La ricetta per andare ai Mondìali: stessa attenzione, stessa pazienza e quel pizzico di "gattusismo" in più
Diverse indicazioni positive dalla partita di Bergamo, soprattutto l'atteggiamento della squadra che è sicuramente un merito del CT
di Enzo PalladiniCi vorrà un po’ di gattusismo in più. Ci vorrà forza per non lasciarsi intimorire dallo stadio di Zenica, che conterrà tutti i sentimenti più forti del popolo bosniaco. Ci vorrà qualcosa in più anche a livello tecnico nella finale playoff contro la Bosnia di Edin Dzeko. L’Italia però ha il dovere di provarci, perché il posto ai Mondiali è alla sua portata e la semifinale contro l’Irlanda del Nord ha confermato questa impressione. L’unico errore potrebbe essere quello di sottovalutare gli avversari, ma le recenti legnate prese dagli azzurri lasciano intendere che questo tipo di imprudenza non verrà commessa.
C’è molto di Gattuso in questa mezza missione compiuta. In questi (quasi) sette mesi, il CT azzurro è riuscito in qualche modo a trasferire la sua mentalità alla squadra, che ha recepito i messaggi. A sua volta, Ringhio ha derogato da alcune convinzioni della prima ora (“A me la difesa a tre non è mai piaciuta”) adattando la sua idea di calcio alle condizioni dei giocatori a disposizione. Metà dell’opera è stata compiuta, adesso bisogna dare qualcosa in più per non lasciarsi sorprendere dal quarantenne Dzeko o dalla freschezza dei giovani talenti che hanno eliminato il Galles.
Dalla serata di Bergamo ci portiamo diverse indicazioni positive e qualche dubbio su cui riflettere. Il pacchetto difensivo ha tenuto bene, anche sulle palle inattive che sono sembrate l’unica vera arma pericolosa a disposizione dei nordirlandesi. Il recupero di Bastoni ha dato i suoi frutti, nonostante un calo fisiologico alla distanza, Mancini e Calafiori si sono dimostrati all’altezza. Moise Kean, dopo un primo tempo annebbiato dallo strapotere fisico degli avversari, si è trasformato in un flagello divino per i verdi di O’Neill. Dovendo pensare a un cambio, forse per la finale andrebbe considerata l’ipotesi di schierare Pio Esposito titolare. L’interista è entrato bene, ha dato subito un pallone illuminante, ha lottato come è abituato a fare in tutte le sue uscite. Retegui paga invece la condizione precaria causa campionato arabo fermo.
Elementi da perfezionare sono quelli legati alla catena di sinistra, dove Dimarco è stato cercato troppo poco dai compagni, pur avendo creato quasi subito una delle pochissime occasioni viste nel primo tempo. Si è visto il minore affiatamento con Calafiori rispetto a quello stracollaudato con Bastoni. Sulla destra invece Mancini, Barella e Politano sono stati più efficaci, dopo un primo quarto d’ora in cui sia Barella sia Tonali hanno dovuto cercare la giusta collocazione scambiandosi anche a volte la posizione tra loro.
Quello che invece è piaciuto di questa Nazionale è l’atteggiamento. Può avere avuto poco coraggio nel primo tempo (ma il recente passato suggeriva sicuramente prudenza), ma non ha mai avuto cali di attenzione, salvo un piccolo malinteso tra Donnarumma e i difensori nel secondo tempo, sull’1-0 per gli azzurri. La sensazione – sperando che non venga smentita dalla prossima partita – è che Gattuso abbia centrato uno degli obiettivi che si era prefisso: la creazione di un gruppo vero. Si è vista collaborazione in campo, si è visto anche sacrificio da parte dei giocatori. Quando si entra in questa maniera, è difficile fare brutte figure.
Manca l’ultimo sforzo, manca una finale che – inutile farsi illusioni sulla stanchezza degli avversari – sarà comunque molto complicata. Però la semifinale è stata un’ottima scuola di sofferenza, ci ha fatto capire che per poter finalmente tornare a giocare un Mondiale occorre un giusto mix tra pazienza e attenzione. Ma non solo. Ci vuole qualcosa in più del 100% che è stato dato, serve quel 101% che i nostri giocatori possono dare. Perché molti ragazzini italiani hanno il diritto di poter tifare Italia in un Mondiale, magari facendo qualcosa di meglio rispetto alla figuraccia in Brasile nel 2018.