Mazzola, un grande dirigente ancora prima di smettere di giocare
Quanti colpi di mercato sotto la sua gestione nerazzurra: da Luisito Suarez a Ronaldo, passando per Altobelli, Beccalossi e Zanetti. Con i rimpianti Platini e Falcao
di Enzo Palladini© ansa
È stato, è e sempre sarà un “Cuore nerazzurro”. Definizione meno scontata di quanto possa sembrare e che Sandro Mazzola ha scelto come titolo per la sua recente autobiografia. Una sola maglia vestita, un’emozione lunga una vita e coltivata anche nei momenti bui, vissuta con quel senso di appartenenza che il calcio moderno ha messo in soffitta. E proprio per la sua Inter ha dato il meglio anche da dirigente. Si cambiò per l’ultima volta nello spogliatoio di San Siro la sera del 3 luglio 1977, doppiamente triste. Prima di tutto perché aveva deciso senza possibilità di retromarcia che quella sera avrebbe smesso. Ma soprattutto perché quella sera l’Inter aveva perso per 2-0 la finale di Coppa Italia e non contro un’avversaria convenzionale. L’aveva persa contro il Milan. Bruciava, accidenti se bruciava.
Ma la decisione era presa: sarebbe stato dirigente della sua Inter, con il ruolo di consigliere delegato del presidente Ivanoe Fraizzoli. In realtà era già dirigente prima, quando cominciava ad avere il fiatone nel rincorrere qualche avversario giovane. Capitano, sì, ma con poteri decisionali molto superiori al normale. C’era stata la sua firma nella decisione di affidare la panchina a un giovane Luisito Suarez nella stagione 1974-75, una delle più anonime della storia nerazzurra. Così come c’era il suo placet nella scelta di Beppe Chiappella per gestire una sana transizione tra il 1975 e il 1977. Voleva che la nuova Inter fosse la “sua” Inter e impose a Fraizzoli di puntare tutto su Eugenio Bersellini, nonostante fosse appena retrocesso con la Sampdoria. Disciplina e rigore tattico, questo voleva il Baffo per una squadra che da troppo tempo aspettava di vincere.
Per segnare i gol andò a prendere “Spillo” Altobelli che si faceva valere nel Brescia, l’anno seguente sempre a Brescia andò a prendere Evaristo Beccalossi, croce e delizia di San Siro. Bersellini venne lasciato lavorare e nel 1980 arrivò lo scudetto, seguito da un’onorevole semifinale di Coppa dei Campioni l’anno seguente, quando solo il Real Madrid mise fine al grande sogno. Ma durante questa prima avventura dirigenziale all’Inter i grandi colpi sono stati quelli sfiorati, non per colpa di Mazzola. Nel 1977 aveva preso Michel Platini quando Le Roi giocava nel Nancy. Contratto firmato, tutto a posto. La Figc aveva promesso di riaprire le frontiere tra il 1978 e il 1979 invece poi fece slittare il termine al 1980. Platini prese lo stipendio per due anni dall’Inter poi invece passò al Saint Etienne che nel 1982 lo vendette alla Juventus.
L’altro grande colpo mancato, Paulo Roberto Falcao, viene raccontato in questo modo nel libro “Falcao divino e demone”: “E accade questo con Falcao, giugno del 1983, la Roma ha appena vinto lo scudetto e rischia di vedersi portare via l’uomo simbolo, l’ottavo re, Paulo Roberto Falcao. Il brasiliano, dalla sua casa di Porto Alegre dove si trova in vacanza, parla già da ex: “Lasciare Roma è un trauma”, dice. Il presidente giallorosso Dino Viola incassa questa dichiarazione con l’abilità di un esperto giocatore di poker. Sa che tante squadre vogliono il suo gioiello, ma nessuna aveva firmato un accordo con la Roma. Si parla delle avances del Verona e del Napoli, la telenovela diventa un caso nazionale, ma la verità è che Falcao si è promesso all’Inter. Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, lavora nell’ombra assieme a “Cristoforo” Colombo, non il navigatore ed esploratore bensì il procuratore del giocatore, trova un accordo che soddisfa Falcao e, tutto soddisfatto, lo mostra al presidente Ivanoe Fraizzoli. È il colpo dell’anno. Da tenere segreto per qualche giorno, perché non si sa mai, però ormai non c’erano più dubbi: Falcao sarà dell’Inter. Fraizzoli è un signore d’altri tempi, un gentiluomo, forse però troppo ingenuo. Una sera, quando manca ancora l’accordo tra le società, per correttezza alza il telefono e chiama Dino Viola per annunciargli che ha tra le mani la firma di Falcao. Dall’altra c’era anche Giulio Andreotti: il potere logora chi non ce l’ha e chi ce l’ha, invece, alza il telefono…
Paulo Roberto Falcao era dell’Inter, Giulio Andreotti blocca l’affare: Viola prende atto, ma non parla. Fraizzoli capisce che la faccenda si complica e sospetta, anche se lo confessa soltanto alla moglie Renata: è sicuro che si sarebbero mossi i pezzi grossi per bloccare l’affare. Il primo periodo di Sandro Mazzola da dirigente interista si chiuse con l’avvento di Ernesto Pellegrini nel 1985. Troppo forti le divergenze di strategia. Il Baffo lavorava sui colpi in prospettiva, Pellegrini preferiva i Rummenigge e i Tardelli, grandi nomi per far sognare le folle. Tra il Mazzola-1 e il Mazzola-2 passarono undici anni, durante i quali il Baffo oltre a creare una sua agenzia di pubblicità e a fare il commentatore televisivo, lavorò per il Genoa. Il suo passaggio al Torino fu invece dal 2000 al 2003, dopo il secondo addio all’Inter. Poi ci fu il grande ritorno, passando per la porta principale.
Nemmeno il tempo di firmare il passaggio da Ernesto Pellegrini a Massimo Moratti e Mazzola era già di nuovo in sella. Il nuovo presidente era ragazzo quando da semplice (semplice?) tifoso della squadra presieduta dal padre Angelo applaudiva le gesta di quel fuoriclasse invidiato da molte grandi squadre. Nell’estate 1995, il primo mercato della sua nuova era, rivoluzionò completamente la squadra prendendo tra l’altro Javier Zanetti e Roberto Carlos. Ma il fiore all’occhiello della sua gestione nel 1997 fu l’arrivo di Ronaldo. In verità il Baffo non ne era convintissimo inizialmente, nel 1996 l’aveva visto all’opera in un’amichevole Inghilterra-Brasile e non ne era rimasto impressionato. Dopo la stagione al Barcellona, invece, spalleggiò decisamente Moratti nella trattativa. Grande inventiva in campo, stratega sopraffino nella vita, ha sempre visto un passo oltre, ha sempre stretto le alleanze giuste, tanti buoni conoscenti, nessun amico troppo amico perché non si sa mai. Cuore nerazzurro sempre e comunque.