L'ANALISI

La lezione dell'Atalanta: con ritmo e coraggio si va avanti in Europa, Chivu prenda appunti

La rimonta sfiorata dalla Juventus rende ancora più grave l'eliminazione dei nerazzurri, che hanno vissuto una stagione europea senza un vero squillo

di Enzo Palladini
26 Feb 2026 - 08:00
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Bergamo capitale del calcio italiano, chi l’avrebbe mai detto? Bergamo città ambasciatrice del nostro Paese in Europa, dopo un inizio di stagione complicato, un cambio di allenatore in corsa, la cessione di un campione come Lookman. Eppure, in una serata di febbraio, l’Atalanta di Raffaele Palladino ha spiegato a club più prestigiosi e ad allenatori più affermati come si gioca in Champions. Una rimonta esaltante contro il Borussia Dortmund, una partita giocata con il cuore ma anche con delle idee precise, una prestazione che nemmeno gli avversari si aspettavano, sorpresi e annichiliti da una squadra capace di occupare tutti gli spazi e di mantenere un ritmo da Premier League più che da campionato italiano. Come ai bei tempi di Gasperini e di quella Coppa sollevata al cielo di Dublino.

C’è modo e modo di uscire dalla manifestazione più importante che esista. Si può essere eliminati in maniera onorevole e in maniera biasimevole. Juve e Inter hanno scelto proprio queste due strade opposte per il loro addio alla Champions. La Juve si è arresa dopo un vero e proprio atto di eroismo, una rimonta che l’ha portata ai tempi supplementari, ha strozzato in gola l’urlo dello Stadium con il clamoroso match-ball della qualificazione. Se dall’Atalanta è arrivata una vera e propria lezione su “come si gioca in Champions”, i bianconeri hanno tirato fuori energie che non pensavano di avere (il mese di febbraio aveva portato solo delusioni) e in dieci contro undici, senza stare a pensare di  aver subito un'ingiustizia come il cartellino rosso a Kelly, è andata a un passo dalla clamorosa qualificazione.

Palladino ha rinverdito la vocazione europea della Dea. In realtà il bello di questa Champions per le italiane è tutto targato Atalanta, partendo dalle prime due partite dell’attuale allenatore: il 3-0 sul campo dell’Eintracht Francoforte e il 2-1 casalingo contro il Chelsea e poi la grande rimonta sul Borussia Dortmund. E poi il piccolo contributo della Juve con la sua rimonta sfiorata. Tutto il resto è materiale d’archivio, statistiche che non danno emozioni.

Tutto questo rende ancora più grave l’eliminazione dell’Inter. Qualche anno fa, Fabio Capello disse una frase che allora non tutti compresero fino alla fine: “Il campionato italiano è poco allenante”. Parole che tornano pesantemente d’attualità di fronte alla constatazione più ovvia: l’Inter nettamente prima in classifica non solo è stata scaraventata fuori dalla Coppa da una squadra norvegese, ma nella fase a gironi ha ottenuto zero punti in tre partite appena ha affrontato avversarie di livello alto: Liverpool, Arsenal, Atletico Madrid. Non vale nemmeno la considerazione - letta e ascoltata in queste ore – secondo cui la Norvegia come Nazionale ha una posizione dominante in Europa e ha costretto l’Italia agli spareggi. Nel Bodo i nazionali sono Bjorkan (30 minuti totali giocati nelle ultime 6 uscite della Norvegia) e Berg (4 partite da titolare nelle qualificazioni mondiali). L’ex milanista Hauge non è entrato nelle ultime 8 convocazioni. I norvegesi giocano – bene – quasi tutti all’estero. Haaland e Sorloth, tanto per citarne due.

Viene anche il dubbio che esistano due categorie di allenatori, quelli che sono paragonabili a giardinieri da villetta a schiera (campionato di Serie A) e quelli che invece hanno bisogno del parco di Versailles (la Champions League) per esprimersi. Di quest’ultima categoria fa parte da sempre Josè Mourinho, nella prima rientra per il momento Cristian Chivu, che ha imparato velocemente come si gestisce una squadra in campionato, ma ha bisogno di ripassare la lezione imparata dal suo maestro portoghese ai tempi del Triplete. Nella categoria degli allenatori “europei” può rientrare adesso anche Palladino, che all’esordio nel torneo ha centrato subito gli ottavi.

Nella categoria degli allenatori adatti alla Champions può essere inserito di sicuro Simone Inzaghi, che sta ribadendo il concetto anche nell’omologa manifestazione asiatica. Nei suoi quattro anni interisti, una sola vera figuraccia nella finale della passata stagione contro il Paris Saint Germain, molte partite ben gestite e qualche impresa storica. La squadra da lui portata in finale era molto simile a quella attuale, con qualcosa in meno dal punto di vista del potenziale offensivo. Se la giocava alla pari (quasi) con tutti, stava in campo con il piglio di chi conosce la propria forza. Particolare, quest’ultimo, che forse è stato fatale nella finale, ma che resta più un pregio che un difetto. L’Inter di oggi ha dei momenti di timidezza che hanno ridotto di molto le sue possibilità.

Tra chi ha abbandonato già la Champions, parecchie attenuanti si possono concedere a Spalletti che in un primo momento aveva anche raddrizzato la Juve e adesso, se fa tesoro della notte vissuta contro il Galatasaray, può risollevarla di nuovo. Un po’ meno giustificato Conte, che ha l’alibi degli infortuni ma che ha collezionato l’ennesima Champions deludente della sua carriera, colorata in campo internazionale solo da una finale (un po’ buttata e un po’ persa) e da una semifinale (un po’ persa e un po’ buttata) di Europa League.

Passando alle grandi tradizionali, non resta che aspettare la prossima stagione e sperare che qualcosa cambi. L’Inter ci riproverà con Chivu sperando che la lezione sia servita, il Milan proverà a tornare competitivo in Europa con cortomuso Allegri, il Napoli dovrebbe esserci ma non è detto che ci sia Conte. Poi probabilmente uno tra Gasperini e Spalletti, magari proprio quel Gasp che è stato l’ultimo in ordine di tempo a sollevare un trofeo europeo. Intanto godiamoci l’Atalanta, che ci ha spiegato come si gioca in Champions.

Atalanta-Borussia Dortmund, le foto del match

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