TENNIS

Sinner 50 anni dopo Panatta: tanto diversi quanto è cambiato il tennis in mezzo secolo

Jannik ha preso a pallate anche i luoghi comuni che si portava addosso: è sempre più numero uno del mondo e lo resterà a lungo

di Enzo Palladini
18 Mag 2026 - 07:30
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“No, ma Sinner non è niente di che sulla terra battuta”. Pensa se fosse stato forte. “No, ma Sinner ha dei limiti atletici, non regge alla fatica”. Magari, come in una delle sue mille pubblicità, ha mandato la sua controfigura in campo nell’odissea della semifinale contro Medvedev, mentre Casper Ruud si riposava al termine di un match vinto con il braccio fuori dal finestrino contro un esausto Darderi. Luogo comune dopo luogo comune, il numero uno del mondo ha sgretolato tutti i presunti difetti che gli venivano attribuiti. Le sue bordate da fondocampo, oltre a spolverare le righe, hanno sverniciato il gruppo dei detrattori che stanno lì a bordocampo ad aspettare una sua incertezza.

Nelle mani di qualche irriducibile antisinneriano resta un foglietto con una domanda retorica: già, ma se ci fosse stato Alcaraz? I periodi ipotetici non scrivono gli albi d’oro. Carlitos è infortunato, non è certo colpa sua ma meno ancora è colpa di Jannik. È la legge dello sport, ma poi in fondo anche quella della vita.

Così dopo cinquant’anni esatti, un italiano torna a vincere gli Internazionali d’Italia. Jannik Sinner come Adriano Panatta. Ma quel “come” finisce qui. Le differenze abissali tra questi due campioni sono indubbiamente rappresentative dei profondi cambiamenti che questo sport ha vissuto in mezzo secolo. I ragazzi che iniziano a giocare oggi nelle scuole tennis si abituano velocemente ad attrezzi avanzatissimi, a racchette di materiali da laboratorio, bilanciate al milligrammo. Nel 1976 – basta dare un’occhiata ai filmati dell’epoca – si giocava con dei pezzi di legno, si colpiva la palla con ovali molto più ridotti, ma soprattutto la velocità del gioco era molto inferiore. E diversi erano i giocatori.

Panatta era talento puro, Sinner è lavoro e programmazione. Adriano accarezzava la palla, Jannik la prende a sberloni. Panatta dal nulla tirava fuori la sua irresistibile “veronica”, la volèe alta di rovescio, oppure si tuffava sulla sua destra per una stop-volley vincente, Sinner tratta quasi tutti i colpi allo stesso modo, anche se a rete ci va quando è proprio sicuro. Adriano è un estroverso con una parlata musicale romanesca, Jannik è un altoatesino che ha imparato bene l’italiano (e altrettanto bene l’inglese), che sa misurare le sue uscite pubbliche così come il suo dritto lungolinea. Panatta si allenava il giusto, Sinner ha uno staff che programma tutte le ventiquattro ore di ogni sua giornata. Adriano è stato un idolo anche per il suo stile di vita: bei posti, belle donne, qualche notte prolungata fino al mattino, Jannik ci ha fatto sapere in questi giorni una verità insospettabile, “mi diverto anch’io”, senza rivelarci in che modo. Impossibile trovare due personaggi così distanti tra loro, eppure li accomuna una caratteristica: sono due campioni che hanno caratterizzato e trascinato le rispettive generazioni.

Eppure la finale non inizia nel migliore dei modi. Un po’ di stanchezza psicofisica emerge, dalla partenza di Sinner. Porta a casa il primo punto dopo che l’avversario ne ha infilati 5 consecutivi. Sta un po’ sotto le medie abituali con il dritto. Va sotto 2-0 con 8 punti a 1 per Ruud, che lo fa soffrire mantenendo alto il ritmo. Però trova subito la forza di reagire anche se la prima palla fa fatica a entrare (ne mette dentro 9 delle prime 20). Poi si normalizza tutto, Ruud si rende conto di avere sprecato qualche occasione e il gioco-chiave del primo set è il nono, quando Jannik sforna tre smorzate da urlo, le prime due vincenti e la terza che costringe il norvegese all’errore. Poi chiude il primo set con un game vinto a zero sul suo servizio, in modalità numero uno del mondo.

È proprio qui che si comprende la differenza abissale di forza mentale che esiste tra Sinner e quasi tutti i suoi colleghi. Il braccio di Jannik si muove più liberamente, la palla va via con una pulizia che stordisce Ruud e le sue velleità. Il break a favore di Sinner arriva al primo game, che poi è il quarto consecutivo per l’italiano, poi arriva subito il quinto con un parziale di 20 punti a 6. Non bastano due palle-break a Sinner per portarsi sul 3-0, ma ormai la partita ha preso una direzione ben precisa e al nostro fenomeno basta mantenere il servizio (con un solo piccolo brivido per una palla-break nell’ottavo gioco) per regalarsi, finalmente, il torneo di casa. La grande novità di questo Sinner “romano” è proprio quella palla corta che fino a qualche tempo fa era prerogativa di Carlos Alcaraz e che invece adesso l’altoatesino gioca con una disinvoltura che incanta. Un altro luogo comune abbattuto. C’era chi lo accusava di giocare un tennis monotono, le ultime varianti hanno cancellato anche questo dubbio. È il numero uno e tale resterà a lungo, in attesa di potersi di nuovo misurare con l’unico avversario che possa mettere in discussione la sua leadership.

Una giornata meravigliosa per il tennis italiano, che prima del trionfo di Sinner aveva messo in bacheca un altro successo, quello di Vavassori e Bolelli nel doppio maschile. Qui l’attesa era stata ancora più lunga, perché la vittoria italiana mancava addirittura dal 1960, quando a conquistare il trofeo erano stati Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola. Per i due azzurri è il secondo trofeo stagionale dopo quello di Miami, ma soprattutto è una rivincita dopo tante coppe viste da vicino e poi sfumate all’ultimo atto. Ma c’è poco da fare, oggi il tennis italiano è all’avanguardia assoluta nel mondo. Abbiamo un numero uno che resterà tale per parecchio tempo e tanti ragazzi che lo seguono prendendosi parecchie soddisfazioni. E poi c’è l’effetto traino. Non siamo diventati tutti tennisti, ma poco ci manca.