Floersch-Wickens, il fattore Dallara

Incidente terribili, ma Sophia e Robert sono in vita grazie alla solidità delle loro vetture

di STEFANO GATTI
Floersch-Wickens, il fattore Dallara

L’incidente del quale è stata vittima Sophia Floersch lo scorso 18 novembre nel Gran Premio di Macao di Formula 3 è stato uno dei più spettacolari e (purtroppo per lei) gravi dell’intera stagione. E ne ha riportato alla memoria un altro, dalle conseguenze ancora più pesanti, accaduto quasi esattamente tre mesi prima: il 19 agosto a Pocono, negli Stati Uniti, dove era in pieno svolgimento la 500 Miglia Indycar. Nel corso del settimo giro la ruota anteriore destra della Dallara-Honda di Robert Wickens (Schmidt Peterson Motorsports) entra in contatto con quella posteriore sinistra dell’altra Dallara-Honda (Andretti Autosport) di Ryan Hunter-Reay. La monoposto del texano si intraversa e fa da trampolino a quella di Wickens che decolla e si schianta contro le barriere, innescando una carambola che coinvolge quasi metà del gruppo e procura al pilota lesioni gravissime alla colonna vertebrale e fratture multiple praticamente in ogni parte del corpo.

Ci sono sorprendenti coincidenze e grandi differenze tra i due incidenti, determinate in entrambi i casi dalla dinamica dell’accaduto e dal contesto. Macao è un circuito cittadino discutibilissimo: stretto e tortuoso, anche se l’incidente della ragazza tedesca è avvenuta al termine di un lunghissimo rettilineo. Quello di Pocono (Pennsylvania) è un speedway dagli spazi… sterminati ma ha da sempre una fama un po’ sinistra e non è particolarmente rinomato per gli standard di sicurezza: tra l’altro – sempre nella 500 Miglia Indy di tre anni fa – vi trovò la morte il pilota britannico Justin Wilson.

La Floersch ha impattato contro le reti e poi la postazione dei fotografi ad una velocità prossima ai 280 orari. Wickens ha colpito le reti al di sopra dei 320. Entrambi i piloti hanno avuto una particolare “fortuna”: i caschi di Robert e Sophie non sono stati colpiti direttamente dai piloni di sostegno delle reti di protezione. Come era successo invece ( e con conseguenze fatali) al californiano Jeff Krosnoff nel 1996 a Toronto: un circuito cittadino (ma sarebbe meglio dire stradale) ricavato nel quartiere fieristico della grande città canadese. Ed ancora: sia Wickens che Floersch hanno subito lesioni alla colonna vertebrale ma le conseguenze sono state ben più gravi per l’ex pilota di GP2 e DTM (con un passaggio alla Virgin F.1 ma senza mai esordire nel Mondiale). La Floersch ha subito un’intervento durato undici ore ma è già uscita dall’ospedale: sulle sue gambe. Wickens è stato sottoposto a diversi interventi ed è immobilizzato dalla cintola in giù: tecnicamente paraplegico. Lui stesso però nelle scorse settimane ha voluto precisare di non aver perso la speranza di poter tornare a camminare, in quanto la paraplegia ha diversi gradi di gravità e addirittura individui diversi reagiscono (e possibilmente migliorano) in modo diverso allo stesso tipo di lesione. Wickens spera che, non avendo subito una recisione del midollo spinale ma piuttosto una lesione, i suoi nervi possano rigenerarsi e farsi strada verso le gambe. Ma potrebbero volerci anni e lui intanto non perde di vista la realtà, lavorando duro nel programma di riabilitazione al Methodist Hospital di Indianapolis. Ryan Hunter-Reay, suo malgrado coprotagonista dell’incidente di Pocono, gli ha dedicato la vittoria nella prova finale della Indycar di metà settembre a Sonoma.

Resta una sola considerazione finale da fare: la più importante, naturalmente dopo quella relativa alla sopravvivenza di Sophie e Robert ma, di questa, vera propria spiegazione. Se sono vivi, entrambi lo devono al destino, ad una buona dose di fortuna ma poi concretamente all’altissima qualità del lavoro di chi – alla Dallara – ha progettato e costruito le monoposto dentro le quali i due piloti hanno vissuto la loro disavventura, sopravvivendole. Guardando e riguardando le sequenze degli incidenti di Macao e Pocono non si può che rendere onore agli uomini guidati dall’ingegner Giampaolo Dallara per aver realizzato auto da corsa così diverse tra di loro ma ugualmente solide (ad iniziare dalla cellula di sopravvivenza) ed indistruttibili. Anzi no, perché proprio disintegrandosi la monoposto di Wickens ha assorbito buona parte dell’incidente. Per rendersene conto, per rendere merito agli uomini Dallara, non c’è nemmeno bisogno di essere dei supertecnici di livello eccelso e di esperienza mondiale: l’importante è che – appunto - lo siano loro.

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