La storia dei CT profeti in patria
Stavolta sono 26 su 48 a provarci, ma i veri candidati a scrivere la storia sono Carlo Ancelotti con il Brasile e Thomas Tuchel con l'Inghilterra
di Enzo PalladiniDomanda a bruciapelo: quante Nazionali hanno vinto un Mondiale con un CT straniero in panchina? Facilitiamo la risposta, perché richiederebbe una lunga ricerca su Internet: nessuna. Esatto: zero, nonostante siano stati in tanti a provarci. Nessuno ha avuto l'ebbrezza di sollevare nè la minuta Coppa Rimet (finita per sempre nella bacheca del Brasile) nè la corpulenta Coppa Fifa, itinerante dal 1974, senza essere nato nel Paese vincente. Uno dei dogmi calcistici più resistenti: CT e buoi dei paesi tuoi. Eppure siamo da decenni in un'epoca di globalizzazione che porta un giocatore a cambiare nazionalità da un giorno all'altro o a poter scegliere fra tre maglie diverse.
La storia racconta di due commissari tecnici che sono andati vicinissimi all'appellativo di "profeti fuori patria". Uno lo ricordano in molti ed è Ernst Happel, il mago austriaco al quale è stato intitolato lo stadio Prater di Vienna. Nel 1977 venne chiamato dalla Federcalcio olandese per far ripartire il lavoro iniziato anni prima da Rinus Michels e parzialmente rovinato delle varie gestioni in mezzo a due Mondiali 1974 e 1978. Happel si ritrovò senza Cruyff e con qualche equilibrio da ristabilire, ma portò la squadra alla finale di Buenos Aires contro i padroni di casa dell'Argentina, finale persa per un gol sfiorato allo scadere e per molti condizionamenti esterni nei supplementari. Meno persone invece ricordano George Raynor. Inglese di Wowmbell, classe 1907, fu il CT della Svezia che giocò il Mondiale da padrona di casa nel 1958 con campioni come Gren, Nordahl e Liedholm. Era una squadra così marcatamente svedese da far dimenticare queste particolarità del CT inglese, che venne travolto in finale per 5-2 dal Brasile di Pelè.
Tutto questo non è un ozioso sfoggio di cultura calcistica, ma un preludio per arrivare a dire che potrebbe essere la vigilia di una svolta epocale, potremmo avere una squadra campione del mondo guidata da un CT straniero. Ovviamente il discorso è relativo soprattutto a Carletto Ancelotti, il primo allenatore non brasiliano della Seleçao. Per lui è stata fatta un'eccezione che ha creato ripercussioni in tutto il Paese, ma il carisma del re della Champions ha da tempo abbattuto i pregiudizi. Il Brasile crede in lui e spera. Meno probabile che la storia venga scritta da Vincenzo Montella, che comunque può intraprendere un bel percorso con una Turchia ricca di talento, e soprattutto da Fabio Cannavaro, che ha accettato la sfida intrigante ma complicata di dirigere l'Uzbekistan. Nota a margine: se il Brasile ha un CT italiano, questo è il primo Mondiale senza CT brasiliani. Generalmente, oltre a quello verdeoro, ce n'era sempre qualcun altro nelle Nazionali emergenti.
Seconda domanda a bruciapelo: quanti CT stranieri ci sono a questo Mondiale? Anche qui diamo per fatta la ricerca. Sono 23 oltre ai tre italiani, per un totale di 26: ben oltre il 50% del totale. Proviamo a mettere un po' d'ordine. In Sudamerica, a parte la solidissima posizione di Lionel Scaloni sulla panchina dell'Argentina, è tutto un rimescolamento. In pratica, tutti hanno puntato sugli allenatori argentini più o meno noti. Il Paraguay si affida a Gustavo Alfaro, l'Ecuador a Sebastiàn Beccacece, l'Uruguay a "El Loco" Marcelo Bielsa, la Colombia a Nestor Lorenzo nostra vecchia conoscenza con la maglia del Bari. Ma anche Nazionali europee di grande tradizioni sono andate a pescare fuori dai propri confini: l'Inghilterra ha in panchina il tedesco Thomas Tuchel, il Portogallo lo spagnolo Roberto Martinez, la Svezia l'inglese Graham Potter, il Belgio il francese Rudi Garcia, l'Austria il tedesco Ralf Rangnick.
Se è vero che alcune Nazionali africane hanno deciso di puntare sull'orgoglio delle glorie locali anziché affidarsi a maghi stranieri, sono sempre numerose quelle che hanno fatto la scelta inversa. Si tratta del Sudafrica (guidato dall'olandese Hugo Broos), dell'Algeria (con lo svizzero Vladmir Petkovic), della Repubblica Democratica del Congo (con il francese Sebastien Desabre), del Ghana (con il portoghese Carlos Queiroz) e parzialmente della Tunisia, perché il francese Sabri Lamouchi ha anche origini tunisine.
Due padrone di casa su tre hanno un CT straniero: gli Stati Uniti (l'argentino Mauricio Pochettino) e il Canada (lo statuntense Jesse Marsch). Poi sono Paesi che quasi fisiologicamente hanno bisogno di affidarsi a un profeta straniero: Panama (Thomas Christensen danese naturalizzato spagnolo), Qatar (Julen Lopetegui spagnolo), Haiti (Sebastien Mignè francese), Curaçao (Dick Advocaat olandese), Arabia Saudita (Giorgios Donis greco), Iraq (Graham Arnold australiano), Giordania (Jamal Sellaimi marocchino). Un Mondiale insolito e rivoluzionario sotto tutti i punti di vista, vediamo se lo sarà anche nei valori. Intanto ci sono due legittimi candidati alla qualifica di "primo profeta non in patria": Carlo Ancelotti e Thomas Tuchel. Toccare pure ferro, prego.