Alla faccia della programmazione. In estate ci si riempie la bocca di paroloni come progetto, impegno a lungo termine, nuovo corso... Poi basta perdere qualche partita e la panchina prima inizia a scottare e poi a saltare. Quello dell'allenatore sarà anche un bel mestiere ma farà sempre rima con precariato. Che da noi non si potesse nemmeno lontanamente immaginare di affidarsi completamente a una guida tecnica e lasciarle il tempo di lavorare, è ormai risaputo. Inutile fare paragoni con l'estero, inutile pensare ad Alex Ferguson che ha preso in mano lo United nel 1986 e fino al 1990 non ha vinto nulla, restando comunque al suo posto e diventando l'allenatore più vincente della storia. Oppure rivangare le storie più recenti di Klopp al Liverpool o di Arteta all'Arsenal.
Non che anche da altre parti sia pieno ei esempi virtuosi. Al Chelsea, per esempio, ci si lascia più trasportare dal momento e dal risultato. Per non parlare del Real versione Florentino. Però, in questa stagione, la Serie A ha voluto dimostrare che in certe usanze possiamo ancora vantare dei primati. Quattro cambi di panchina in sei giornate non è niente male. Per ritrovare un dato così probante bisogna risalire al 1959/60. Quest'anno si è partiti alla terza, con l'addio della Fiorentina a Grosso. Alla quarta è toccato a Tedesco al Bologna, alla quinta a Cuesta (dopo una vittoria) al Parma e alla sesta a Stroppa al Venezia. La media, dopo tre giornate, è di un cambio di panchina a turno. Ogni gesto scaramantico da parte di allenatori e staff in vista della settima, è assolutamente raccomandato.