il ricordo

L'uomo oltre lo scudetto dei miracoli: Osvaldo Bagnoli e il segreto del suo calcio genuino e proletario

Chi era davvero il "sciur Osvaldo"? Il ritratto intimo di Osvaldo Bagnoli attraverso aneddoti esclusivi, il mito del suo taccuino e la schiettezza di un tecnico d'altri tempi

di Enzo Palladini
17 Lug 2026 - 11:29
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Chissà se qualcuno avrà la fortuna di trovare “el quadernètt”, il taccuino su cui Osvaldo Bagnoli annotava tutti gli appunti sugli allenamenti da svolgere, giorno dopo giorno. Sicuramente giace in qualche cassetto, forse un po’ ingiallito e magari scritto con una calligrafia poco distinguibile, ma è sicuramente un documento storico di valore inestimabile per raccontare un calcio che aveva ancora un aspetto romantico e una riserva di valori umani. Di sicuro il patrimonio tecnico non è stato memorizzato su un computer, il sciur Osvaldo non avrebbe mai accettato di sedersi a una scrivania per imparare.

Veniva dal proletariato, quello vero. Ai suoi tempi, la Bovisa non era un polo universitario ma uno dei quartieri popolari di Milano, dove l’abbandono scolastico nel Dopoguerra raggiungeva percentuali elevatissime, dove un ragazzo delle giovanili del Milan, come era lui, non poteva permettersi di fare solo l’aspirante calciatore. Serviva un introito, anche modesto, per non pesare sul bilancio familiare. Non era mica scontato che il calcio sarebbe stato una professione. Di quell’infanzia e di quell’adolescenza, ha sempre conservato un’attenzione persino esasperata alle spese. A Verona andava agli allenamenti con i mezzi pubblici, quando cambiava società conservava la giacca della divisa sociale, avendo cura di staccare lo scudettino sul petto. Quando arrivò all’Inter nel 1992 disse che per la prima volta nella sua vita si era comprato “un macchinone”, in realtà una station wagon che anche il magazziniere si sarebbe potuto permettere.

I giornali non li comprava, ma si informava. Eccome se si informava. “Io i giornali li leggo al bar”. Non si limitava a sfogliarli, li studiava con attenzione e memorizzava. Tutti i lunedì dopo le partite (e anche i giovedì quando c’era la Coppa o un turno infrasettimanale). Dimenticava solo le firme, o forse fingeva di farlo. Nei giorni successivi, quando i giornalisti si riunivano in cerchio intorno a lui per ascoltarlo parlare, diceva: “Qualcuno di voi ha scritto che… Ecco, per una volta sono d’accordo”. Non faceva conferenza stampa alla vigilia delle partite, a tempi dell’Inter si fermava nell’atrio degli spogliatoi di Appiano Gentile e rispondeva alle domande. Un giorno fece entrare tutti nel suo spogliatoio. Si sentiva talmente a proprio agio che a un certo punto si abbassò i pantaloni della tuta per sistemarsi l’underwear compreso il contenuto. Poi si accorse che in mezzo a sette-otto giornalisti uomini c’era anche una giovane cronista. “Scusi tanto signorina”, come se niente fosse.

Il suo capolavoro fu lo scudetto del 1984-85 alla guida del Verona. Il Napoli aveva appena preso Maradona ma l’Osvaldo aveva Briegel ed Elkjaer, un carro armato e una Ferrari. Garella parava tutto. E poi c’era qualcosa di unico e irripetibile: il sorteggio arbitrale integrale. Quel Verona lanciò la moda del 5-3-2 che adesso si chiama 3-5-2, ma non fu un’invenzione studiata a tavolino. “Ho osservato le caratteristiche dei miei giocatori, ho capito che Fanna e Marangon potevano fare tutta la fascia, che Tricella era un libero capace di costruire, che due marcatori fissi garantivano la giusta copertura. Così è venuto fuori quel modulo”. Poi la squadra venne smembrata pezzo dopo pezzo ma lui non si scompose e al termine del campionato 1989-90 sfiorò il miracolo della salvezza con una rosa costituita esclusivamente da scarti delle altre società. Andò al Genoa per scrivere una delle pagine più belle degli ultimi cinquant’anni, con la semifinale di Coppa Uefa 1991-92 raggiunta attraverso una clamorosa doppia vittoria contro il Liverpool.

Così nel 1992 arrivò la proposta dell’Inter di Ernesto Pellegrini, milanese come lui e alla pari di lui figlio del proletariato suburbano. Ma il rapporto fu sempre molto formale, perché tra i due chi aveva davvero scalato la piramide sociale era il presidente. L’inizio non fu facile. C’erano quattro stranieri ma solo tre potevano essere in lista per una partita. Iniziarono Sammer, Shalimov e Pancev che doveva fare coppia con Totò Schillaci arrivato dalla Juve. Shalimov era stato preso come regista ma era una mezzala, Sammer doveva fare il centrocampista ma voleva fare l’attaccante (e nel 1996 avrebbe vinto il Pallone d’oro giocando da libero), Pancev era stato preso come attaccante e non era niente. Bagnoli provò a sistemare qualcosa ma non era facile, poi mise dentro Ruben Sosa e non lo tolse più. A gennaio per il centrocampo gli presero dall’Udinese Antonio Manicone, “un ometto che ci potrà essere molto utile”. Con Manicone in regia. Shalimov mezzala e Sosa scatenato, ci fu la svolta. Il 21 marzo l’Inter vinse sul campo della Juve dopo 27 anni di digiuno, piano piano il distacco dal Milan capolista diminuiva e Bagnoli diceva una delle sue frasi tipiche: “Se il Milan vuole farci un regalo, conosce il nostro indirizzo”. Il regalo lo fece invece il difensore nerazzurro Mirko Taccola, dimenticandosi di marcare Gullit nel derby di ritorno che così finì 1-1 indirizzando lo scudetto verso il Milan di Capello.

Quella primavera del 1993 portò l’Inter così vicina alla gloria da convincere Pellegrini a investire su tre giocatori di cui due costosi (Wim Jonk e Ciccio Dell’Anno) e uno costosissimo (Dennis Bergkamp). Tre arrivi prestigiosi che però scombinarono le idee dell’Osvaldo. Alti e bassi fin dalle prime giornate, anche se si parlava di un Bergkamp candidato al Pallone d’oro in concorrenza con Roberto Baggio. Chiesero conto a Bagnoli di questa possibile sfida e lui non smentì la sua genuinità: “Potrei rispondere da allenatore dell’Inter e dire che lo merita Bergkamp, potrei rispondere da italiano e dire che sarebbe meglio Baggio, ma rispondo solo in qualità di Osvaldo Bagnoli e dico che me ne sbatto le b…, me ne frego proprio”.

Ben presto si cominciò a parlare di esonero. Il 16 gennaio 1994 sulla sua testa pendeva un ultimatum. Doveva battere il Foggia di Zeman. Il sabato all’ora di pranzo disse: “Siamo in una situazione strana. Stiamo scappando da un branco di cani e ci troviamo a correre in direzione di una muraglia. Dobbiamo trovare il modo di scavalcarla”. Il giorno dopo l’Inter vinse 3-1 e nella favola di Bagnoli ci fu la seconda puntata: “Siamo arrivati contro la muraglia, ci siamo girati e abbiamo fatto scappare i cani”. L’aria tornò quasi subito a farsi pesante. Il 5 gennaio, vigilia di Inter-Lazio, un ragionamento quasi profetico: “Posso dire tutto quello che volete e sinceramente ho fiducia nei miei giocatori, però magari domani al novantesimo Zenga fa una sciocchezza, perdiamo e mi cacciano”. Andò tutto proprio in quel modo, tiraccio da lontano di Roberto Di Matteo, papera del portiere. Inter-Lazio 1-2. Lunedì mattina l’esonero, al suo posto Giampiero Marini che poi avrebbe vinto la Coppa Uefa salvandosi però alla penultima giornata da una clamorosa retrocessione. Fu l’ultima panchina di Bagnoli, che da quel momento in poi non ha mai più ascoltato una proposta da una squadra. Ha chiuso lì, con tanta amarezza e senza voglia di mettersi ancora in discussione, fino a quando l’oblio della malattia non l’ha isolato da un mondo che non riconosceva più.