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Freestyle e snowboard, anche Matteoli sfida l'estremo a Sella Nevea

13 Gen 2026 - 23:34
 © Dominik Guehrs / Red Bull Content Pool

© Dominik Guehrs / Red Bull Content Pool

Il comprensorio di Sella Nevea, nelle Alpi Giulie, è stato teatro di un progetto inedito, che ha messo Ian Matteoli e altri tre atleti Red Bull degli sport invernali dinnanzi a una sfida senza precedenti alle loro capacità tecniche e mentali. Qui, su una cresta montuosa larga pochi metri, situata a circa 2.050 metri di altitudine, è stato ricavato un “no-fall park”, ossia lo snowpark per lo slopestyle più estremo di sempre: 350 metri sospesi tra due ripidi strapiombi, tali da azzerare i margini d’errore. L’obiettivo per ciascuno dei rider era completare il percorso eseguendo trick e manovre in sicurezza, mantenendo fluidità e precisione a fronte di condizioni tanto proibitive. Matteoli, a soli 20 anni, è già nella storia dello snowboard freestyle: primo italiano a essere salito sul podio in una gara di big air di Coppa del Mondo, primo atleta al mondo ad aver eseguito un front side 2160 (anche in gara) e un Cab 2160 (6 rotazioni) e secondo classificato nella Coppa del Mondo di big air 2024/25. Non erano da meno i suoi compagni di avventura: i tedeschi Felix Georgii (wakeboarder professionista e snowboarder, vincitore dell’X Games Real Wake Gold 2017) e Max Hitzig (freeskier, Campione del Mondo Freeride World Tour 2024) e lo svizzero Fabian Bösch (freeskier con all’attivo una partecipazione olimpica, un titolo mondiale e uno agli X Games, nonché primo freeskier ad aver completato un “Quad Cork 1980”).

I quattro hanno così composto un gruppo misto, con background differenti ma competenze tecniche assimilabili. Ma anche per atleti così decorati, un contesto simile ha rappresentato un banco di prova non comune: l’obiettivo, infatti, non era primeggiare come in gara, ma effettuare la miglior esecuzione possibile di salti e trick su un terreno assolutamente non pensato per l’allenamento o per le competizioni di slopestyle o big air. Il percorso è stato progettato su otto parti, tra rail, gap e transizioni. Molte di queste sfruttano direttamente la topografia naturale della cresta: ad esempio vi erano un Flat Rail collocato tra due massi, una Pump & Push Section larga solo un metro, o un Big Gap che attraversa due speroni rocciosi, per poi portare all’arrivo. A ciò si aggiungono un Rainbow Rail di sei metri e una sezione Step-Down costruita su uno sperone roccioso, con atterraggio lungo il versante scosceso della montagna.

La difficoltà non consisteva solo nel percorso in sé: in diversi passaggi gli atleti si sono infatti trovati a transitare a pochi metri l’uno dall’altro, con la necessità di sincronizzare a vicenda velocità e spazi in margini di manovra ridottissimi. “L’autocontrollo mentale in queste condizioni è stato fondamentale – sottolinea Matteoli – anche senza soffrire di vertigini, guardare giù verso il vuoto durante le run avrebbe impattato negativamente sulla fluidità di esecuzione. Perciò, ho preferito tenere lo sguardo sempre fisso in avanti e concentrarmi esclusivamente sulla direzione di marcia”. Tra le installazioni, tutti i rider hanno ritenuto che la più complessa da interpretare (tecnicamente e mentalmente) sia stata la Gap Rail, una “ringhiera” di circa sette metri sospesa sopra uno strapiombo di oltre cento metri. Si trattava del punto in cui la possibilità d’errore era ridotta al minimo: un atterraggio impreciso o una perdita della linea ideale avrebbero comportato l’interruzione immediata della run. In tutto ciò, sempre Matteoli ha sottolineato la sfida nella sfida costituita dalla gestione mentale del rischio. Pur non essendo una “gara” in senso stretto (non è stata stilata alcuna classifica), la performance ha richiesto concentrazione e accuratezza paragonabili a quelle di una “normale” competizione di slopestyle, col “salto quantico” mentale e fisico della conformazione ambientale estrema, tale da non permettere sperimentazioni “in corso d’opera” o tentativi “a vuoto”: l’approccio poteva essere solo “all in”, tutto e subito. Come evidenziato anche dagli altri rider coinvolti, prima di arrivare a eseguire una run completa è stato necessario un periodo di familiarizzazione con il terreno, per rimuovere dalla testa i blocchi mentali e comprendere come meglio tracciare le linee e le transizioni.

Per Matteoli, questa esperienza esclusiva è in diretta continuità col normale percorso sportivo del freestyle sulla neve (sci e snowboard), disciplina che naturalmente unisce ricerca tecnica e sperimentazioni non convenzionali. Il valore dello stunt sta nella sua stessa unicità, che rende ancor più sfidanti i già elevati standard prestazionali tipici degli sport d’azione contemporanei: trick eseguiti con pulizia, velocità controllata, coordinazione con gli altri rider e attenzione costante alle variabili esterne. La riuscita dell’impresa ridefinisce gli standard dello sport invernale freestyle e apre la strada a nuove sperimentazioni nel rapporto tra gesto atletico e ambiente naturale. Per Ian Matteoli, l’esperienza costituisce un riferimento tangibile all’interno della propria carriera: un test unico, portato a termine in condizioni oggettivamente estreme, che aggiunge una dimensione di assoluta originalità al suo percorso competitivo.

© Lorenz Holder, Samo Vidic / Red Bull Content Pool

© Lorenz Holder, Samo Vidic / Red Bull Content Pool