TRAILRUNNING

Valtellina Wine Trail: il sabato del villaggio

Settima edizione di uno degli eventi trail più partecipati a livello nazionale, e non solo

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Solo il mio punto di vista, non è altro che il mio punto di vista ma è comunque uno sguardo “da dentro” e quindi non del tutto campato per aria. Si tratta di questo: il momento più “alto”, forse anche il più emozionante del Valtellina Wine Trail 2019 non riguarda un episodio strettamente legato allo svolgimento della corsa stessa, ai quarantadue chilometri della maratona oppure ai ventuno della “mezza”. No, il clou è arrivato all’epilogo dell’evento: quello delle premiazioni. Quando tutto sembrava declinare anche un po' malinconicamente verso la fine. Ed invece no. Leggere per credere, almeno spero.

Divorati i meritati pizzoccheri (una porzione abbondante, ma non avrei detto di no al bis), con il compagno di squadra Vittorio decidiamo di presenziare alla cerimonia delle premiazioni. Da spettatori, anche se lui ha sfiorato il podio di categoria. Ecco, appunto: la premiazione dei toprunners è in pieno svolgimento quando, a pochi metri dal palco, “piomba” sul traguardo Ion Vintila, 582esimo atleta a calpestare il red carpet (o stavolta era blu? Mah …!), ad oltrepassare il castelletto del traguardo. Dalla loro postazione privilegiata e sopraelevata, Cino Ortelli e Thomas Sosio se ne accorgono e decidono di introdurre una variazione estemporanea al protocollo, chiamando sul palco questo ragazzone from Moldavia, grande e grosso (ecco, magari un filo massiccio per questa disciplina). Lui arriva, la bandiera del suo Paese intorno alle spalle, accompagnato da tutta la famiglia. Un bel momento: di sport, di amicizia, di fratellanza, di condivisione. Chiamatela come volete, sentitevi liberi di concordare oppure di dissentire. Ma non restate indifferenti, please. Anche perché l’attacco del pezzo questa volta l’ho trovato solo in dirittura d’arrivo (nel vero senso della parola), quando ormai non ci speravo più. Comunque sia, Ion il barbuto ha impiegato quasi otto ore a chiudere la sua prova, ed è lì che adesso (molto appropriatamente) "corre" l’obbligo di tornare. Ad otto ore fa, magari anche prima.

La sveglia suona molto presto nel mio chalet di Lanzada, in Valmalenco. Maia disegna linee sinuose e corre veloce giù per la strada che mi porta a Sondrio. E meno male, perché pochi minuti dopo il mio passaggio, uno smottamento di terra e massi provoca la chiusura della strada stessa, causando qualche problema ai miei colleghi della Sportiva Lanzada, ugualmente diretti alla stazione ferroviaria di Sondrio, dove parte la “tradotta” che porta alla partenza di Chiuro gli iscritti della 21K ed a Tirano noi che abbiamo scelto la distanza doppia. Scatteremo però tutti alla stessa ora: mezzogiorno. In un certo senso, loro ci prepareranno il terreno, precedendoci di un paio d’ore sul percorso, nel tratto appunto tra Chiuro ed il capoluogo valtellinese.

Le battute iniziali della “lunga” mi provocano qualche sommovimento interno. La partenza avviene in Piazza Cavour, dove quasi esattamente sei mesi fa (l’otto giugno) avevo con grande soddisfazione tagliato il traguardo della Doppia W Ultra Poschiavo-Tirano. I primi duemila metri di oggi ricopiano fedelmente gli ultimi due della scorsa primavera. Mi impegno al massimo per “scortare” Elisa Desco giù per l’interminabile rettilineo della Statale dello Stelvio che taglia in due Tirano, unendo il Santuario al centro cittadino. Ma reggo solo per cinquecento metri il passo (direi sui 3 e 40 al chilometro) di colei che, con Marco De Gasperi (guru del Wine Trail) forma la coppia d’oro della corsa in montagna tricolore e non solo. Elisa si allontana senza sforzo apparente. Beh, ci mancherebbe altro: io sono come al solito destinato alla “terra di nessuno” di metà classifica mentre lei tra poco meno di quattro ore vincerà per il Valtellina Wine Trail per la terza volta, chiudendo tra l’altro 16esima assoluta della classifica generale, in cima alla quale si piazzerà il colombiano Gustavo Buitrago. Un colombiano ad aprire la graduatoria (i runners "d'altura" del Paese sudamericano hanno imperversato a lungo la scorsa estate sulle nostre Alpi Centrali), un moldavo appunto a chiuderla. E, sparsi un po’ ovunque nella lista dei finishers, atleti da una trentina di nazioni: Wine Trail sempre più internazionale, anno dopo anno: e sono già sette!

Senza dimenticare i passaggi all'interno di alcune aziende vitivinicole (un must ed un'esclusiva di questo evento) l’itinerario alterna vigneti, boschi e borghi (dove sono dislocati i ristori ma anche tante vasche e fontane che “timbro” regolarmente per uno sorsata ed una rinfrescata, manco fosse il mese di agosto), mulattiere e sentierini, rampe a tratti anche muscolari (per non parlare di gradini e scalinate) a discesone ugualmente tirate, se non di più. Sterrato, acciottolato, asfalto, prati in stile corsa campestre. Tutto questo senza soluzione di continuità. Molti di noi sono più avvezzi ai percorsi ad anello, nei quali partenza ed arrivo coincidono ed a grandi linee … all’andata si sale (fino al o ai GPM) ed al ritorno si scende. Ed è tutto lì: netto, definito, schematico. Ti fai un piano, cerchi di seguirlo meglio il più fedelmente possibile, lo porti a termine meglio che ti riesce. Senza pensarci troppo. Qui no, è tutta un’altra storia. Il dislivello è contenuto: millesettecento metri in quarantadue chilometri. Niente di che, viene da pensare. Ma è tutto uno “spezzatino”: muscoli, polmoni e articolazioni non ci capiscono più nulla. Un chilometro di discesa a perdifiato sull’asfalto si “infrange” contro una rampa di gradini che portano nel cuore dell’ennesimo vigneto. Un sentierino a mezzacosta nel bosco “precipita” improvvisamente in una mulattiera ripidissima. E così via. Per quarantaque chilometri. Ne bastano meno (tra i venticinque ed i trenta) perché si scateni, come diretta conseguenza, la tempesta perfetta: crampi! Tanti, maledetti e subito! Una moria di trailrunners “spiaggiati” ai bordi della strada, piegati in due e impietriti dagli spasmi. Luca, Cinzia, Paolo, Barbara, molti altri che non conosco di nome. Ci fermiamo a prestare soccorso e conforto, incoraggiamo a tenere duro ed a proseguire. Dai, provaci. Poi via che si riparte. Io li sento arrivare, i crampi. Appena sottopelle. Prego di no, no, no! Mi concentro e per fortuna mi lasciano in pace. Guadagno senza troppo merito diverse posizioni.

Siamo ormai in vista di Sondrio ma la musica di Piazza Garibaldi è appena percettibile. E davanti abbiamo ancora il passaggio a Castel Grumello. Mi sento euforico e sollevati: se non ci sono riuscito più di tanto tre ore fa (o anche solo due) adesso sono deciso a farmi piacere quest’ultimo tratto, e non avverto più la fatica.  Faccio comunella con Cinzia D’Ascenzio e Silvia Dubricich. Quest’ultima dice di conoscermi “di fama” (mah, sarà per via di questi racconti, per i risultati sportivi no di certo). Dopo aver percorso un tratto di gara con lui, rimetto nel mirino Mario Panzeri, uno dei più grandi alpinisti italiani ed oggi trail e skyrunner del Team Pasturo. Non l’ho mai battuto prima d’ora ma questa volta accorcio le distanze chilometro dopo chilometro, lo raggiungo e metto la freccia a due chilometri scarsi dalla finish line. Sono fuori di me dalla felicità: perché con Mario siamo coetanei (entrambi classe 1964) ma lui … nella sua vita sportiva precedente (che io non ho avuto) ha scalato – ovviamente senza ossigeno supplementare - tutti i quattordici “ottomila” del pianeta. Mentre io non mi sono mai spinto oltre i 3323 metri del Pizzo Scalino nella mia Valmalenco … Forse non è in un periodo di gran forma, oppure non sta bene, o anche lui è stato vittima dei crampi. Ma non è che mi dilunghi troppa nella ricerca di possibili spiegazioni: mi godo il momento e tanto mi basta. Chissà se mi ricapita. Questo momento, e poi quello della retta finale lungo Corso Italia nella scia di Cinzia, Silvia e Gianluca, dove sbuchiamo con le prime luci della sera, senza che sia stato necessario tirare fuori dallo zainetto il frontalino. Che quelli che ci seguiranno sul traguardo si metteranno in testa da qui in avanti, alcuni anche per una o due ore di gara. Il tempo di riprendere fiato, fare una doccia bollente, cambiarsi e buttarsi avidamente sui pizzoccheri, chiedendone una cucchiaiata in più, se possibile.

Poi, tutti insieme più o meno inconsapevolmente “attendiamo” l’arrivo di Ion, il gigante moldavo. Lui ha corso tre, quattro, cinque ore più di noi. Quindi forse è stato tre, quattro, cinque ore più felice di noi. Almeno di quelli di noi che sono d’accordo con Friedrich Nietzsche:

“La felicità non ha volto, ma spalle: per questo noi la vediamo solo quando se n’è andata".

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