Altobelli: "Beccalossi era inarrivabile, riportava il calcio di strada sui campi della Serie A"
Spillo ricorda il compagno di squadra, l'amico, il fratello: "Ci capivamo al volo"
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Uno assieme all'altro, compagni di squadra, amici nella vita: Beccalossi e Altobelli, il Becca e Spillo. Sempre insieme, prima al Brescia e poi all'Inter. Uniti, dentro e fuori dal campo. Anche in questo anno difficile per Evaristo Beccalossi, morto nella notte a 69 anni, Altobelli gli è sempre stato accanto. Pur non riuscendo ad accettare che la malattia potesse aver segnato così profondamente quello che definiva un fratello: "Cosa ci univa? L'amicizia profonda. E poi in campo ci capivamo al volo", racconta all'ANSA Altobelli che non riesce a darsi pace per la morte dell'amico nonostante fosse ormai preparato a dirgli addio. "Arrivai a Brescia nel 1974 - ricorda l'ex attaccante -: lui giocava nella Primavera che poi avrebbe vinto lo scudetto, io feci qualche partita con loro e poi salii in prima squadra. Abbiamo condiviso tutto: le squadre, prima il Brescia e poi l'Inter, le partite, i dopogara. Quando litigavamo con qualcuno ci spalleggiavamo".
Un'intesa naturale, costruita anche sulla capacità di Altobelli di leggere il talento dell'amico: "Mi sono sempre speso perché tutti comprendessero la sua bravura". Perché Beccalossi, sottolinea, "è stato sicuramente sottovalutato. Ma quando era in giornata era inarrivabile. A San Siro si veniva a vedere lui, mica l'Inter. Riportava il calcio di strada sui campi della Serie A". Geniale e imprevedibile, anche difficile da interpretare: "Aveva uno stile tutto suo - sostiene Altobelli -, e se non lo capivi facevi fatica a stargli dietro. Io lo feci dall'inizio, e così nacque la nostra intesa".
Un talento che, secondo il compagno, avrebbe meritato anche la Nazionale e il Mondiale del 1982: "Veniva da una grande stagione. Ma era divisivo. Bearzot non lo convocò per evitare polemiche. Alla fine ebbe ragione, perché vincemmo, ma Evaristo avrebbe meritato di esserci". Tra i ricordi, anche episodi emblematici del carattere di Beccalossi. Come i due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava: "Il rigorista ero io, ma veniva da un periodo difficile e mi chiese di calciarli. Glieli lasciai. Li sbagliò entrambi, ma vincemmo 2-0 e ci scherzammo sopra a lungo". E poi l'immagine più umana, quella di un uomo capace di farsi voler bene da tutti: "Quando l'Inter decise di cederlo e lo mise ad allenarsi a parte, mi si strinse il cuore. Andai a parlare con il presidente insieme a Rummenigge. Non cambiò nulla, ma Evaristo era questo: uno che toccava i cuori di tutti".