Questa Lazio adesso può giocarsela con chiunque
"Ringhio" ricorda un po' il Bagnoli del Verona, che vinse lo scudetto nel 1984-85 con l'umiltà quando nessuno ci avrebbe creduto
di Enzo PalladiniGattuso © Getty Images
Il volo della Lazio prosegue indisturbato: le correnti ascensionali stanno aiutandola a migrare verso terre in cui si può sognare in grande, terre ignote per i colori biancocelesti negli ultimi anni. Nove vittorie e un pareggio (con molti rimpianti), primo posto solitario in classifica con 3 punti di vantaggio sull’Inter. Uno status che dopo un quarto di campionato era inaccessibile per la Lazio di Eriksson e Cragnotti, meno raggiungibile ancora per quella di Maestrelli e Lenzini. Fuori dalla logica e dal pensiero comune. Nemmeno il Cagliari di Pisacane, maestro di fase difensiva, ha arrestato la corsa. Ma del resto anche sapendosi difendere, se gli attaccanti faticano a segnare non si può pretendere di compiere miracoli. Il gol del vantaggio, ad esempio, è arrivato grazie a un paio di rimpalli casuali e a un errore difensivo dei biancocelesti.
Dieci partite sono un periodo abbastanza lungo per distinguere un exploit estemporaneo da un progetto di grande squadra. La Lazio attuale fa parte di quest’ultima categoria, ormai lo si può dire. Lo si percepisce dalla sicurezza con la quale tiene il campo, dalla calma con cui reagisce a uno schiaffone come il gol del vantaggio cagliaritano, dalla qualità degli schemi nella fase di possesso, dal bagaglio tecnico individuale di parecchi giocatori. Se si può trovare un limite a questa squadra è il ridotto numero di ricambi rispetto ai titolarissimi eletti da Gattuso, ma anche questo appunto è solo parzialmente confermato dalla realtà, visto che il gol decisivo è stato realizzato dal subentrato (e finora poco usato) Pinamonti. Il rischio in generale è che possano accusare un po’ di stanchezza lungo il cammino (già contro il Cagliari non c’è stata la stessa brillantezza ammirata contro il Sassuolo), il vantaggio è che si trovano tutti a memoria, conoscono perfettamente le caratteristiche l’uno dell’altro. Non bisogna dimenticare che la Lazio ha un solo impegno, il campionato, e che quindi fino alla fine della stagione avrà una sola partita alla settimana con tutto il tempo del mondo per plasmare l’intesa tra i giocatori.
La vittoria sul Cagliari è la sublimazione di tutti i complimenti ricevuti da Gattuso e dai suoi ragazzi nel corso di questa prima parte del campionato. La calma con cui è stato cercato prima il pari poi il gol della vittoria, il discreto numero di occasioni create (due abbastanza clamorose sull’1-1 con conclusioni di Taylor e Isaksen uscite di pochissimo), l’altissimo rendimento di alcuni giocatori, questa volta Taylor su tutti, dicono che siamo in presenza di una squadra strutturata, solida, pronta ad affrontare chiunque.
L’unicità di Gattuso è ormai universalmente riconosciuta. È diverso da tutti per il pensiero, per il rapporto che ha con i suoi giocatori, per la sua maniera di intendere il calcio e la vita. Però in questo primo scorcio di stagione un paragone viene in mente: in Ringhio c’è qualcosa del grande Osvaldo Bagnoli, che ci ha lasciato recentemente. Nel 1984-85 il suo Verona iniziò con lo stesso ritmo sorprendente e a ogni partita l’allenatore ripeteva: “Dovremo avere buoni freni, perché non potremo andare così forte sempre”. Quei freni non li usò mai, alla fine festeggiò in silenzio uno scudetto storico. Aveva due grandi mancini come stranieri, Elkjaer e Briegel. Gattuso ha Isaksen (delizioso il tocco che ha raddrizzato la partita sull’1-1) e Nuno Tavares. Poi ne ha altri, ma questi sono tra quelli che fanno la differenza. Apparentemente è un’analogia forzata. Bagnoli era della Bovisa, periferia industriale di Milano. Gattuso è di Corigliano Calabro, praticamente all’altro capo dell’Italia. Però c’è un filo rosso che li collega: un filo fatto di umiltà, di realismo, di affetto per i giocatori al punto di dispiacersi al momento di lasciarli in panchina. Bagnoli venne soprannominato “Schopenhauer” dall’immenso Gianni Brera, per il suo (apparente) pessimismo, Gattuso ha un atteggiamento più minimalista che pessimista. Ma il principio è quello: si fa festa solo alla fine, lungo il cammino si lavora. Punto.