NASCAR: CORSE E IMPEGNO SOCIALE

Bubba Wallace in pista nella Martinsville 500 NASCAR con i colori di "Black Lives Matter"

Il pilota afroamericano Bubba Wallace ed il Richard Petty Motorsports sostengono Black Lives Matter

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Porta il nome di una delle famiglie da corsa storiche della NASCAR ma Randall "Bubba" Wallace è un "self-made man" nel vero senso della parola e - anche se difficilmente riuscirà ad entrare nell'albo d'oro della specialità - nel suo piccolo il 26enne pilota dell'Alabama sta contribuendo a scrivere un capitolo significativo nella storia di questa categoria, la più popolare negli USA  e la prima a raprire i battenti in tempi di pandemia.  

Nell'undicesima tappa del campionato NASCAR a Martinsville Randall "Bubba" Wallace ha portato in pista la Chevolet Camaro numero 43 ridipinta per l'occasione nei colori del movimento "Black Lives Matter". In gara l'unico pilota afroamericano della specialità (niente a che fare con i Wallace del Missouri: Rusty, Kenny e Mike) ha solo sfiorato la top ten della classifica, lottando nel finale con il sette volte campione Jimmie Johnson, ma la sua iniziativa (e quella del Richard Petty Motorsports, la sua squadra) ha segnato una tappa importante nell'emancipazione della serie che, sempre a Martinsville, con un comunicato ufficiale, ha vietato l'esposizione della bandiera condeferata e che, già in occasione della gara precedente ad Atlanta aveva osservato un momento di raccoglimento e riflessione per i disordini seguiti all'uccisione di George Floyd lo scorso 25 maggio a Minneapolis. A Martinsville la mitica "numero 43" appartenuta a Richard Petty (sette volte campione NASCAR come Johnson e come Dale Earnhardt ma prima di entrambi) ha sfoggiato un inedito "paint scheme" nero con la scritta "BLACK LIVES MATTER" e l'immagine di una stretta di mano "inclusiva" sul cofano, accompagnata dalle parole "COMPASSION, LOVE, UNDERSTANDING". Mentre, sotto la tuta ignifuga, Bubba vestiva (come già ad Atlanta, in questo caso) una t-shirt con stampata sopra la scritta "I CAN'T BREATHE"

Iniziative, quelle istituzionali della NASCAR e quella di Wallace  e del suo team, che segnalano un'attenzione dell'intero movimento delle stock cars a questioni che vanno ben oltre l'ambito sportivo. Perchè se è pur vero che la NASCAR si è impegnata a tornare in pista dopo due soli mesi di lockdown, contribuendo con il proprio show al graduale ritorno alla normalità, all'associazione va soprattutto riconosciuto il senso di responsabilità dimostrato per questioni di altissimo valore etico.

Intanto Bubba Wallace, primo pilota afroamericano a disputare (nel 2018) un'intera stagione NASCAR dopo Wendell Scott (1971) ed a vincere una gara sanzionata NASCAR (nella Truck Series a Martinsville 2013), anche in questo caso dopo lo stesso Scott (1963), pensa alla rinnovata popolarità come ad un possibile rilancio delle proprie quotazioni in pista. Puntando magari a migliorare lo straordinario secondo posto (alle spalle del vincitore Austin Dillon)  nella 500 Miglia di Daytona del 2018 (alla sua quinta gara in assoluto nella NASCAR Series). Exploit che non aveva avuto seguito nel resto della stagione (e nemmeno nel 2019), consentendogli però di entrare nella lista "Power 100" di Ebony Magazine, insieme (tra gli altri) a Stephen Curry, Antonio Brown, Venus Williams, oltre che a Barack e Michelle Obama.

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