ha aggiunto gusto anche a quella di molti di noi. Non lo ha fatto apposta, non era la sua priorità (vincere per se stesso lo era). Ma lo ha fatto. Ed è ciò che ora resta. Emozioni, certo. Spaventi, anche. Arrabbiature, ci stanno pure quelle. Ma soprattutto un’ispirazione. Perché forse senza Niki, senza quella sequenza televisiva (in bianco e nero!) del “sottomarino” rosso che si avventa sulla staccata della Ascari, qualcuno che oggi stringe tra le mani il volante di un’auto da corsa non avrebbe mai infilato un casco e non sarebbe mai sceso in pista. Altri non avrebbe mai intrapreso un corso di studi che li hanno portati ad una tavolo di progettazione, ad un banco prova, a “guidare” il proprio pilota da quello che una volta chiamavamo il muretto box e che oggi è una gigantesca console. Ed io non sarei nemmeno qui, non sarei stato da tante altre parti, lungo tanti anni.

Restituire significa in questo caso prelevare dalla propria memoria Monza oppure Montecarlo, Hunt e Regazzoni, la Ferrari e la Brabham con il ventilatore, Marlene, il Drake e Merzario. Significa spegnere il rogo del Nuerburgring con il diluvio del Fuji. Significa in definitiva infilare tutto quanto dentro un tesoro di riconoscenza che porta Niki Lauda e la sua leggenda ben oltre la barriera dei settanta giri (pardon dei settant’anni), anzi in un certo senso la abbatte, la ridimensiona a semplice pit stop. Una sosta ai box come tante altre, dalla quale noi tutti gli facciamo segno che le slick nuove sono montate, l’incidenza dell’alettone regolata, che adesso può ripartire.

Il semaforo è di nuovo verde, il lollipop si solleva, il pollice fa segno che è tutto ok: un nuovo giro sta per iniziare. La pista si stende davanti agli occhi, è lì che aspetta: quella di un autodromo oppure quella di un aeroporto. Scelga pure lui. Se lo è meritato. Grazie Niki. Godspeed.

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RICORDO NIKI LAUDA MONZA 1975

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