Si è svegliato da un incubo e si è trovato a sognare ad occhi aperti. L'11 luglio 1982 è una data indelebile nei ricordi di Antonio Cabrini e di altri milioni di italiani. Al 'Santiago Bernabeu' di Madrid, sotto gli occhi del presidente della Repubblica Sandro Pertini, la Nazionale si è laureata per la terza volta campione del mondo. Ma un'ora e mezzo prima di alzare al cielo la Coppa, l'ex terzino azzurro ha vissuto l'esperienza peggiore che possa capitare ad un calciatore: sbagliare un rigore nella finale di un Mondiale. "È stato un momento difficile - ricorda alla vigilia del 44° anniversario del successo al Mundial '82 nell'intervista rilasciata a Donatella Scarnati e pubblicata su Vivo Azzurro TV - perché era la finale della Coppa del Mondo ed eravamo ancora sullo 0-0. Bearzot prima di rientrare in campo nel secondo tempo mi prese per il collo, mi attaccò al muro e mi disse: 'forse non hai capito che con questo tuo rigore sbagliato vinceremo il Mondiale, ora va e gioca come sai'". Come tanti suoi ex compagni, Cabrini sa bene quale sia stato il segreto di quel successo: "Ha vinto una squadra forte, ma soprattutto un gruppo fortissimo. Molti dicevano che eravamo in 12/13 giocatori di altissimo livello. Ma non è vero, quella squadra aveva 22 elementi di altissimo livello". Nella notte del trionfo in pochi hanno dormito, troppo grande l'emozione: "Io, Marco (Tardelli, ndr), Paolo (Rossi, ndr), Scirea e Bruno (Conti, ndr) siamo rimasti nel corridoio dell'albergo seduti a guardarci e a ripeterci 'siamo campioni del mondo'. Ma solo il giorno dopo abbiamo capito effettivamente cosa avessimo fatto. Siamo atterrati a Ciampino e sotto l'aereo c'erano ad aspettarci 40mila persone. Da lì in poi è stato il finimondo, nei ristoranti era diventato impossibile pagare il conto…".
La storia d'amore con la Nazionale è durata solo una decina d'anni, con l'ultima partita in maglia azzurra giocata nell'ottobre 1987 a Berna. Settantatré le presenze complessive, dieci con la fascia da capitano al braccio. Nove le reti realizzate, che ne fanno ancora oggi il goleador principe tra i difensori azzurri. Quattro anni prima di Spagna '82, Enzo Bearzot scommise a occhi chiusi su quel ragazzo dal bell'aspetto e di belle speranze convocandolo per il Mondiale di Argentina '78 senza che avesse ancora fatto il suo esordio in Serie A. Un eccezionale attestato di fiducia che Antonio ricambiò a suon di prestazioni, tanto da essere premiato dalla Fifa come miglior giovane del torneo: "Più che un allenatore Bearzot è stato un padre per molti di noi. Si metteva davanti alla squadra prendendosi sempre lui le responsabilità, nel bene e nel male". Soprannominato Bell'Antonio o Fidanzato d'Italia per il suo innegabile fascino, Cabrini si è diviso per anni tra le prime pagine dei quotidiani sportivi e le copertine dei rotocalchi rosa. "Il Bell'Antonio - racconta - nasce da una frase del grande Brera prima dell'esordio al Mondiale del '78. Inizialmente mi dava molto fastidio, ma poi andando avanti ho capito che non avevo possibilità di combatterlo. A un certo punto mi sono detto 'o te lo fai amico questo nomignolo o continui ad arrabbiarti con chi ti chiama così'. Me lo sono tenuto e sono andato avanti".
Il piccolo Antonio trascorre l'infanzia nell'azienda agricola del papà, a dieci chilometri da Cremona: "Lì ho passato i momenti più belli della mia vita, in maniera felice e rilassata. Stavo con i figli dei dipendenti, che erano ragazzini come me e giocavano sempre a calcio". Il problema è che papà Vittorio non vedeva di buon occhio la passione del figlio per il pallone. E così, a differenza di tanti genitori, si raccomanda perché Antonio non venga preso dopo aver superato un provino: "A 14 anni andai a fare il provino con la Cremonese e andò bene. Mio padre era amico del presidente della Cremonese, Luzzara, e lo chiamò dicendogli che gli avrebbe fatto un grande favore a non prendermi. Luzzara fu bravo perché gli rispose che al provino ero stato uno dei migliori e che non mi avrebbe lasciato per strada".