AMARCORD ROSSONERO

Accadde Oggi: Milan-Ajax 3-2 e quel gol di... Inzaghi che segnò l’inizio di una dinastia

Il tabellino parla di gol di Tomasson, ma tanti lo attribuiscono ancora oggi a SuperPippo: senza il suo guizzo la storia del Milan di Ancelotti avrebbe preso una piega ben diversa

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Quando si vince un grande trofeo e si guarda in retrospettiva a ogni passo compiuto per portare a casa il successo e sollevare il trofeo, ci si imbatte quasi sempre in un momento chiave in cui si incrociano talento, perseveranza e un pizzico di fortuna. Un momento capace di dare la sterzata decisiva e che permette di lanciare i protagonisti verso la vittoria. Un momento come quello accaduto al 91’ di Milan-Ajax del 23 aprile 2003, quando la disperazione sportiva per un’inattesa eliminazione si tramutò in esplosione di gioia nel giro di pochi, intensissimi secondi. E furono proprio quei secondi a dare il la non solo alla vittoria in Champions, ma all’intera dinastia rossonera del primo decennio degli anni 2000.

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È la stagione 2002/03, Il Milan è allenato da Carlo Ancelotti e punta forte a tutti gli obiettivi stagionali grazie a una rosa di altissima qualità. A Paolo Maldini, Rui Costa, Filippo Inzaghi e Andriy Shevchenko si aggiungono, in estate, campioni affermati come Alessandro Nesta, Clarence Seedorf, Rivaldo, più qualche innesto interessante come Dario Simic e lo svincolato Jon Dahl Tomasson. In campionato, però, i rossoneri non sono continui e alternano grandi vittorie (come i derby di campionato, entrambi vinti) a stop inattesi. In Europa le cose vanno meglio: sia nella prima sia nella seconda fase a gironi il Milan vince le prime quattro partite e perde le ultime due, ininfluenti. Tra gli avversari mandati a casa ci sono anche il Bayern Monaco nella prima fase e il Borussia Dortmund nella seconda. Ai quarti di finale c’è il temibile Ajax, solito insidioso mix di giovani rampanti e vecchie volpi del pallone. Agli ordini di Ronald Koeman ci sono Wesley Sneijder, Christian Chivu, Zlatan Ibrahimovic, tutti in rampa di lancio verso una carriera brillante, e c’è anche uno Jari Litmanen chiamato a fare da chioccia ma ancora capace di colpi decisivi. All’andata, giocata all’Amsterdam Arena, la partita è bloccata e finisce 0-0. Il ritorno è in progranmma il 23 aprile a San Siro, lo stesso stadio in cui pochi giorni i rossoneri vengono inaspettatamente sconfitti dall’Empoli, in campionato.

Ma la Champions è una storia diversa: il Milan parte forte, schiaccia l’Ajax nella propria area e passa dopo 30 minuti di assedio: Shevchenko si invola sulla destra e prova a mettere in mezzo, Van Damme devia il cross e il pallone finisce sulla testa di Inzaghi, bravo a sfuggire al controllo degli avversari: è 1-0, il decimo centro di SuperPippo nella Champions 2002/03.

I rossoneri giocano sulle ali dell’entusiasmo e, pochi minuti dopo, Sheva ci prova con un pallonetto che finisce alto di pochissimo. Si va all’intervallo con la convinzione che, giocando come nei primi 45 minuti, la qualificazione sarà un affare piuttosto semplice.

Ma il calcio ha abituato da sempre i suoi appassionati a ribaltoni improvvisi. L’Ajax si gioca subito dopo la pausa la carta Litmanen, consapevole che basta un pareggio, giacché i supplementari non sono più un’opzione possibile, per portare a casa la qualificazione. La mossa mette in difficoltà il Milan, che al 63’ prende un gol su clamorosa ingenuità della difesa: Van der Meyde quasi non crede ai suoi occhi nel poter servire proprio Litmanen solo di fronte a Dida, il finlandese non sbaglia ed è 1-1. Psicologicamente può essere una botta non da poco, ma il Milan ci mette solo due minuti a rimettere la partita in carreggiata: Inzaghi riesce a divincolarsi tra due giocatori e a servire con un cross corto Shevchenko, che approfitta dell’uscita mal consigliata di Lobont per depositare in rete. È il colpo del ko? Nemmeno per sogno. L’Ajax riprende campo e al 78’ segna la rete, all’apparenza decisiva, del 2-2. Cross di Van der Meyde, sponda di Ibrahimovic e conclusione finale, tanto goffa quanto efficace, di Steven Pienaar, mal controllato dalla difesa rossonera. San Siro piomba nel silenzio, stavolta rialzarsi sembra davvero complicato. Ancelotti le prova tutte: fuori Kaladze e Simic, dentro Tomasson e Rivaldo. Shevchenko sfiora il gol su assist dell’ex Barcellona, ma Lobont è bravo a coprire lo specchio della porta. La disperazione serpeggia tra i tifosi, il Milan le prova tutte, non vuole perdere l'occasione di entrare tra le prime 4 d'Europa, ma il cronometro ha superato il 90’ e serve un miracolo. E il miracolo arriva nel corso del primo minuto di recupero: Maldini fa partire un lancio verso il limite dell’area, Ambrosini allunga di testa verso l’area e Inzaghi si inventa un pallonetto acrobatico che supera Lobont e fa esplodere i 76mila di San Siro. Il replay mostrerà un tocco col piede sinistro di Tomasson poco prima che il pallone varchi la linea, ma poco importa. Tutti i giocatori sommergono SuperPippo in un abbraccio collettivo. Tra questi c’è anche Tomasson: la paternità di quel gol, in quel momento, non interessa. In fondo è Inzaghi l’eroe della serata, guai a togliergli “quel” gol.

Nel momento di estasi collettiva nasce così la leggenda del Milan di Ancelotti. A fine stagione i rossoneri, dopo aver superato l’Inter in semifinale (sfruttando appieno il gol “in trasferta” di Shevchenko) e la Juve in finale (ai rigori), conquistano la sesta Champions League, dando inizio a un’irripetibile epoca caratterizzata da successi in Italia, in Europa e nel mondo. Un’epoca di cui quel gol “di Inzaghi” è stata il simbolico il punto d’inizio.

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