Addio Lucescu, maestro di calcio e nell'arte di stare al mondo
Con l'Inter di Massimo Moratti la sua grande occasione italiana. All'estero ha vinto una montagna di trofei
di Enzo Palladini© Getty Images
La definizione di “maestro” viene dispensata con eccessiva leggerezza. Soprattutto nel mondo del calcio. Un abuso del quale hanno beneficiato molti allenatori normali, elevati al rango di guru. Ma se c’è stato un allenatore degno di tale appellativo, questo è sicuramente Mircea Lucescu. Non ha inventato nulla di particolare, ma ha studiato tanto e ha messo in pratica ciò che ha ricavato dalla sua cultura enciclopedica, non solo in tema di pallone. Le sue squadre potevano vincere o perdere, ma avevano sempre una precisa identità. Non parcheggiavano il pullman davanti alla porta, volevano avere in mano il joystick immaginario del comando. Volevano avere il possesso del pallone, costasse quel che costasse.
Ci ha creduto fino alla fine, nel suo calcio. A ottant’anni suonati, dopo una serie di dentro-fuori dagli ospedali, non si è arreso agli acciacchi che lo tiravano per la giacca urlandogli di fermarsi. Ha voluto mantenere la sua carica di CT della nazionale romena. Voleva portarla ai Mondiali, ma ha perso la semifinale playoff contro la Turchia. Ci è rimasto male, è stato male, l’hanno portato in ospedale, è uscito dicendo che non era niente. Ha accettato con rassegnazione un esonero che la sua Federazione poteva anche risparmiarsi, poi il suo cuore ha ceduto. Quello stesso cuore che il 15 luglio del 2009, quando era allenatore dello Shakhtar Donetsk, gli aveva lanciato un avvertimento: i medici ucraini l’avevano preso al volo, mentre era in corso un infarto.
La sua sfortuna di calciatore è stata quella di essere nato troppo presto, il 29 luglio 1945 a Bucarest. È stato un buon attaccante (un’ottantina di gol tra Dinamo Bucarest e Corvinul Hunedoara), ha avuto la fascia da capitano della sua Nazionale al braccio durante i Mondiali del 1970 in Messico (64 presenze e 9 reti in totale), ma non è mai riuscito a coronare il suo sogno, quello di giocare all’estero. Nel 1982, quando decise di smettere con il calcio giocato, le frontiere sportive della Romania erano ancora rigidamente sigillate. Bucarest gli stava stretta, guardava oltre. Studiava le lingue, tutte quelle che poteva. E alla fine ne parlava sei oltre al romeno: inglese, portoghese, italiano, francese e russo. Chi l’ha sentito parlare italiano può farsi un’idea precisa: padroneggiava nello stesso modo anche gli altri idiomi. E pur sapendo tutto di calcio, coltivava molteplici interessi. Appassionato d’arte, si costruì una piccola collezione privata durante i suoi passaggi per l’Italia. Non sopportava i calciatori ignoranti. Li prendeva da parte e provava a instradarli alla letteratura e al teatro.
Una mente del genere non poteva andare persa. Se da calciatore era stato bravo ma non fenomenale (comunque sei titoli romeni e una Coppa vinti con la Dinamo Bucarest), da allenatore ha dato il meglio di sé: tanto per fare un numero che impressiona, ha collezionato 115 panchine in Champions League, è al settimo posto nella classifica delle presenze di tutti i tempi. E’ stato commissario tecnico della nazionale romena per due periodi, il primo da giovanissimo (1981-1986 eliminando tra l’altro l’Italia campione del mondo dall’Europeo 1984) e il secondo alla fine di tutto, dal 2024 al 2026. Ha fatto in tempo a stabilire un primato: a 80 anni 240 giorni, lo scorso 26 marzo, è stato il più anziano di tutti i tempi ad aver guidato una Nazionale di calcio.
La sua vocazione era quella di vedere il mondo. Si trattava solo di girare la chiave. Così nel 1990, pochi mesi dopo la morte del dittatore romeno Niculae Caeusescu, prese al volo la prima occasione che gli capitò. Il mitico presidente Romeo Anconetani lo chiamò alla guida del Pisa come direttore tecnico, affiancandogli un allenatore patentato, Luca Giannini. Il problema di quella squadra è che giocava bene ma prendeva troppi gol, così il 10 marzo Lucescu venne esonerato e il Pisa chiuse il campionato con la retrocessione in Serie B. Ma l’avventura italiana di Lucescu era destinata a proseguire, perché Gino Corioni gli affidò la ricostruzione del Brescia, che infatti vinse il campionato di Serie B, per poi retrocedere di nuovo l’anno successivo dopo uno spareggio con l’Udinese. Un po’ dentro e un po’ fuori (diversi esoneri e diversi rientri), Lucescu rimase in area Brescia fino al 1996, quando venne chiamato dal suo amico Franco Dal Cin per guidare la Reggiana in Serie A. Un’avventura durata in tutto dieci partite, senza vittorie.
Ma il momento più alto del suo rapporto con l’Italia può essere considerato il suo passaggio per l’Inter. Ci arrivò a sorpresa e a fari spenti. Il 30 novembre del 1998, mentre a Coverciano l’allenatore dell’Inter, Gigi Simoni, ritirava la Panchina d’oro e si godeva la recente vittoria in Champions League sul Real Madrid, Mircea Lucescu si infilava quatto quatto in un gate dell’aeroporto Otopeni di Bucarest. Lo notò un amico giornalista e il dialogo fu più o meno questo.
“Ciao Mircea, dove vai?”.
“Vado a Milano”.
“A fare che?”.
“Ad allenare l’Inter”.
“Sì, vabbè”.
Era la verità, appena riacceso il telefono e con la Panchina d’oro in una mano, Simoni ricevette la telefonata di Sandro Mazzola: “Mi dispiace Gigi, il pres ha deciso di esonerarti”. Massimo Moratti riteneva che il gioco di Lucescu fosse più adatto per tentare di avanzare in Champions League. Mancava un punto per qualificarsi alla fase successiva, Lucescu ne fece tre nel gelo austriaco contro lo Sturm Graz. Il sorteggio dei quarti mise l’Inter di fronte al Manchester United e la qualificazione fu compromessa all’andata, con la vittoria dei Red Devils per 2-0 e un gol regolare annullato al Cholo Simeone. Ronaldo era fuori per infortuno. Al ritorno il Fenomeno fece atto di presenza in un tridente con Zamorano e Baggio, ma non si andò oltre l’1-1. Missione fallita e successiva disfatta in campionato contro la Sampdoria a Marassi: 4-0 per i blucerchiati. A fine partita, Lucescu si dimise e la mattina dopo, andando a firmare la sua rescissione in sede, l’allenatore romeno si lasciò scappare fuori dalle virgolette che si sentiva tradito da almeno tre o quattro giocatori.
In Italia lo ricorderemo sempre con affetto, venne apprezzato il suo sorriso, piacque molto il suo modo di porsi nei confronti di chiunque. Ma nel suo palmarès, il nostro Paese non ha lasciato traccia (se non campionato di Serie B e una dimenticabile Coppa Anglo-Italiana con il Brescia). Eppure, la collezione di titoli da allenatore è lunghissima: due campionati, tre Coppe e una Supercoppa in Romania (con Dinamo e Rapid), due campionati turchi (Galatasaray e Besiktas), nove campionati e sette Coppe d’Ucraina più una Supercoppa ucraina (Shakhtar e Dinamo Kiev), una Supercoppa di Russia (Zenit San Pietroburgo), una Coppa Uefa (Shakhtar) e una Supercoppa europea (Galatasaray). Ma più che per questa bacheca, lo ricorderemo per la sua umanità, per il suo garbo, per quella capacità di farsi volere bene ovunque andasse. Era un maestro di calcio ma anche un maestro nell’arte di stare al mondo.