L'EDITORIALE DI BRUNO LONGHI

L'editoriale di Bruno Longhi: Le "palle" del Milan e la carota dell’Inter

L'ultima giornata di Serie A ha evidenziato i punti di forza dei rossoneri e le difficoltà dei nerazzurri

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© Getty Images

Pensiamo alla Nazionale, alla Macedonia del Nord, primo dei due step per qualificarci al Mondiale, ma non dimentichiamoci del campionato: delle sue contraddizioni, delle sue poche certezze, dell’equilibrio sancito dai tanti risultati risicati, (derby di Roma a parte) ma non dalla classifica che vede il Milan in fuga, e l’Inter preda delle proprie involuzioni.

PIOLI HA DISEGNATO UN MILAN MOLTO "CONTIANO"
Le due milanesi stanno mostrando, entrambe, l’altra faccia della loro natura: i rossoneri, storicamente vincenti attraverso il “bel gioco” hanno imparato a coniugare fluidità di manovra e aggressività. Pioli, ormai alla terza stagione sulla panchina rossonera, ha capito benissimo che non basta un pallone in fondo alla rete avversaria per vincere le partite; ci vogliono anche e soprattutto le “palle”, per rendere decisivo quel minimo scarto. Il Milan è diventata anche squadra da battaglia, resa dal suo tecnico molto più “contiana” di quanto non sia mai stata nella sua storia e nel suo recente passato.

INTER COMPIACIUTA E SUPPONENTE
Al contrario l’Inter è andata via via trasformandosi in una squadra supponente, che si compiace della sua presunta forza, convinta che basti lo scudetto sulla maglia per vincere le partite. E’ ormai da tempo la fotocopia di sé stessa. Va col pilota automatico, come se il gol dovesse prima o poi arrivare ineluttabilmente e la sbavatura difensiva non potesse mai capitare. Ma dal finale del derby in poi, il mondo nerazzurro si è ribaltato. Si sono incrinate le certezze, gli errori dei singoli provocano evidenti insofferenze tra coloro che ne sono immuni e creano un’incidenza notevole sul meccanismo di gioco: è praticamente scomparsa la costruzione dal basso (uno dei dogmi di Conte), sicché tocca ad Handanovic ovviarvi con i prevedibili lunghi lanci per la testa di Dzeko. Sta accadendo all’Inter ciò che diviene spesso naturale quando si decide o si è costretti a cambiare il grande timoniere che sta in panchina. Esiste un primo periodo in cui la squadra si sente liberata dal giogo opprimente di un maniaco perfezionista (come Conte) e si esprime con la leggerezza della ritrovata libertà. E ne esiste uno successivo, quello attuale, in cui andrebbe ripristinato l’antico “regime” per evitare il rischio di perdere i concetti indispensabili per essere ancora dominanti. Ma il gruppo di lavoro di Simone Inzaghi difficilmente lascerà la carota a favore del bastone.

LA DIFFICILE EREDITA' DEGLI UOMINI FORTI
Purtroppo non è mai agevole arrivare dopo allenatori di grande personalità come Mourinho o Conte: Benitez, tecnico di primordine, venne letteralmente divorato dai nostalgici di Mou. Allegri alla Juventus proseguì l’opera del predecessore perché a Torino, nel 2014, non solo non gli vennero ceduti pezzi fondamentali come Hakimi o Lukaku, ma la rosa già fortissima venne impreziosita dagli arrivi di Evrà e Morata. Inzaghi ha fatto finora cosa pregevoli, e altre un po’ meno. Ma ora rischia di doversi accontentare del solo piazzamento Champions. Non c‘è certezza assoluta, ma tanti indizi. Ne sapremo di più dopo la sosta quando l’Inter sarà a Torino contro la Juventus. Che ha toppato in Champions ma che in campionato è imbattuta da 16 partite.

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