Alpinismo: Tom Ballard, una storia di predestinazione e presagio

Il compagno di Nardi sul Nanga Parbat era stato influenzato dalla passione della mamma: "Daniele, se decidi di andare io vengo"

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"Io vado!".
"Proviamo".
Frasi brevissime, poco più che monosillabi, sentenze. Pronunciate a quasi ventiquattro anni di distanza l'una dall'altra, da due persone diverse ma legate tra di loro, secondo il legame più intimo e profondo. 1995 e 2019, madre e figlio. Alison Hargreaves e Tom Ballard. Nella vicenda della sfortunata spedizione italo-britannica sul Nanga Parbat che tiene banco da ormai quasi tre settimane, la figura del giovane alpinista inglese rischia (almeno da noi) di passare un po' in secondo piano. Come se quel “sogno” non appartenesse più di tanto a Tom, come se Tom fosse stato in qualche modo “succube” di Nardi e del suo ambizioso progetto. 

Non è assolutamente così e bisogna spiegare perché, e così facendo in un certo senso contribuire a rendere giustizia a questo ragazzo fortissimo ed innamorato della montagna almeno quanto Daniele. Un ragazzo che, dopo averle scoperte da bambino, in vacanza, aveva scelto di fare delle Dolomiti la sua casa, insieme alla fidanzata Stefania. La passione per la montagna, per le scalate, gliel'aveva trasmessa sua mamma Alison. Si può dire addirittura prima che Tom vedesse la luce... e la luce delle montage in particolare, visto che Alison aveva scalato (in solitaria) la Nordwand dell'Eiger nel 1988, quando era incinta di Tom. Scelta che molti avevano criticato ma che la Hargreaves aveva ignorato, tirando dritto per la sua strada (“ero incinta, non malata”).

D'altra parte, ci era abituata. Una ribelle nata ed un'alpinista sopraffina, coraggiosissima e spesso osteggiata perché, anche nell'alpinismo ed anche in quello di punta, gli ostracismi “di genere” non sono mai mancati. Alison era andata oltre, più in alto. Chi scrive ricorda di averne avidamente seguito gli exploit sugli Ottomila come rapito da quella ragazza compatta, dall'aria dolce e paciosa, che nascondeva dentro un'anima d'acciaio ed una incrollabile fiducia nelle proprie capacità.

Il 13 maggio del 1995 eccola in vetta all'Everest (versante nord, tibetano) in solitaria e naturalmente senza l'ausilio delle bombole di ossigeno. Prima donna capace dell'impresa (ma per lei, ne siamo certi, questa era solo una nota a margine... dell'impresa stessa). Decide di riprovarci con il K2 ed il Kanchenjunga (seconda e terza vetta del pianeta) e vuole farlo prima che quella stagione di spedizioni abbia termine. Ma prima di provare a completare la complicatissima “trilogia” riesce a tornare in Inghilterra, dal marito Jim Ballard e dai figli Tom e Kate. Avrà raccontato il “suo” Everest al piccolo Tom (nemmeno sette anni all'epoca) e magari, per il bambino, tutto avrà avuto inizio proprio da lì.

Hargreaves torna in Asia ed il 13 agosto (tre mesi dopo l'Everest) è in vetta al K2. Ma lei ed i suoi sei compagni d'avventura, nel corso della discesa, vengono travolti da un cambiamento del tempo improvviso ma non del tutto imprevisto. Testimoni affermano di averli visti tutti e sette letteralmente strappati via dalla montagna da raffiche di vento prossime ai 150 chilometri orari. Dicono che, al momento di partire, i candidati “summiteers” erano indecisi sul da farsi e che Alison liquidò i dubbi con quel laconico: "io vado!" che dovette sembrare così irresistibile da trascinarne sei sulle sue tracce, verso quello che chi invece rinunciò al tentativo definì un “suicidio annunciato”. Disegnava gli stessi contorni di predestinazione e presagio anche il progetto di Nardi e Ballard sullo Sperone Mummery? Non ci azzardiamo. Se e quando lo Sperone verrà salito (e quindi in prospettiva storica) si potrà eventualmente esprimere un giudizio sensato sugli avvenimenti di febbraio-marzo 2019.

Meglio per ora tornare a Tom, che nasceva come climber sulle pareti dolomitiche, che nell'inverno 2014-2015 aveva scalato sei pareti nord alpine, sulle tracce di quanto sua mamma aveva fatto (nella stagione estiva) ventuno anni prima, nel 1993. Meglio ricordare Tom che aveva già formato cordata in Pakistan con Daniele Nardi due anni fa. Erano, in pratica (ora lo sappiamo) le prove generali per il Nanga Parbat.

Forse, dopo il ”sestetto” di pareti nord in invernale, Ballard era pronto per ampliare ancora i suoi orizzonti, già così vasti ed estremi. Invece, ecco fare il giro del mondo la foto sgranata di una giacca blu, la macchia scura forse di uno zaino accanto, la tenda a pochi metri. Per volontà dei Ballard, Tom rimane lì, come da qualche parte sul K2 si trovano ancora i resti di Alison. In un'intervista televisiva rilasciata dopo quella prima spedizione del 2017, il giovane Tom (imbragatura e caschetto addosso, al termine di una via di roccia) raccontava di aver detto a Daniele di sentirsi pronto per il tentativo invernale al Mummery: "Se decidi di andare, io vengo. Proviamo". Già, proviamo. Solo questo: nessuna certezza di riuscita. Eppure qualcosa di irrinunciabile, come era stato per Hargreaves sul K2.

A pensarci ora, viene da dire che quel “proviamo” inevitabile e speranzoso, oltre che a Daniele, fosse rivolto ad Alison. Una risposta che, accostata alla risolutezza della “premessa” materna (“Io vado!”) assomiglia ad un volerla ritrovare, andare via con lei. Ventiquattro anni cancellati in un colpo, che si riducono ad un solo attimo, un tiro di corda. Nemmeno quello. Io vado! Proviamo.

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