il ricordo

Il Milan e l'eredità di Silvio Berlusconi: quella passione che non c'è più

"Quando c'era il Dottore": l'era Berlusconi ineguagliabile per campioni e successi Un paragone che stride con la realtà rossonera attuale

di Enzo Palladini
12 Giu 2026 - 07:13
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“Ah, quando c’era il Dottore…”. Chissà in quanti cuori rossoneri starà risuonando questa frase, soprattutto in giornate come questa, in cui il ricordo si ravviva e illumina a giorno quel lungo percorso fatto di gloria e vittorie. Un pensiero comune, ormai condiviso in pieno anche da chi - alla fine di quel trentennio celestiale - aveva messo in discussione l’operato del presidente più vincente. Rileggere a distanza di tempo quelle contestazioni e quell’invito scomposto a vendere il Milan lascia dentro una sensazione strana. Inverosimilità.

Il Milan di oggi concilia questi tuffi nella nostalgia. È una realtà completamente diversa, si è staccato dal concetto di mecenatismo per avventurarsi in quello dello show-business. Ha scelto come punto di riferimento i “clienti” che arrivano da Bratislava o Francoforte, comprano maglie, guardano una partita e tornano a casa senza ricordare con esattezza il risultato, privilegiandoli rispetto ai “tifosi”, che arrivano allo stadio in tram o in metropolitana pieni di aspettative, soffrono e se qualcosa va storto, contestano. Perché il Milan - vale per tutte le squadre ma per alcune di più - è prima di tutto dei milanisti, che vivono per quei colori. Non è una presa di posizione a favore del mondo di ieri piuttosto che di quello di oggi. È una constatazione.

Di sicuro la legacy lasciata dai trent’anni di Silvio Berlusconi presidente sarebbe un bagaglio troppo pesante per chiunque. Ripetere anche solo una parte di quel percorso significherebbe sbagliare poco o nulla, metterci quel talento visionario che portò a Milano Arrigo Sacchi e rivoluzionò la storia del calcio, vedere prima degli altri che Marco Van Basten era un fenomeno, avere il coraggio di andare a prendere Kakà in Brasile dopo una manciata di minuti giocati al Mondiale del 2002. Non sono scelte che nascono dalla logica del business. Sono intuizioni che nascono dalla passione e che possono funzionare solo se sono supportate da un club solido, pur nella semplicità del suo organigramma.

Certo che “quando c’era il Dottore”, non si sarebbe mai arrivati al 12 giugno senza il nome dell’allenatore per la nuova stagione. Certe decisioni, all’occorrenza, venivano prese in cinque minuti, ma sempre con largo anticipo sulle scadenze. Anche gli errori come Oscar Washngton Tabarez e Fatih Terim erano stati commessi in buona fede, con l’idea fissa di cambiare qualcosa. Al massimo poi si provava a rimediare, c’era un credito da spendere. E poi, “quando c’era il dottore”, non c’era il rischio di non avere il soggetto adibito alle firme, non c’erano consulenti esterni. Il Milan aveva ai vertici della piramide tre persone: Silvio Berlusconi, Adriano Galliani e Ariedo Braida. Gli altri dovevano dire signorsì. Tecnici e giocatori. Infine, “quando c’era il Dottore”, anche negli anni meno vincenti l’appeal del club era forte. Quasi tutti dicevano sì al richiamo rossonero, che ci fosse da ricostruire o da difendere dei titoli.

Già, “quando c’era il Dottore” il Milan era tutto questo, oggi è qualcosa di diverso, in comune ci sono i colori e quelle migliaia di cuori che continuano a crederci. Il Dottore da tre anni non c’è più, prima di andarsene ha fatto l’ultimo regalo ai tifosi del Monza portando la squadra per la prima volta in Serie A. L’ha fatto con la passione e non per business. La stessa passione che aveva messo nel suo Milan e che nel Milan di oggi è la grande assente.