L'INTERVISTA

Baggio: "Sogno ancora il rigore del '94. Juve? Non volevo andarci, mi sentii colpevole"

Le rivelazioni del campione azzurro: "Per Sacchi non ero una priorità. Dopo la prima operazione alle ginocchia dissi: 'Mamma, uccidimi'"

10 Mag 2026 - 11:14
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Trentadue anni di sofferenza nella voce di Roberto Baggio. Il rigore sbagliato di Pasadena 1994, nella finale Mondiale contro il Brasile, resta nei ricordi dolorosi del campione, come spiegato in un'intervista al Corriere della Sera: "Mi sentii in colpa con tutti gli italiani. Non avevo mai calciato un rigore sopra la traversa, provavo una vergogna infinita, volevo sparire. Col tempo impari a conviverci, ma non è una ferita che si chiude del tutto. Sogno ancora quel rigore, di continuo. A volte invece ci penso da sveglio, nel letto, quando non riesco a prendere sonno. Immagino di sognare. E mi addormento".

Sempre legato alla maglia azzurra, altri due aneddoti. Il primo sempre su quel '94 e il rapporto con Sacchi: "Contro la Norvegia fu espulso Pagliuca e fui sostituito. Tatticamente ci stava, ma il giorno prima Sacchi mi aveva detto: 'Tu per noi sei come Maradona per l'Argentina'. Quando vidi il cambio, mi sembrò una contraddizione enorme: Maradona non l'avrebbero mai sostituito". E sulla finale: "Pensai che la mia presenza in finale non fosse una priorità. Percepii una situazione ambigua, forse si pensava (si riferisce a Sacchi, ndr) che una vittoria senza di me avrebbe esaltato ancora di più il gruppo. E forse, in caso di sconfitta, la mia assenza avrebbe potuto diventare un alibi".

Nel 2002, la mancata convocazione di Trapattoni: "Avevo lavorato come un matto. Trapattoni mi chiamò e non scorderò mai la sua voce: 'Non me la sento di portarti, ho paura che ti fai male'. Eppure avevo dimostrato di non temere nulla. E se mi fossi infortunato avrei chiuso alla grande, al Mondiale".

Poi due momenti difficili. Il primo legato al primo infortunio alle ginocchia: "Ero solo un ragazzino, non c'erano le tecniche chirurgiche che ci sono oggi. Andammo a Saint-Etienne sulla vecchia Ford di famiglia, dodici ore di viaggio nel silenzio: era il terrore che non sarei più tornato a giocare. Quando mi svegliati dall'anestesia urlavo per la sofferenza. Non potevo prendere antidolorifici, sono allergico. Dissi a mia madre: 'Se mi vuoi bene, uccidimi'". 

Qualche anno dopo, nel 1990, il contestato passaggio dalla Fiorentina alla Juventus: "Firenze si ribellò. Al ritiro azzurro di Coverciano arrivai nascosto nella volante della polizia. Piangevo come un bambino e sentivo un dolore lancinante per tutta quella rabbia e sofferenza. Non avevo mai voluto la cessione, ma mi sentivo colpevole".

Infine, spazio alla religione: "Il Buddhismo è stato il mio rifugio, mi ha formato come persona. Mi ha dato la forza quando ne ho avuto più bisogno e il coraggio di non mollare mai".