Alonso, una carriera da... tormento ed estasi

I voti ai 17 anni dello spagnolo in Formula 1

di STEFANO GATTI
Alonso, una carriera da... tormento ed estasi

Lascia la Formula 1 ma forse non per sempre. Qualcuno lo ama alla follia, altri lo detestano. Ha vinto Mondiali e collezionato flop clamorosi. Schumacher e Hamilton. Montecarlo e Indianapolis. Briatore e Montezemolo. Estasi e tormento. Non conosce mezze misure, Fernando Alonso. Non ne trovate nella pagella alla carriera che gli abbiamo riservato.

Voto 10
all’autostima di Fernando, quella che lo ha sospinto verso i massimi traguardi (due titoli iridati) e lo ha aiutato a “sopravvivere” a pressioni enormi (leggi: cinque anni filati alla Ferrari) come pure a delusioni cocenti e prolungate (leggi McLaren in due tempi). Ma anche voto 5 alla leggendaria autostima “alonsiana”, che ha forse tolto lucidità allo spagnolo in un paio di momenti chiave della carriera.

Voto 7 alla stagione del debutto (il 2001) con la Minardi. E voto 10 alla Minardi per averlo messo in macchina e lanciato. Zero punti nella classifica finale ma tante prestazioni andate ben oltre i limiti oggettivi del mezzo a disposizione e, di conseguenza, tanti “punti” guadagnati sul taccuino di Flavio Briatore che lo portò alla Renault per un anno da collaudatore (2002), prima della promozione a pilota titolare.

Di nuovo 10 a Fernando per il primo titolo iridato nel 2005 con la Renault. Perché era il primo ovviamente e poi perché – conquistandolo – Alonso diventò il più giovane campione del mondo di sempre. Anche se questo record, strappato dopo trentacinque (!) anni ad Emerson Fittipaldi, gli sarebbe stato portato via tre sole stagioni più tardi da Lewis Hamilton (Sebastian Vettel avrebbe poi “vendicato” Alonso ancora più rapidamente, nel 2010 …)

Ecco appunto, Hamilton: voto 7 al primo “giro” di Alonso in McLaren, in coabitazione (per usare un eufemismo) con lo straripante esordiente e futuro pentacampione. Punteggio che sale a 8 in prospettiva, o meglio confrontando questa prima esperienza one-off con quella ben più lunga e ben più travagliata tra il 2015 ed il 2018 (voto 4 e poi non ci torniamo più), iniziata sotto una cattiva stella (il misterioso incidente nei test precampionato 2015 a Barcellona) e decisiva nello spingere Alonso prima a “distrarsi” con Indycars e gare di durata, poi a chiudere il capitolo Formula Uno nonostante Honda e Renault sotto il cofano motore.

Non ci azzardiamo ad andare oltre il 5 per il ritorno in Renault dopo la toccata e fuga alla McLaren ma soprattutto dopo la doppietta iridata 2005 e 2006, battendo nel primo caso Kimi Raikkonen e nel secondo Michael Schumacher. Due vittorie e poco altro nel biennio 2008-2009. La vecchia storia della “minestra riscaldata”, certo, ma anche la storiaccia del finto incidente del compagno di squadra Piquet Jr. a Singapore 2008 ad oscurare il successo di quella sera e non solo quello.

Voto 8 a Fernando vestito di rosso: cinque stagioni ferrariste, undici vittorie (la prima all’esordio nel 2010 in Bahrein, memorabile quella di Monza pochi mesi più in là, e poi Valencia 2012, per sua stessa … autosegnalazione). Ci starebbe un “meno” a destra dell’otto perché dal 2010 al 2014 il binomio Alonso-Ferrari non è riuscito a completare la missione titolo ma tre secondi posti finali (2010, 2012 e 2013) nell’arco di un lustro ci fanno subito cambiare idea. In fondo nelle prime quattro stagioni in sella al Cavallino Sebastian Vettel ci è riuscito solo due volte (ad arrivare secondo dietro al campione del mondo) ed al massimo nel 2019 potrebbe eguagliare Alonso. Ma non è certo quello che auguriamo al tedesco …

Voto 7 alla performance di Alonso nella 500 Miglia di Indianapolis nel 2017 con la “McLaren” dell’Andretti Autosport, condotta – da rookie – sempre nelle posizioni che contano ma rimanendo “al coperto” fino al rush finale: la strategia giusta per puntare alla vittoria, sempre che il motore (Honda) non ceda di schianto nel rush finale, come puntualmente accaduto …

Un 9 con due o tre sottolineature all’eclettismo di Fernando, merce rarissima nell’era contemporanea delle corse automobilistiche. Praticato dal “nostro” come aspirazione innata alla competizione in ogni sua forma e poi in concreto come progetto ben definito: l’inseguimento del Fernando “multitasking” alla mitica Triple Crown.
 
Per finire, alla pur splendida vittoria di Alonso nella 24 Ore di Le Mans 2018 (insieme e Buemi e Nakajima), tappa obbligata verso la Tripla Corona di cui sopra, diamo un 8 pieno ma niente di più. Perché NON vincere a Le Mans con una Toyota quest’anno era … praticamente impossibile anche se (ed è la solita storia), prima di portarlo a spasso per la pista, quel missile ed il posto dietro al suo volante te lo devi conquistare tu prima che un altro lo faccia al tuo posto, vincendo al tuo posto. E Fernando tutto quello che ha messo in fila nel suo nutritissimo palmares se lo è meritato fino in fondo. 

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