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Dal Fuji allo Stephansdom: la Formula 1 si è fermata per Niki

Il disorientamento di Hamilton, la compostezza di Marlene, la commozione di Rosberg. Il circus non ha nascosto le proprie emozioni ai funerali di Lauda

30 Mag 2019 - 15:40

La pioggia insistente che bagna la pietra gotica dello Stephansdom, la chiesa cattedrale di Vienna, non ha nulla a che fare con quella torrenziale che quarantatre anni fa allagava l’asfalto del Fuji. Quella cancellava le speranze iridate di Niki Lauda, questa lava via la fatica di vivere, la sofferenza. Non si possono fare confronti, non c’è nulla in comune. Come non c’è nulla in comune tra i suoni ed i colori di un Gran Premio di Formula Uno e quelli dell’ultimo saluto a Niki. Piloti, team principals, ingegneri: ci sono davvero tutti ma … non sono loro. Riconoscibili, certo. Scrutati dalla gente dietro le transenne, è inevitabile. Ma per una volta non invidiati, non chiamati a gran voce, non indicati al proprio vicino. L’unica differenza: la transenna, i posti davanti all’interno della cattedrale. Prime file, l’unico richiamo possibile al mondo delle corse. Anzi no. C’è il casco arancione posato di primo mattino sulla bara da Birgit, la seconda moglie di Lauda. Il cuore torna ad un altro casco: giallo. Venticinque anni fa.

All’uscita, Birgit scambia sguardi e forse qualche parola con Marlene, la prima moglie di Niki. Riconoscibilissima. Stessa acconciatura di quarant’anni fa: stesso fascino. Solo i segni del tempo sul suo viso. Quelli che Niki non ha mai avuto: per lui, invece, quelli del fuoco. Alesi dimostra dieci anni più dei suoi cinquantacinque. Va a braccetto con Piquet, stranito. Berger è una maschera. Fa eccezione Merzario con il suo abbigliamento casual ed il cappellone da cowboy. La sua presenza risveglia ricordi e commozione. Regala, se così si può dire, un tocco di “leggerezza”. E per questo, oggi, Arturo è un campione al pari degli altri.

L'abbraccio della F1 a Lauda: da Hamilton a Rosberg tutti a Vienna

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Rosberg ed Hamilton, quasi non sono loro. Sul sagrato, si trovano uno di fronte all’altro. Come ai tempi delle sfide in pista. Uno a destra, uno a sinistra del carro funebre, che poi avanza di pochi metri e li lascia ... allo scoperto. Nico trattiene visibilmente le lacrime, davvero a stento. Fa effetto vederlo così. I piloti di Formula Uno mostrano espressioni di concentrazione (sullo schieramento di partenza), di felicità (sul podio), di disappunto (dopo un ritiro), di shock (dopo un incidente). Vederli prossimi alle lacrime è un’eventualità non contemplata dal copione.

Hamilton è inquadrato di spalle. Qualcuno gli mette un braccio attorno al collo. Lui non si scompone. Impietrito e, sembra, un po’ perso, disorientato. Irriconoscibile, da qui. Se non fosse per il minuscolo tatuaggio sul collo: “God Is Love”. Di solito lo si nota nei primi piani con il casco. Probabilmente più tardi, tra qualche ora al massimo, sulla scaletta di un jet privato, Lewis sarà di nuovo alle prese con lo smartphone, diretto chissà dove, in compagnia di chissà chi, a metà strada tra Montecarlo ed il Canada, prossima tappa. Ma adesso è qui, sotto la pioggia di Vienna. Si guarda intorno e sembra non sapere cosa fare. Immobile e disorientato. Lui, un “re del mondo”. Come Niki quarant’anni fa. Ed anche ora.

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