buon compleanno!

40 anni di Ronaldinho: storia di un talento unico ma tramontato troppo presto    

Dal Grêmio al Fluminense: tre decenni di carriera calcistica di un fuoriclasse che poteva diventare il numero uno assoluto al mondo

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Sicuramente nessuno si augurerebbe di trascorrere il proprio quarantesimo compleanno dietro le sbarre. Eppure quello di oggi è il triste destino Ronaldinho, detenuto in una prigione di Asunción, in Paraguay, dallo scorso 6 marzo, per essere entrato nel Paese con un passaporto falso. L’ex fuoriclasse brasiliano è quindi costretto a “festeggiare” i suoi primi 40 anni di vita in un luogo non propriamente ospitale, che è però diventato mestamente il simbolo del suo declino; della caduta di una stella, che ha illuminato tutti gli stadi del mondo tra la fine degli anni ’90 e tutti gli anni zero del 2000. Qualche giorno fa Ronaldinho ha giocato una partitella con altri carcerati. Risultato: cinque gol e una vittoria della sua squadra per 11-2. A giudicare dalle foto, di certo la classe non l’ha persa. Un talento, quello per il calcio, che venne alla luce circa 35 anni fa.

Ronaldo de Assis Moreira nasce a Porto Alegre il 21 marzo 1980. In tutto il mondo verrà poi conosciuto come Ronaldinho per due motivi: è il più piccolo della famiglia e poi perché di Ronaldo ce n’è già uno e anche piuttosto famoso. Il papà, Joao Da Silva Moreira, è un centrocampista dilettante; ama il calcio così tanto che, anche dopo avere lavorato come fattorino e poi come saldatore di ferro al cantiere navale durante la settimana, si reca allo stadio del Grêmio nel weekend per fare lo steward, così da racimolare qualche soldo in più. La mamma, Dona Miguelina Elói Assis dos Santos, è una venditrice di cosmetici e poi diventa un’infermiera a tempo pieno. La famiglia, composta anche dai fratelli maggiori Roberto e Deisy, non è poverissima, anche se vive in una casa di legno nel barrio Vila Nova di Porto Alegre. L’ambiente non è certo borghese, ma molto protettivo.

Dinho comincia a giocare a beach soccer fin da giovanissimo per poi passare più tardi sui campi in erba. In quel periodo il nome del fratello Roberto circola già da un po’ di tempo in città e il Grêmio sta mettendo gli occhi sia su di lui sia sul piccolo Ronaldinho. Tutto quindi sembra andare per il meglio. Anche perché il club crede molto nei due fratelli e regala alla famiglia una villa nel quartiere di Guaruja. Un luogo che purtroppo, però, sarà teatro di un’immane tragedia.

Un giorno Ronaldinho torna a casa come sempre dopo avere giocato a pallone, ma vede la mamma piangere. Roberto lo porta in bagno e lo avvisa di un evento drammatico: “C’è stato un incidente. Papà non c’è più”. Joao è annegato nella piscina della villa a causa di idrocuzione, una perdita di coscienza in acqua, e scompare a 42 anni. Scosso dalla tragedia, la famiglia diventa ancora più unita e affettuosa. Il fratello, dieci anni più grande del Gaucho, diventerà un padre per Dinho. Costretto a interrompere prematuramente la sua carriera per un infortunio al ginocchio, Roberto lo allenerà costantemente durante l’infanzia, creando sessioni giornaliere e insegnandogli tutti quelle abilità per le quali diventerà famoso: la pratica del dribbling, la gestione della palla sia in aria sia a terra, imparare a non fissare il pallone, accelerare dopo ogni mossa. Per certi versi molto lo deve anche al suo cane Bombom: un bastardino con il quale amava giocare a calcio al parco e che, probabilmente, è stata la prima vittima del suo elastico.

Intanto tra le strade di Porto Alegre non si parla più di Roberto, ma di Dinho. Quel piccoletto coi dentoni non è un individualista; gioca alla brasiliana, ma lo fa a una velocità mai vista in Brasile. Gli piace fare gol ma è innamorato dell’assist. Questo non gli impedisce di segnare 23 reti in una sola partita: “Ma gli avversari erano scarsi”, dichiarerà anni dopo. Il piccolo Ronaldo dimostra che il suo primo tifoso, il padre, non si sbagliava. La sua carriera professionistica comincia a 17 anni; il suo debutto in Copa Libertadores, con la maglia del Grêmio, avviene nel 1998. Solo un anno più tardi esordisce in nazionale contro la Lettonia e in quel 1999 vince la Copa América, segnando un gol meraviglioso contro il Venezuela: sombrero a saltare il primo avversario, poi di tacco se la porta avanti per superare infine il portiere. Il giorno dopo, la rete tv Globo manda in onda il gol come spot pubblicitario: è ufficialmente nata una stella.

Dopo un altro anno a livelli altissimi, il Psg annuncia la firma di Ronaldinho per cinque anni, nonostante una lunga guerra legale tra il Grêmio e il club parigino. Dopo due stagioni arriva la consacrazione definitiva su un palcoscenico internazionale: a 22 anni si ritrova titolare in un Brasile fortissimo, allenato Luiz Felipe Scolari e guidato da Ronaldo, Rivaldo, Cafu e Roberto Carlos, che vincerà a mani basse il Mondiale in Corea e Giappone, imponendosi in tutte e sette le partite del torneo. Ronaldinho è decisivo, soprattutto nei quarti di finale contro l’Inghilterra: prima l’assist che manda in gol Ronaldo, poi la storica punizione all’incrocio che batte un incredulo Seaman e che completa la rimonta.

Il 19 luglio 2003 altra svolta: un Barcellona depresso, che non vince niente da quattro stagioni, lo acquista per 30 milioni di euro. Sotto la guida di Frank Rijkaard, il Gaúcho si appresta a guidare la squadra che segnerà una generazione calcistica. 94 gol, 71 assist in cinque anni in Catalogna, dove vince due campionati, una Champions League, due Supercoppe spagnole un Pallone d’Oro. In un Clásico in casa del Real Madrid, Ronaldinho regala la vittoria al Barça con giocate sbalorditive e tutto il Santiago Bernabeu gli tributa una standing ovation. Ma le ultime stagioni in blaugrana non sono un granché: gol ancora magnifici, certo, ma anche avvistamenti sempre più frequenti in orari pericolosi, tantissime donne, non pochi scandali sexy e tanche chiacchiere su una presunta simpatia per la figlia di Rijkaard, il quale gli ha sempre permesso tutto.

Nell’estate 2008, con Guardiola che stravede per il giovane Messi, Ronaldinho diventa sempre più un impiccio per il Barcellona. A togliere tutti dall’imbarazzo ci pensa il Milan, che si assicura il giocatore, che tanto piace a Berlusconi, per 21 milioni di euro più bonus. “Quando ho visto tutta quella gente ad aspettarmi ho capito che avevo trovato casa”, affermò il brasiliano in occasione della presentazione da star a San Siro davanti a 40mila tifosi, il 17 luglio. Il suo primo gol con la maglia del Milan vede come vittima l’Inter, nel derby vinto 1-0 dai rossoneri. Tuttavia due anni e mezzo a Milanello non porteranno i frutti tanto sperati: le feste con gli amici si moltiplicano, la fiducia di Ancelotti diminuisce. Dinho non convince nemmeno nel 4-2-fantasia di Leonardo e, non appena diventa il nuovo allenatore, Allegri fa subito capire che la situazione di un fuoriclasse con le batterie ormai scariche e intristito dalle troppe critiche non può più essere sostenibile.

A gennaio 2011 decide quindi di seguire le orme di tanti brasiliani in odore di fine carriera: il rientro in patria per ritrovare il sorriso e la spensieratezza in un calcio minore. Prima col Flamengo, poi Atlético Mineiro, Querétaro e infine Fluminense. Durò finché il suo corpo e i suoi muscoli rimasero tonici e preparati. Lui, l’ultimo giocoliere, che era stato l’unico calciatore a giocare sempre col sorriso sulle labbra, decide di ritirarsi nel gennaio 2018, lasciando spazio al grande rimpianto per quello che sarebbe potuto rimanere un fuoriclasse ancora più a lungo se solo avesse avuto più testa. Tramontò in un attimo: quando al suo talento venne meno la forma fisica. Quando il Joga Feliz divenne sempre più Feliz che Joga.

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