NAZIONALE

Gattuso e la dignità dei suoi addii: dal Milan alla Nazionale, tutti i precedenti

L'ormai ex Ct in passato è stato esonerato, ma molto più spesso si è dimesso (come pochi), rinunciando a mesi o anni di stipendio

di Enzo Palladini
03 Apr 2026 - 14:46
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La bacheca è quasi vuota, contiene appena una Coppa Italia per la verità un po’ impolverata, vinta con il Napoli nel 2019-20. Troppo poco per entrare nella categoria dei grandi allenatori, ma per questo c’è ancora tempo. Di un’altra categoria, invece, Gennaro Gattuso fa parte da tempo: quella degli uomini dotati di grande dignità. Ancora una volta non ha aspettato decisioni piovute dall’alto. Ha riflettuto un paio di giorni, ha respirato profondamente, poi ha salutato. Dimissioni, senza aspettare l’esonero. Sembra un dettaglio, ma non è così. Per un allenatore, la differenza tra dimissioni ed esonero è sostanziale: quando ci si dimette, il resto dello stipendio viene lasciato al datore di lavoro.

Questo è il motivo per cui l’istituto delle dimissioni è rarissimo tra gli allenatori. La storia recente è piena di tecnici che hanno trascorso anni sabbatici (uno o addirittura due) godendosi lo stesso stipendio di quando erano sul campo tutti i giorni ad allenare. Ringhio è tra i pochi che non hanno mai voluto restare al loro posto a dispetto dei santi.

Nel campionato 2014-15 accettò di allenare l’Ofi Creta ben sapendo che si trovava in una situazione finanziaria tremenda. Arrivato in loco, si accorse che era ancora peggio di quanto pensasse. Tra stipendi non pagati e promesse non mantenute, si dimise una prima volta dopo sette giornate di campionato per poi chiudere definitivamente il rapporto il 30 dicembre, rinunciando a sei mesi di stipendio (che difficilmente avrebbe percepito). Nell’estate del 2016, dopo aver guidato il Pisa alla promozione in Serie B, lasciò l’incarico di allenatore, ma accettò di tornare dopo la risoluzione di una grave crisi societaria. A fine stagione chiuse il rapporto in seguito alla retrocessione in Serie C.

La grande occasione della sua vita arrivò a fine novembre 2017, con la chiamata dei dirigenti del Milan e la promozione dalla Primavera alla prima squadra rossonera. Un anno e mezzo di alti e bassi, con una squadra in fase di ricostruzione. Alla fine, risoluzione consensuale del contratto. Le sue dichiarazioni di quel giorno sono un po’ il suo manifesto di vita: "Non è semplice decidere di lasciare la panchina del Milan. È però una decisione che dovevo prendere. Non c’è stato un momento preciso: sarà stata la somma di questi diciotto mesi da allenatore di una squadra che non sarà mai come le altre per me. Sono stati mesi indimenticabili che ho vissuto con grande passione. La mia è una scelta sofferta, ma ponderata. Rinuncio a due anni di contratto? Sì. La mia storia col Milan non potrà mai essere questione di soldi". Ma non si fermò qui: al momento di discutere la sua buonuscita dopo la rescissione consensuale decise di rinunciare alla sua parte per permettere ai rossoneri di pagare per intero le 24 mensilità di tutti i componenti del suo staff.

Nella categoria “esoneri” rientrano il Palermo, il Napoli, l’Olympique Marsiglia e il Valencia. Alla Fiorentina, l’avventura non iniziò nemmeno per divergenze con il club sul mercato. All’Hajduk Spalato – esperienza immediatamente precedente a quella azzurra – firmò un contratto biennale (scadenza 30 giugno 2026) e condusse una squadra che tanto per cambiare non riceveva stipendi e giocava in condizioni di assoluto disagio. Decise allora anche in questo caso la rescissione dopo una sola stagione. Con la Nazionale aveva un impegno fino alla fine del Mondiale per il quale però non si è qualificato con i suoi azzurri. La rinuncia economica in questo caso non è il centro della questione, perché non percepirà gli stipendi di aprile, maggio, giugno e al supplemento eventuale di luglio. Ma è una questione di principio. Ancora una volta è stato capace di salutare prima che fossero gli altri a farlo con un calcio nelle terga.